INDICE DEI CONTENUTI
- 1 FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE:: LE CONDIZIONI FISICHE DOPO I MALTRATTAMENTI
- 2 FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: L’INTERCETTAZIONE E L’USO DELLA VIOLENZA IN MARE
- 3 LA DETENZIONE A BORDO DELLA NAVE-PRIGIONE
- 4 FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: LE CONDIZIONI DI DETENZIONE E LE ARMI PSICOLOGICHE
- 5 FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: IL VALORE SIMBOLICO DEGLI AIUTI UMANITARI
- 6 IL DIRITTO INTERNAZIONALE CALPESTATO IN ACQUE INTERNAZIONALI
- 7 FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: IL DESTINO DELLE IMBARCAZIONI E IL FUTURO DEL MOVIMENTO
Flotilla, il racconto di Depalma, il giovane attivista di Bernalda: «Subite violenze inaudite. C’è un limite per Israele?. Sono stato colpito con un taser e ho subito danni alle mani. Ma sono tra i fortunati…».
Una regione col fiato sospeso, in attesa di capire quale fosse il suo destino e, in seguito, per capire quando sarebbe tornato. Ora Dario Depalma, lucano attivista di Global Sumud Flotilla, è a Bernalda, la sua città, che tanto lo ha sostenuto e che con tanto calore lo ha riabbracciato, al termine dei duri giorni di prigionia vissuti nel porto di Ashdod, in Israele. A bordo di “una nave-prigione” realizzata “appositamente per loro”, per reprimere lo slancio umanitario che ha portato, a più riprese, attivisti di decine di Paesi diversi fianco a fianco su delle barche a vela, con aiuti alimentari per i cittadini di Gaza e, soprattutto, con nel cuore il desiderio di accendere una scintilla di coscienza. Incappando, al termine del viaggio, in un’azione di interruzione forzata da parte di Israele e, soprattutto, di violenza e sopruso durante lo stato di fermo.
Per Depalma, però, quanto accaduto non ha spento il desiderio di utilizzare sé stesso come strumento di aiuto per il prossimo. «Se ci sarà una nuova Flotilla – ha raccontato a L’Altravoce – Quotidiano della Basilicata – sarò pronto a ripartire».
FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE:: LE CONDIZIONI FISICHE DOPO I MALTRATTAMENTI
Dario, come sta?
«Io personalmente sto molto bene. Sono tutto intero, sono uno dei fortunati. Ho però qualche problema sul piano fisico, oggi devo andare in ospedale per un controllo alla mano destra. Ho ricevuto danni sul nervo dovuto alle manette in metallo, provocati dal fatto che erano strette al massimo, peraltro in modo immotivato. Ho dolori alle costole ma sono stato fortunato, perché il trattamento ricevuto, toccato a tutti, non ha lasciato grossi danni. Più di 35 persone hanno riportato rottura delle costole, 3 fino a ieri erano in ospedale in Turchia. Due di loro per polmoni perforati dalle costole rotte e uno col fegato seriamente danneggiato. Sto passando del tempo a casa perché mi rendo conto ora di quanto sia stato difficile per la mia famiglia».
Anche per loro è stato complicato avere informazioni su di lei, specie dopo il fermo…
«Noi viviamo la missione come all’interno di una bolla e ci interfacciamo con intercetti, con il sequestro, con la nave prigione. Noi la stiamo vivendo e la possiamo affrontare. Chi è a casa, sa solo che “suo figlio è stato sequestrato”. Da lì nessuna altra notizia. Posso solo immaginare cosa sia stato per loro».
La condotta dei militari israeliani dopo il fermo ha fatto il giro del mondo. Messa in atto, tra l’altro, senza pretesto.
«Assolutamente sì. Non abbiamo mai dato loro motivo di un’escalation violenta. Tramite Gsf riceviamo infatti una preparazione proprio sulla non violenza, sul non creare motivi di escalation violenta. E di seguire i loro ordini in modo tale da non creare attrito, senza effettuare azioni che possano scatenare reazioni. La violenza utilizzata contro di noi non aveva nessun senso né controllo. E nessun attivista ha dato loro motivi per farlo».
FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: L’INTERCETTAZIONE E L’USO DELLA VIOLENZA IN MARE
Ci racconta il momento del fermo?
