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Il potere dei clan e l’egemonia Lorusso su Potenza raccontati in aura dal pentito Marco Triumbari, collaboratore di giustizia, nell’ambito dell’inchiesta Lucania Felix
POTENZA – Il pentito Marco Triumbari (la sua decisione di collaborare con la giustizia risale ad agosto dello scorso anno ndr.) ha risposto a tutte le domande rivoltegli dal pm, Marco Marano (Sostituto procuratore della Dda di Potenza) nel corso dell’udienza, presieduta dal giudice Marcello Rotondi, che si è tenuta ieri nell’aula Pagano del Palazzo di giustizia dove è in corso il processo a carico di una ventina di imputati (altri hanno optato per il rito abbreviato ndr.) nell’ambito dell’inchiesta “Lucania felix”.
Triumbari, imprenditore potentino di 41 anni titolare prima di essere arrestato, del “Diva caffè”, difeso dall’avvocatessa Shara Zolla che è anche preside della Camera Penale di Basilicata, ha reso spontanee dichiarazioni. In aula, oltre agli imputati e ai lori difensori, anche il boss Renato Martorano tornato libero dopo avere scontato, a seguito di varie condanne, 30 anni di carcere in regime di 41 bis.
In collegamento dal carcere dove è detenuto, l’altro boss Dorino Stefanutti il cui figlio, Natale, ha già deposto in qualità di collaboratore di giustizia. Dalle dichiarazioni rese ieri da Triumbari è di fatto emerso che a oggi, il clan che comanda a Potenza, non è Stefanutti- Lorusso (Donato ndr.), gia luogotenente di Martorano che oggi, stando al pentito, sarebbe fuori da tutto.
E proprio contro Donato Lorusso che Triumbari (accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso ndr.), protetto da un paravento e attorniato da quattro agenti, con voce pacata si è “scagliato” maggiormente.
“MI DICHIARO COLPEVOLE MA NON DEL TUTTO”
«Mi dichiaro colpevole – ha risposto a specifica domanda del pm Marano – ma non del tutto. Ho deciso di collaborare con la giustizia per i miei figli e anche perché non faccio parte di nessuna organizzazione mafiosa anche se conosco Riviezzi (Saverio, a capo dell’omonimo clan di Pignola ndr.) Stefanutti e Martorano («Martorano che – ha dichiarato Tiumbari – nel corso di un nostro incontro a Montereale mi disse di “lasciare perdere tutto, di togliermi dai giri che frequentavo e di mettermi a lavorare seriamente e di pensare alla mia famiglia”)». In ogni caso «nel mio locale non si è tenuto mai nessun summit mafioso perché il poliziotto Giambattista Pace ci aveva informato che già da tempo nel “Diva caffé” c’erano cimici)».
Pertanto quando «Stefanutti e Lorusso venivano nel locale si limitavano solo a prendere il caffé e per parlare uscivamo sul retro». Chiacchiere che riguardavano lo spaccio di droga in cui Triumbari era comunque coinvolto «dovendo sottostare ai diktat di Lorusso» che ha «sempre detto di essere lui a comandare a Potenza» in quanto braccio destro di Stefanutti. Triumbari, insomma, si sarebbe trovato invischiato con Stefanutti, Lorusso e Santoro (accusato dal neo pentito di chiedere il pizzo e di «gestire lo spaccio di droga a Potenza») perché «il mio locale non navigava in buone acque» e per guadagnare qualcosa «dai 700 ai 1.000 euro mi fu proposto di indirizzare i clienti che sapvo facevano uso di cocaina o hashish a rifornirsi da Pace padre e Pace figlio».
I pestaggi
L’imprenditore potentino ha anche parlato dei pestaggi subiti da Tortorelli «reo di non avere pagato 2.700 euro di droga a Santoro e Lorusso» e che «una prima volta fu picchiato a sangue, dopo essere stato legato, a casa di Nocito e un a seconda volta in un B&B in piazza XVIII Agosto». Dopo questo secondo pestaggio Triumbari ha dichiarato di avere ospitato Nocito a casa sua «perché non potevo vederlo sempre gonfio in faccia». Tornando al ruolo di Lorusso (per il collaboratore di giustizia un ruolo di vertice ndr.) il neo testimone di giustizia ha anche aggiunto che era proprio lui a dire di «essere il capo» mentre Santoro (ex agente della Polizia penitenziaria ndr.) «era il suo braccio destro ed eseguiva ogni suo ordine».
