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POTENZA – Le ipotesi sono due: o è l’inizio di un’operazione per cui nel giro di qualche mese l’eredità nucleare a stelle e strisce di Rotondella tornerà a casa; oppure oltreoceano c’è qualcuno che ha convinto l’ex premier Mario Monti a restituirgli l’unico campione di combustibile nucleare non esausto custodito all’Itrec di tutta la «donazione» arrivata negli anni ‘70 dal Minnesota. In cambio di chissà che cosa.

Resta ancora avvolto dal mistero il motivo del trasporto di uranio dal centro Enea della Trisaia all’aeroporto militare di Gioia del Colle. Oggi il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando è atteso in Parlamento per relazionare in commissione, e dovrebbe confermare la natura di quello che è stato caricato nel container avvistato lungo la Statale 106. Quanto invece ai contenuti dell’accordo Italia-Stati Uniti, siglato da Monti e dal presidente Obama a marzo del 2012, non è ancora detto. A meno che il tutto non si riduca all’operazione scattata martedì mattina in tre diversi siti nucleari italiani. Nel qual caso resterebbe comunque difficile da spiegare una cortina di segretezza come quella alzata fino a ieri dalla Sogin.

Rispetto a 24 ore fa, quando fonti molto accreditate della sicurezza davano in viaggio le barre vere e proprie della centrale di Elk River, da ambienti del ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo economico sono arrivate precisazioni per cui si tratterebbe di un quantitativo di circa un chilo e mezzo di sale di uranio classificato come «combustibile nucleare fresco». In altri termini un campione di quello che l’impianto dell’Itrec avrebbe dovuto produrre rigenerando barre di combustibile esauste come quelle ancora stoccate in parte nella vasca del centro, e in parte – allo stato liquido – in un serbatoio, sempre all’interno del complesso, dopo alcune operazioni di riprocessamento.

L’accordo di Seul va inquadrato nel programma di non proliferazione nucleare degli Stati Uniti nell’ambito del quale è stato indetto il summit sulla sicurezza in Corea, ed è previsto un nuovo incontro internazionale l’anno venturo. Il suo contenuto è quasi del tutto classificato. Come precisa il Dipartimento di Stato americano nella nota pubblicata subito dopo la sua stipula: «quantità dei materiali e collocazione geografica sono considerate informazioni sensibili quindi per il momento non possono essere condivisi».

Da Washington spiegano solo che «tra gli anni ‘60 e la metà degli ‘80 l’Italia aveva un ambizioso programma di ricerca nucleare che includeva reattori ad acqua pesante, ad acqua leggera, ad acqua bollente ed autofertilizzanti». Tutte tecnologie ben note in oltreoceano, tanto che sarebbero state avviate diverse partnership per la condivisione di informazioni. Poi il Dipartimento di Stato ricorda che nel 1979 l’Italia firmò il trattato di non proliferazione nucleare, per quanto un po’ riluttante. A distanza di 8 anni – infine – è arrivato il referendum contro il nucleare sull’onda emotiva del disastro avvenuto l’anno prima a Chernobyl, quindi l’annuncio della fine del programma per l’energia nucleare, e la creazione nel 2011 della Soocietà Gestione Impianti Nucleari (SOGIN) «per lo smantellamento e la bonifica degli impianti atomici».

Sui termini dell’accordo Washington si tiene sul vago e parla dell’annuncio da parte italiana di una cooperazione con gli Usa per «eliminare le sue eccedenze di uranio altamente arricchito e plutonio». Aggiunge inoltre che negli anni scorsi la Sogin ha lavorato a stretto contatto con l’Amministrazione nazionale per la sicurezza nucleare nell’ambito di un’iniziativa  per la riduzione globale delle minacce individuando materiali che possono essere trasportati negli Stati Uniti per lo stoccaggio. Quindi conclude fissando nel summit sulla sicurezza nucleare del 2014 l’appuntamento per aggiornarsi sulle operazioni effettuate per la completa rimozione di questo materiale.

Nei mesi scorsi sono stati diversi i trasporti documentati dai principali siti nucleari italiani. Agli inizi di novembre, ad esempio, da Saluggia sono state rimosse 10 lamine di combustibile nucleare irraggiato, caricate su strada, portate fino al porto di Trieste e da qui imbarcate su una nave cargo per arrivare via mare negli Stati Uniti. La notizia era diventata pubblica due mesi prima, e sul sito del comune piemontese si possono ancora consultare due documenti predisposti per l’occasione allo scopo di informare la popolazione.

Uno si intitola proprio «piano di comunicazione per le operazioni di trasporto da Saluggia a Trieste di dieci lamine di un elemento di combustibile iragggiato proveniente da attività di ricerca». Quindi in premessa spiega che è stato predisposto nel rispetto delle leggi «in tema d’informazione preventiva – attualizzate nello specifico trasporto – della popolazione». Tra le prescrizioni si cita che «la popolazione che rischia di essere interessata dall’emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza prevedibili  nonché sul comportamento da tenere in caso di emergenza radiologica». In più specifica che «informazioni dettagliate sono rivolte a particolari gruppi di popolazione in relazione alla loro attività. funzione e responsabilità nei riguardi della collettività nonché al ruolo che eventualmente debbano assumere in caso di emergenza».

Così in Piemonte meno di un anno fa, e a Rotondella? Qualcuno sapeva, a partire dalle forze dell’ordine, ma i sindaci? I presidi sanitari erano stati avvisati? La popolazione no di certo, mentre a Saluggia è stato diffuso un volantino con un breve riassunto sulla radioattività e i suoi effetti, incluso un glossario con tutte le cose che occorre sapere. Al nord le comunicazioni sono state inviate anche alle Regioni interessate al trasporto, che si sono opposte ma a quanto pare sono state “scavalcate” senza troppa difficoltà dai funzionari del Ministero per lo sviluppo economico. Idem le Agenzie per la protezione dell’ambiente che hanno avuto la possibilità di effettuare delle rilevazioni prima del passaggio del convoglio da confrontare con quelle successive. Paese che vai usanze che trovi.

l.amato@luedi.it

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