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SCANZANO JONICO (MATERA) – È stato presentato nei giorni scorsi, al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, il ricorso proposto dall’ex sindaco di Scanzano Jonico, Raffaello Ripoli, contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero dell’Interno e la prefettura di Matera, per lo scioglimento del consiglio comunale a causa di sospette infiltrazioni mafiose (LEGGI LA NOTIZIA). Il ricorso di ben 58 pagine, è stato curato dall’avvocato Gianni Di Pierri di Policoro, e reca la firma solo di alcuni ex amministratori, con la prevedibile presa di distanza del gruppo di opposizione. Infatti, firmano l’ex sindaco Ripoli, gli ex assessori Santolo Sabato, Donatella Puce, Sante Pantano, Rosanna Sisto e l’ex presidente dell’assemblea, Silvio De Marco, tutti del “Movimento civico scanzanese”.

Non ha firmato l’avvocato Louise Loscalzo, consigliere di maggioranza e tutta la minoranza in blocco. Il ricorso è anche contro il Comune jonico e, «ove occorra», come si specifica nella parte introduttiva, contro i consiglieri non firmatari e il cittadino Giancarlo Camossi. Come anticipato nei mesi scorsi da Ripoli, che non ha fatto alcun passo indietro, soprattutto dopo aver letto le motivazioni a supporto dell’atto, si chiede l’annullamento, previa adozione di idonee misure cautelari del decreto, ed allegati, del presidente della Repubblica del 27 dicembre scorso in cui si scioglieva il consiglio comunale di Scanzano Jonico e si nominavano i tre commissarie reggenti. Per i ricorrenti, tali provvedimenti, sono «manifestamente illegittimi e resi in assenza dei presupposti di legge».

Nel ricorso, poi, lungo 58 pagine, sono riportate le premesse, e, ovviamente, le motivazioni alla base della richiesta. Motivazioni che tentano di confutare punto per punto, quelle alla base del decreto di scioglimento, come diffusamente argomentato dal Quotidiano del Sud, subito dopo la pubblicazione del testo da parte del ministero dell’Interno. In sostanza, i ricorrenti evidenziano, che lo scioglimento per mafia, in base alle norme in vigore, si rende necessario quando vengono messi a rischio i beni della collettività con azioni «concrete, univoche e rilevanti», di connivenza con la criminalità organizzata, tali per cui l’atto diventa l’unico modo per difendere la collettività stessa. Quindi contestano la sostanziale «insussistenza del loro operato rispetto alle accuse mosse». In altri termini, non ritengono che la loro condotta configuri quella collusione che sarebbe stata accertata dalla Commissione d’accesso, quindi argomentata dal prefetto e dal ministro dell’Interno per giustificare lo scioglimento.

A sostegno di tale tesi, nelle 53 pagine successive, si citano tutti gli episodi contestati, rilevando ad esempio che la Commissione straordinaria «cui attualmente è affidata la gestione del Comune -si legge nel ricorso- ha riconfermato quale responsabile del settore tecnico, l’architetto Marcello Iannuzziello (…), che viene indicato chiaramente come figura di rilievo e ricorrente nello svilimento della tutela del pubblico interesse, in favore di esponenti della criminalità organizzata locale». Quindi si analizzano e si “smontano” tutti i casi contestati, dal concerto del neomelodico, al caso del favore al lido intestato a un affiliato al clan, al terreno per la figlia di Schettino dove si doveva fare la discarica.

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