IL RUOLO APICALE DI STEFANUTTI LEGATO ALLA COSCA GRANDE ARACRI DI CUTRO
Tornando a Martorano, Triumbari, a esplicita domanda del pm Marano, dichiara che «a Potenza ha sempre comandato Stefanutti, legato alla ‘ndrina dei Grande Aracri di Cutro, visto che il suo nome circolava anche nel carcere di Secondigliano, dove sono stato detenuto dopo il mio arresto, mentre a Pignola il dominus era Riviezzi». E in carcere a Secondigliano Lorusso «che era detenuto con me anche se in un’altra cella, si vantava della sua grandezza e della sua potenza, mentre il clan Riviezzi era inferiore a lui e a Stefanutti». Ed è proprio in carcere che i rapporti tra Triumbari e Lorusso si fanno più tesi. Un giorno «che ci siamo incrociati – ha proseguito l’imprenditore potentino – io l’ho salutato e lui di rimando mi ha detto “domani ci vediamo al passeggio» che nel gergo carcerario equivale a una minaccia di morte.
Il carcere
«Io mi sono dannato l’anima perché davvero non riuscivo a capire cosa gli avessi fatto. E così me ne stavo in cella con il blindo chiuso ma lui lo apriva e continuava a insultarmi. Ero l’unico a mangiare “al carrello” e non con il cibo cucinato nelle celle». A prendere le parti di Triumbari Carmelo Talia della ‘ndrina di Africo del clan Romeo (la moglie di Romeo, Teresa, figlia di Talia ndr.) in una precedente udienza ha testimoniato a favore di Martorano negando qualsiasi rapporto con lui. Talia «mi consigliò anche di chiedere di farmi spostare nella sua cella ma poi non se ne fece niente». Anche se poi mi disse di «avere risolto la questione e Lorusso fu messo in un angolo dai calabresi».
Poi «vengo cambiato di sezione e poco dopo mi raggiunge anche Lorusso» che dalla sua cella «non faceva che urlare che ero un infame. Insomma si sentiva un Gesù Cristo».
Il pm Marano ha poi chiesto notizie su alcune affiliazioni.
«Mi risulta – ha detto Triumbari – che Tortorelli è stato “battezzato” nel carcere di Foggia da un foggiano e da un potentino di cui conosco solo il nome: Rocco detto “pupetto”. Mentre Santoro non è stato battezzato in quanto era un’agente della polizia penitenziaria e chi porta o portava la divisa non può essere affilato».
UN GIRO DI ARMI NELLE MANI DI LORUSSO
Per quanto riguarda il giro di armi «tutto era nelle mani di Lorusso» che «prima di essere arrestato si occupava anche della “bacinella”, ovvero di mandare i soldi agli affiliarti al clan».
Dopo l’arresto, invece, se ne uscì «con la frase: chi cucina, magna».
Tornando a Renato Martorano – «è stato lui a sparare contro la porta di casa dell’imprenditore Alfredo Cruoglio anche se in un primo momento avrebbe dovuto farlo Giovanni Quaratino – Triumbari ha ribadito: «mi disse di allontanarmi da tutto e da tutti e di rimettermi sulla buona strada».
Il pm Marano ha poi chiesto lumi sul mercato delle macchinette nei locali pubblici.
Una sorta di monopolio «nelle mani di Antonio Tancredi e di Donato Abruzzese ucciso da Stefanutti».
E anche per le macchinette «Lorusso puntava a prendere tutto in mano in accordo con i calabresi della famiglia Grande Aracri e con Stefanutti».
Tanti i «viaggi fatti da Lorusso in Calabria».
Le intimidazioni
Poi si è passati alla vicenda relativa all’imprenditore Alfredo Cruoglio e all’intimidazione ai suoi danni. Triumbari ha chiamato in causa «l’avvocato Raffaele Cioffi» che «mi ha chiesto di fatto di fare da prestanome, in cambio di soldi, per l’acquisizione di alcune imprese di Cruoglio che Cioffi voleva per sé».
Dopo una pausa si passati al contro esame da parte dei legali degli altri imputati. Repliche del pm Marano e ulteriori precisazioni di Triumbari.
Prossima udienza il prossimo 16 giugno con discussione del pubblico ministero.
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