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Arnaldo Lomuti in Senato

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POTENZA – È finito in Senato il caso del bonus covid stanziato dal Comune di Viggiano per il sindaco Amedeo Cicala (LEGGI), responsabile enti locali della Lega Basilicata, e alcune società di famiglia, di cui è socio anche il fratello Carmine, presidente del Consiglio regionale (sempre in quota Lega). A portarcelo, sventolando una copia del Quotidiano del Sud nell’aula di Palazzo di Madama, è stato il senatore M5s Arnaldo Lomuti, che ha rivolto una dura invettiva al segretario della Lega, Matteo Salvini, chiedendogli di essere conseguenziale con la mano dura promessa per chi ha abusato delle provvidenze messe a disposizione dei corpi sociali colpiti dalla crisi.

«Chiedo a Salvini, da quanto sta emergendo sulla stampa in Basilicata, cosa intende fare e come pensa di muoversi con i leghisti furbetti dei contributi?» Questo l’interrogativo del senatore venosino, che ha ricordato il caso dei due assessori della giunta leghista del comune di Potenza che hanno ottenuto i 600 euro (Patrizia Guma e Marika Padula), «nonostante ricevano un’indennità mensile di circa 2500 euro al mese», e non abbiano mai dismesso la partita Iva legata alle professioni di provienza.

«Ma peggio di loro – ha proseguito Lomuti leggendo le notizie pubblicate sull’edizione di ieri del Quotidiano del Sud – ha fatto il sindaco leghista del comune di Viggiano, in provincia di Potenza, che il 12 maggio ha approvato un bando a sostegno delle partita Iva dove risultano tra i beneficiari il sindaco stesso, un suo assessore, il suo capogruppo in consiglio comunale, il fratello architetto, la società Cga società al 50% in capo al sindaco, la società Lucania costruzioni di cui un 15% è riconducibile al sindaco e un altro 15% ad un altro terzo fratello, attuale presidente del Consiglio regionale, sempre della Lega».

«Tutto questo – ha dichiarato ancora il senatore M5s – con una determina di liquidazione firmata dal responsabile di area finanziaria zio del sindaco stesso». Senza dimenticare «il cognato del sindaco con una partita Iva per rivendita di automobili». «Ora, il bando prevedeva l’assegnazione di un bonus 3mila euro a partita Iva, un bell’aiuto rispetto agli aiuti nazionali con una differenza, che il bonus nazionale prevedeva lo scaglione del reddito inferiore a 35mila euro, quello del sindaco di Viggiano arriva a 70mila euro». Ha concluso Lomuti. «Cioè per la giunta di Viggiano, se guadagni 6mila euro al mese hai bisogno di aiuti. Ecco Salvini che fai a questo punto? Gridi slogan o cacci i leghisti furbetti dei contributi?».

Ieri sul caso si sono fati sentire anche i consiglieri regionali M5s, Gianni Perrino, Gianni Leggieri e Carmela Carlucci, ironizzando sull’«evidente imbarazzo tra le file della nutrita truppa di novelli seguaci e tetragoni in terra lucana di Alberto da Giussano: truppa solitamente chiassosa, ma che nelle ultime ore sembra affetta da una insolita, inedita afasia». I tre consiglieri M5s, ricordando che i soldi stanziati dal Comune di Viggiano provengono dal greggio estratto da Eni, hanno parlato «dell’ennesima, clamorosa, vicenda che mostra, impietosamente, come viene gestito e dove finisce realmente l’ingente flusso di denaro prodotto dalle royalties dei giacimenti di idrocarburi». Secondo Perrino, Leggieri e Carlucci: «anziché impiegarle nelle ormai indispensabili infrastrutture anche tecnologiche e nella transizione energetica verso un’economia libera dalla schiavitù delle fonti fossili, le vagonate di denari prodotte dalle royalties sono state sistematicamente sprecate in spese correnti e in “bonus” che sono finiti col foraggiare anche chi non ne avrebbe avuto bisogno».

«Quella del Comune di Viggiano – hanno aggiunto, pertanto, i tre consiglieri M5s – sembra ormai una Repubblica indipendente, una “contea” autonoma nella quale la famiglia Cicala pare fare il bello e il cattivo tempo». Quindi hanno annunciato che «nei prossimi giorni, per fare opportuna e necessaria chiarezza a vantaggio dell’opinione pubblica, e tutelare l’onorabilità e la reputazione di tutto il Consiglio regionale, chiederemo formalmente a tutti i consiglieri e assessori regionali e al Presidente Bardi, di dichiarare pubblicamente se hanno usufruito o meno di bonus nazionali, regionali e/o locali». Infine si sono detti basiti per «il comportamento finora assunto dai millantatori del presunto cambiamento: i quali, sulla scabrosa vicenda dei bonus percepiti dai fratelli Cicala, non hanno ritenuto di proferire parola. Dai vari Pepe, Fanelli, Coviello e fanteria varia, si ode solo l’eco di un lunghissimo silenzio».

Contro i silenzi del sindaco -senatore di Tolve, Pasquale Pepe, del commissario regionale Roberto Marti, come pure del vicegovernatore Francesco Fanelli e del capogruppo in Consiglio, Tommaso Coviello, ieri è tornato a battere pure Piero Lacorazza vice responsabile nazionale organizzazione Pd, con delega al Mezzogiorno e le isole. Lacorazza ha liquidato i leghisti lucani come «struzzi verdi», che nascondo la testa sotto la sabbia per non affrontare il caso dei bonus covid. Ma ha anche insinuato l’ipotesi che il silenzio nasconda «il godimento per l’indebolimento e il tritacarne mediatico nel quale si sta consumando un “amico” di partito». Sono ormai noti, infatti, i contrasti interni al Carroccio lucano, dove non manca chi soffre il protagonismo dei Cicala (un tempo vicini politicamente all’ex governatore Marcello Pittella). «Non dire nulla – ha concluso Lacorazza – non è bel messaggio per chi ha promesso il cambiamento».

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