«Io ero su una barca che faceva parte di un gruppo di 6 tra quelle intercettate il 19. Due di queste, la Girolama e la Andros, sono state colpite con proiettili di gomma e uno degli attivisti è stato raggiunto sul naso, nonostante tutti gli attivisti avessero le mani alzate, come dimostrato dai video registrati all’interno della camera del pozzetto. Sulla mia imbarcazione, la Don Juan, i militari ci hanno ordinato di andare a prua e stenderci a pancia in giù. Poi ci hanno posizionati in ginocchio sulla prua estrema, con sguardo verso il mare. In quel momento non riuscivo a vedere dietro di me. Siamo stati chiamati per essere perquisiti. Io sono stato l’ultimo.
Mi hanno fatto togliere giubbotto salvagente e felpa, poi mi hanno chiesto se fossi il capitano. Io ho risposto di essere un attivista umanitario e che, sulla nostra barca, non c’erano capitani. Uno dei militari prende il taser e mi dice: “Ora basta scherzare: chi è il comandante?”. Dopo aver ricevuto da me la stessa risposta, mi colpito con il taser sul collo. Dopo avermi rivolto per la terza volta la stessa domanda, mi ha attaccato per la seconda volta. Solo l’intervento di un mio compagno ha impedito che la situazione peggiorasse e che si convincessero dell’assenza di capitani».
LA DETENZIONE A BORDO DELLA NAVE-PRIGIONE
«A bordo sono arrivati a questa violenza nei miei confronti e di tutti. Finché erano sull’imbarcazione a vela sono stati prudenti, ci sono telecamere. Diverso il discorso dopo il nostro arrivo sulla nave militare. Noi la chiamiamo nave-prigione perché di questo si tratta: un cargo militare attrezzato a struttura di detenzione appositamente per noi. È formata, sul ponte, da container che delimitano aree di prigionia da 15 metri per 15, con all’interno tra i 70 e 80 attivisti».
Cosa è accaduto una volta a bordo?
«Una volta entrati, sono stato colpito alle costole e mi hanno intimato di togliere cinta e felpa, lasciandomi con una t-shirt. Successivamente, sono stato letteralmente scaraventato contro un container per la perquisizione. Sono rimasto sempre in una posizione non violenta, mentre verificavano che non avessi nulla di pericoloso».
Con ognuno di voi è stato usato lo stesso trattamento?
«Mentre ero perquisito, ho visto uno dei compagni turchi, scaraventato contro container, con una grossa ferita sulla testa. Nonostante ciò, non ha ricevuto alcun aiuto medico».
FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: LE CONDIZIONI DI DETENZIONE E LE ARMI PSICOLOGICHE
Cosa è successo durante quei due giorni?
«Dopo la perquisizione, mi hanno preso il passaporto e messo nell’area di prigionia, delimitata da quattro container, delimitati con filo spinato e con attorno delle rampe sulle quali camminavano continuamente dei soldati. Io ho notato, anche di notte, almeno tre fucili puntati contro, caricati con proiettili di gomma, e sacche di tela con contrappesi di piombo. Disponevamo di sei bagni chimici, avevamo acqua e pane. Molti di noi erano però già in sciopero della fame, me compreso. Noi dormivamo all’interno di due di questi quattro container. Non c’erano materassi né coperte, abbiamo dormito su pavimenti di legno umido. Hanno utilizzato il freddo come arma psicologica, in modo che non potessimo dormire o farlo bene. Ci ho dormito solo una notte, chi è stato intercettato il 18, purtroppo, ne ha trascorse due in queste condizioni».
FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: IL VALORE SIMBOLICO DEGLI AIUTI UMANITARI
La vostra missione consiste in assistenza concreta. Cosa trasportavano le barche?
«La nostra è una missione umanitaria e, soprattutto, non violenta. A chi ha insinuato che non portassimo realmente aiuti, dico che sulla mia imbarcazione avevamo 450 kg di derrate alimentari, tra farina, biscotti e altri beni. So benissimo che tali quantità non spostano l’ago della bilancia di un popolo che è alla fame, così come non lo avrebbero fatto nemmeno le 25 tonnellate complessive che avevamo con noi. Parliamoci chiaro, due camion portano lo stesso quantitativo».
