INDICE DEI CONTENUTI
- 1 LA STRUTTURA ECONOMICA DEL SETTORE E IL PESO DEI GRANDI PLAYER
- 2 OLIO LUCANO, LA LENTE INDUSTRIALE: PERCHÉ LA BASILICATA RISULTA MARGINALE
- 3 LA PROSPETTIVA AGRICOLA: VOCAZIONE TERRITORIALE E DATI PREVISIONALI
- 4 OLIO LUCANO, DUE MAPPE A CONFRONTO: PRODUZIONE PRIMARIA CONTRO VALORE INDUSTRIALE
- 5 OLIO LUCANO, RIFLESSIONE STRATEGICA: IL FUTURO DEL COMPARTO OLEARIO LUCANO
Olio lucano, non tutto fila liscio: La Basilicata non compare tra le regioni industrialmente più rilevanti. Il prodotto conta sul piano agricolo, meno su quello imprenditoriale: troppa frammentarietà.
Come mai fra le “principali regioni” che producono olio d’oliva in Basilicata, nell’ultimo rapporto di Mediobanca sul tema, la Basilicata non viene considerata? Sembrerebbe una trascuratezza non di poco conto. Ma non è così. Nel panorama degli studi dedicati al comparto oleario italiano, il rapporto “L’industria dell’olio d’oliva in Italia” pubblicato da Mediobanca – l’istituto di credito fondato esattamente 80 anni fa da Raffaele Mattioli e dal leggendario Enrico Cuccia – rappresenta oggi una delle analisi più solide e strutturate dal punto di vista economico-finanziario. È importante però chiarire subito un punto: non si tratta di un dossier agricolo né di una fotografia agronomica del Paese. N
on è una mappa degli uliveti italiani, né una classifica delle regioni per ettari coltivati o per tradizione produttiva. È, piuttosto, uno studio industriale. Il suo oggetto principale non è l’albero d’olivo, ma l’impresa; non la distribuzione territoriale della produzione, ma la struttura economica e patrimoniale delle aziende che operano nel settore.
LA STRUTTURA ECONOMICA DEL SETTORE E IL PESO DEI GRANDI PLAYER
Il documento analizza le principali realtà italiane dell’olio d’oliva prendendo in considerazione fatturato, crescita, redditività, solidità finanziaria, grado di concentrazione del mercato, peso dell’export e dinamiche competitive, soprattutto nel confronto con Spagna e Grecia. La chiave di lettura è chiaramente quella del sistema industriale e commerciale, non quella della geografia agricola. È dentro questo schema che emergono con forza regioni come la Puglia, vero baricentro produttivo nazionale e sede di operatori di peso, la Calabria e la Sicilia, rilevanti per dimensione quantitativa, e la Toscana, che pur incidendo meno in termini di volume assume un ruolo centrale per posizionamento premium e valore aggiunto. In questo quadro, la Basilicata non compare tra le regioni oggetto di un’analisi autonoma e dettagliata.
OLIO LUCANO, LA LENTE INDUSTRIALE: PERCHÉ LA BASILICATA RISULTA MARGINALE
È a questo punto che nasce la domanda: si tratta di una trascuratezza? La risposta dipende da quale lente scegliamo di utilizzare. Se restiamo all’interno della prospettiva industriale adottata da Mediobanca, la Basilicata ha un peso contenuto perché non ospita grandi “player” con fatturati significativi a livello nazionale, non incide in modo determinante sulle dinamiche dell’export e non influenza in maniera sostanziale i processi di concentrazione del settore. Il report fotografa il sistema delle imprese, non la diffusione territoriale dell’olivicoltura. In questa prospettiva, l’assenza di un capitolo dedicato alla Basilicata non è una dimenticanza, ma il risultato coerente di una selezione basata sulla dimensione economica delle aziende.
LA PROSPETTIVA AGRICOLA: VOCAZIONE TERRITORIALE E DATI PREVISIONALI
Se però cambiamo punto di osservazione e ci spostiamo su un piano agricolo-territoriale, la valutazione assume un’altra sfumatura. In annate favorevoli, la Basilicata potrebbe proporre dati di tutto interesse: ad esempio, per l’annata 2025 nel settembre dello scorso anno era stato diffuso un dato previsionale secondo cui avrebbe potuto raggiungere le 18.000 tonnellate di olio prodotto entrando nel gruppo delle regioni medio-produttrici italiane; in annate più difficili, la produzione si contrae sensibilmente, evidenziando una forte variabilità.
Purtroppo non esistono a oggi – da quel che si può desumere dagli archivi online – statistiche ufficiali definitive pubblicate da Istat, Ismea, Unaprol o dalla Regione Basilicata che forniscano il dato finale e consolidato della produzione olearia 2025 per la Basilicata. In ogni caso, al di là dei numeri, esistono aree storicamente vocate come il Vulture, il Bradano e la Collina Materana, territori in cui l’olivicoltura non è solo un’attività economica ma un elemento identitario, paesaggistico e culturale, spesso accompagnato da produzioni di qualità e riconoscimenti Dop. In questa lettura, il peso della Basilicata non si misura soltanto in fatturato o in quote di export, ma nella sua presenza diffusa e nel valore territoriale che esprime.
OLIO LUCANO, DUE MAPPE A CONFRONTO: PRODUZIONE PRIMARIA CONTRO VALORE INDUSTRIALE
Quello che potremmo chiamare per comodità “caso Basilicata” finisce così per mettere in luce una questione più ampia che riguarda l’intero sistema oleario italiano. L’olio non è soltanto un settore produttivo: è un insieme stratificato di livelli che comprendono la produzione agricola in tonnellate, il valore aggiunto industriale generato dalla trasformazione e dal confezionamento, e infine il posizionamento commerciale sui mercati internazionali. La Basilicata incide relativamente poco sul secondo e sul terzo livello, ma non è irrilevante sul primo. Il report di Mediobanca privilegia esplicitamente i livelli legati all’industria e alla finanza, ed è qui che si genera l’impressione di una marginalizzazione: stiamo sovrapponendo due mappe diverse, quella dell’agricoltura e quella dell’industria.
OLIO LUCANO, RIFLESSIONE STRATEGICA: IL FUTURO DEL COMPARTO OLEARIO LUCANO
Paradossalmente, proprio questa assenza racconta qualcosa di significativo. Indica che il comparto lucano è ancora frammentato, che la trasformazione industriale è meno concentrata rispetto ad altre regioni e che il territorio non ha ancora espresso grandi gruppi capaci di imporsi nella classifica nazionale per dimensione economica. Non è una marginalità agricola in senso stretto, ma una marginalità industriale. E questa distinzione apre una riflessione strategica: la Basilicata può scegliere se rimanere prevalentemente una terra di produzione primaria, valorizzando la dimensione diffusa e qualitativa, oppure rafforzare la propria filiera investendo in trasformazione, marchi, aggregazione e presenza sui mercati.
Dire che Mediobanca abbia “trascurato” la Basilicata rischierebbe di essere una semplificazione. Più corretto è affermare che il report utilizza una chiave di lettura precisa, che privilegia la dimensione industriale e finanziaria del settore. In quella prospettiva, la Basilicata pesa poco; in una lettura agricola e territoriale, pesa di più. Il punto non è tanto l’assenza in sé, quanto il criterio con cui si costruisce la gerarchia delle regioni. E forse la vera domanda non è se la Basilicata sia stata ignorata, ma quale modello di sviluppo oleario intenda perseguire: restare un territorio di produzione diffusa o diventare un attore strutturato e riconoscibile nel sistema industriale nazionale.
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