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«La Jugoslavia, il Paese più complicato d’Europa, che sembrava popolata da milioni di redivivi fuggiti dalla Torre di Babele, costituiva la quintessenza degli incastri e degli attriti culturali balcanici: venti milioni di abitanti con due alfabeti, tre religioni, quattro lingue slave, cinque nazionalità slave, più una dozzina di minoranze che andavano dai magiari ai tedeschi del Banato agli albanesi del Kosovo fino agli italiani della Dalmazia. Circa 250 mila chilometri quadrati, 2000 chilometri di costa, un migliaio di isole, e sette frontiere: Italia, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Albania». Questa è la descrizione che fece della Jugoslavia il giornalista Enzo Bettiza, nato a Spalato nel 1927, nel suo libro “La cavalcata del secolo scorso”. La federazione è andata progressivamente in pezzi dopo la morte del maresciallo Tito (1980). La balcanizzazione che fu. Qualche anno prima la Repubblica socialista federale di Jugoslavia fu la meta del mio primo viaggio all’estero. D’estate. La mia prima vacanza fuori dall’Italia. Perché scelsi proprio la Jugoslavia? Per curiosità e per un pregiudizio rivelatosi grossolano e falso. Circolava, a quei tempi, la leggenda metropolitana secondo la quale le donne dell’Est fossero particolarmente attratte dalle calze velate. E, quindi, facilmente abbordabili. Una cazzata bella e buona ma che allora fece colpo su di me che finsi di crederci. Naturalmente ci furono anche motivazioni accessorie, come la straordinaria bellezza della costa dalmata raccontata da chi c’era stato. Trovai un amico che volle condividere il mio progetto. Partimmo, scortati da una buona riserva di calze di nylon, con la mia Lancia Fulvia berlina, cinque marce e cambio Porche. Ci imbarcammo sul traghetto Tintoretto in partenza da Bari, e, dopo sei ore di navigazione, sbarcammo all’alba in un piccolo porto del Montenegro. La città di Bar, al confine con l’ Albania. La prima cosa che imparai fu una parolaccia che sentii sul molo: “pička materina”. La traduzione è superflua. Apro una parentesi: oggi la spiaggia più bella della penisola balcanica è Lustica Bay, la nuova Saint-Tropez. Una volta sbarcato scoprii che l’arretratezza era dignitosamente vissuta accanto a una forte voglia di modernizzazione. Decidemmo di acquartierarci a Dubrovnik, l’antica Ragusa. La perla dell’Adriatico. Il turismo sulla costa dalmata era molto avanzato per quei tempi e per quel regime politico. Una dittatura temperata da tante concessioni e da diverse tolleranze. Gli americani investivano costruendo orribili alberghi per anziani mandati in Europa a svernare. C’era una presenza massiccia di giovani. Italiani, spagnoli, francesi. E poi l’ alta borghesia proveniente dalle varie capitali: Vienna, Zagabria, Belgrado, Budapest, Praga. Pochi e guardati con sospetto i russi. Assenti i tedeschi che preferivano la dirimpettaia riviera romagnola. C’erano posti-letto per tutte le tasche. Conveniente il cambio lira-dinaro. Ci sistemammo alla periferia della città perché i piccoli proprietari di case, d’estate, fittavano le stanze ai turisti, e loro andavano a dormire nel garage o nella soffitta. Presi dagli attrattori quotidiani – musica, mare, relazioni di ogni genere – non ci accorgemmo né del regime, discreto spione, né dal crogiolo di culture e di etnie che ci circondava. Eravamo immersi in un turismo internazionale con poche pretese e molto on the road, con i suoni, le mode, gli slang. Intensa fu la rimpatriata con la musica autoriale italiana che faceva tendenza. Parecchio intrigante il sound etnico. Il luogo canonico per ogni incontro strategico era lo stradun di Dubrovnik. Sembrava di stare a Gubbio con le basole levigate. Col passare dei giorni e delle ore scemava sempre più la velleitaria idea di fare conquiste con le calze velate che lasciai nella stanza come ignobile trofeo. Erano altri i parametri. Potevi conoscere la scenografa di Zagabria piuttosto che la biologa di Sarajevo. Erano le donne a cacciare le prede. La giornata durava venti ore. Per ricaricare le pile bastavano quattro ore di sonno. La prima scoperta fu l’isola dei nudisti, Lokrum, al largo di Dubrovnik. Io e il mio amico conoscevamo il campo naturista di Isola Capo Rizzuto, sicché ci sentimmo di casa nell’ isolotto. Più a Sud, sulla spiaggia di Sveti Stefan, potevi incontrare Sophia Loren con il seguito di una trentina di valige. E poi l’escursionismo di qualità: le Bocche di Cattaro, Mostar nell’Erzegovina dal cui antichissimo ponte i ragazzini si tuffano ancora oggi per qualche spicciolo sul torrente. E’ come centrare una tinozza da un palazzo di quattro piani. Qualche anno dopo quei luoghi si sarebbero incendiati in una sanguinosa guerra civile. Rovine dappertutto. Il mondo è piccolo e pettegolo. In un angolo, sotto il pergolato di un localino senza pretese, con un violino tzigano in attività, una coppia amoreggia. Innocenti effusioni tra due quarantenni. Strabuzzo gli occhi. Sorpresa: li conosco! Due amanti della mia città. Ci mancava solo Pietro Germi con la cinepresa. Possibile? Possibile. Per un attimo mi sentii un viaggiatore dell’Orient-Express. L’autostima impennò di colpo. Il ritorno in Italia lo feci via terra. Ragusa–Fiume, attraversando Spalato, Sebenico, Zara. Una bella tappa, quasi seicento chilometri. Non si arrivava mai a Fiume. Mi accorsi di essere in una città “italiana” dall’architettura delle case. Non sapevo che Fiume si chiamasse in croato Rijeka. Poi nella notte l’arrivo a Trieste. Italia.

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