Eppure Gaza è isolata, soffre e ha bisogno anche che una scintilla apra un varco in ambito politico…
«Già il fatto che Flotilla debba esistere, significa che ci troviamo di fronte a un fallimento generale, delle Nazioni Unite, dei governi e dello Stato italiano, che fa affari commerciali di tipo militare con Israele, rendendosi di fatto complice di un genocidio. Il fatto che il Valico di Rafah sia chiuso e utilizzato come “arma” è una vergogna. Qualche quintale di aiuti umanitari non cambia nulla ma ha valore simbolico. La nostra, inoltre, è una missione politica e non violenta, volta a mettere pressione sui governi. Mettiamo i nostri corpi in pericolo perché i nostri stati complici di tutto questo. E finché non accetteremo questo stato di cose, ci sarà sempre una Flotilla».
IL DIRITTO INTERNAZIONALE CALPESTATO IN ACQUE INTERNAZIONALI
Avete mai pensato di poter arrivare davvero a Gaza?
«La percezione di poterci arrivare c’è sempre stata. Anzi, avevamo già dei piani per l’arrivo, ognuno di noi sapeva esattamente cosa fare e come muoversi una volta sul territorio. Questo perché crediamo nella missione e nella rottura del blocco illegittimo. È una missione che punta davvero agli aiuti umanitari. Quando il diritto internazionale viene calpestato, lì diventa una missione politica. Tra il 29 e il 30 aprile al largo di Creta, 22 imbarcazioni sono state intercettate a più di 700 miglia da Gaza da una fregata israeliana e trasportate su una nave prigione. Qual è il limite per Israele? Sono stati inviati diverse volte messaggi di mayday, senza avere nessuna risposta dalla Guardia costiera greca. Eppure, c’è la convenzione Solas che lo impone. Israele ha superato ogni limite senza nessuna condanna. Ora ha fatto qualcosa di identico in piene acque internazionali, intercettando e sequestrando illegalmente gli attivisti».
Parole di condanna sono arrivate, meno iniziative di sostegno specifico alla vostra missione. Avete avuto la sensazione di essere soli?
«Abbiamo di sicuro avuto la sensazione di aver smosso le coscienze. Ma, personalmente, quella di essere stato abbandonato dal mio stato e dal mio governo. E da un’Unione europea ormai inadeguata. Tuttavia, sento un grande appoggio popolare. E questo mi dà la forza di andare avanti e di pensare a come continuare la lotta per la Palestina».
FLOTILLA, DEPALMA RACCONTA LE VIOLENZE: IL DESTINO DELLE IMBARCAZIONI E IL FUTURO DEL MOVIMENTO
Che fine hanno fatto le vostre imbarcazioni e, in particolare, gli aiuti che trasportavano?
«Molte sono ancora alla deriva. Circa due giorni fa una si è arenata su una spiaggia egiziana e a bordo, naturalmente, sono stati trovati gli aiuti. Delle altre non sappiamo nulla. Nella zona di Creta è iniziato un processo di ricerca e recupero delle imbarcazioni per riportarle eventualmente in un porto sicuro e da lì cominciare un lavoro di rimessa a nuovo. Gli aiuti dovrebbero essere ancora a bordo, a meno che non siano stati sequestrati».
Qual è ora il piano? Ci sarà ancora una Flotilla? E, soprattutto, ci sarà anche Dario Depalma?
«Al momento dobbiamo riprenderci dalla missione apena conclusa. Non si sa se ci sarà una nuova Flotilla. Non significa però che Global Sumud sia finita ma che potrebbe evolversi in Global sumud Movement. Questo significa che Flotilla non sarà l’unico modo per continuare al lotta. Ma è tutto in fase di evoluzione. Se ci dovesse essere nuova Flotilla o nuovi movimenti per la popolazione palestinese, io ne farò parte. Come movimento non siamo morti. Sta funzionando e stiamo lavorando bene. Vorrei però aggiungere una cosa…».
Prego…
«Io ho raccontato la mia prigionia, solo una piccola parte. Vorrei ricordare che l’umiliazione e la violenza che abbiamo subito è solo una parte di quello che 11 mila palestinesi vivono ogni giorno nelle carceri israeliane. Prego chiunque scriva di non dimenticarli e di continuare a tenere i nostri occhi su di loro».
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