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POTENZA – Neanche i renziani come Margiotta si sentono di essere d’accordo con Carlo Cottarelli, il commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica (nominato da Letta) sulla questione Rai. perché nei faldoni sulla spending review ci starebbe anche questo. Un taglio alle sedi regionali della Rai che guarda soprattutto al modello della Bbc, il più grande editore radiotelevisivo del Regno Unito. Ma in che senso? Visto che la politica si muove pensando alle macroregioni c’è da rivedere anche lo schema del servizio pubblico, a partire da quello locale. Così il progetto è di sopprimere le sedi regionali della Rai e accorparle in macroaree territoriali. Le ragioni su una scelta del genere sono diverse, ma si potrebbe partire dalla questione costi. Ad oggi si spendono circa 400 milioni di euro per tenere in piedi non soltanto il gruppo di operatori e giornalisti ma anche i quadri dirigenziali all’interno delle sedi regionali. Una spesa che stando a quanto dice Cottarelli non è più sostenibile per un semplice motivo: non ci sono i soldi ma soprattutto non ci si sta guadagnando. Perché salvo alcune regioni, tutte concentrate nel centro nord il problema dello share è serio. A nord il pubblico che segue i programmi regionali della Rai sta diminuendo, il minimo assoluto si registra tutto al sud, tra Campania, Calabria e Puglia. Incredibilmente la Basilicata è tra quelle che guadagna spettatori come in Toscana e Val D’Aosta. È ovvio che in un quadro del genere, con un sud improduttivo, tranne la Basilicata, qualcosa si dovrà fare. Anche perché nel 2016 scadrà la convenzione stra lo Stato e la stessa Rai, quindi è indubbio che un piano di rinnovamento è all’orizzonte. Ovviamente la cosa ha scatenato non poche polemiche, in primis quella del renzianissimo Salvatore Margiotta, immancabile su Twitter, che non ci pensa su due volte.

 «Cottarelli sbaglia – dice – bene spending review, anche su Rai. Ma non si risparmi su informazione sedi regionali». Ma poi insiste, da vicepresidente della commissione di vigilanza sulla Rai, con un comunicato stampa: «Difficile garantire l’informazione puntuale ed esaustiva su un territorio, se l’informazione non parte dal territorio stesso. Sono pienamente d’accordo con la necessità che l’azienda abbia conti in ordine, cosa che la gestione del direttore generale Gubitosi tende a garantire sempre di più; l’esempio fatto dal commissario non appare però così calzante, anzi. L’informazione regionale non può risentire della crisi, il servizio pubblico risparmi altrove, non certo sull’informazione di prossimità. Per questo ho proposto un emendamento al contratto di servizio che impegna la Rai a predisporre, entro sei mesi dall’entrata in vigore del contratto, un progetto di riqualificazione della propria articolazione regionale che, alla luce delle nuove tecnologie e nel quadro di una razionalizzazione della spesa, assicuri un miglioramento della qualità dell’informazione locale, da e per il territorio, anche attraverso una adeguata presenza su tutto il territorio delle singole regioni».

Il quadro politico è chiaro: va bene tagliare (a proposito, in caso di risparmio a chi andrebbe quella quota del canone non reinvestita?) ma non si può scaricare tutto sulle sedi regionali della Rai. Emblematico da questo punto di vista è il parere espresso da Cinzia Grenci, redattrice in Rai, su facebook. «Per conto di chi parla Cottarelli? E prima di lui la Gabbanelli? C’è un lucido progetto di ridisegno territoriale ed istituzionale di questo Paese nelle dichiarazioni apparentemente provocatorie di certi personaggi». E ancora, sempre la Grenci in un post precedente: «Più che coprire l’informazione nei territori senza sedi regionali, Cottarelli avrebbe dovuto rilevare che si può fare informazione nazionale solo con le redazioni regionali. Rai News siamo noi, altroché».

Ma la questione, almeno per ora è piuttosto fumosa, perché non è chiaro se il progetto riguarderà i giornalisti e i dirigenti o solo questi ultimi.

Oreste Lo Pomo, caporedattore della sede regionale, questa cosa la spiega bene: «Non è ancora chiaro il progetto, certo è che se si dovesse realizzare sarebbe come attaccare un baluardo di democrazia e pluralismo dell’informazione. È chiaro che bisognerà capire il progetto come verrà strutturato, se riguarderà anche i giornalisti o si riferisce esclusivamente alle strutture dirigenziali che potrebbero essere accorpate. Bisogna certamente seguire la vicenda con una certa attenzione.

Un’altro spunto arriva invece da Massimo Carcuro, componente Corecom Basilicata, anch’esso a difesa delle sedi regionali della Rai. «In Basilicata – dice –  l’informazione televisiva regionale assicurata dalla Rai assume un valore particolare anche perché è l’unica a garantire un’adeguata copertura territoriale e svolge un puntuale lavoro d’informazione, come del resto dimostrano gli indici di ascolto, tra i più alti d’Italia in valori assoluti». Il problema è quello di trasformare l’informazione regionale in una macchina a due velocità. Perché la paventata spending review potrebbe significare anche «riconoscere a diverse aree del Paese differenti gradi di diritto all’informazione, cosa che il Corecom di Basilicata non potrebbe non contrastare».

  La questione quindi potrebbe prendere una piega inaspettata per il commissario straordinario, perché questo progetto di spending review sulla Rai non solo non convince gli addetti ai lavori, ma sembra peccare proprio di visione generale. Bisognerà vedere come si svilupperà nei prossimi mesi, consci del fatto che la stampa regionale sembra prepararsi alla battaglia, anche alla luce dei risultati ottenuti in termini di ascolti negli ultimi anni.

v.panettieri@luedi.it

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