La corte di Cassazione
2 minuti per la letturaL’incredibile storia di un giovane di Lamezia Terme assolto dopo 621 giorni di arresti domiciliari ma senza diritto al risarcimento per ingiusta detenzione
LAMEZIA TERME – Ha trascorso 621 giorni agli arresti domiciliari e al processo è poi stato assolto. Ma oltre al danno alla fine pure la beffa: niente risarcimento per ingiusta detenzione. Dopo essere rimasto coinvolto nell’operazione “Crisalide 3” scattata il 14 settembre 2019, al processo il pm aveva chiesto 6 anni per Pasquale Butera, 36 anni, alla fine però è giunta l’assoluzione in via definitiva il 4 gennaio 2022.Da qui la richiesta di essere risarcito per l’ingiusta detenzione, ma la Corte d’Appello di Catanzaro ha rigettato l’’istanza di riparazione con l’ordinanza del 23 settembre 2024. Contro la decisione della Corte d’Appello, Butera ha presentato ricorso in Cassazione. I giudici però lo hanno rigettato.
Il no della Corte d’Appello
Il giudice della riparazione, la Corte d’Appello, «ha individuato comportamenti ostativi al riconoscimento dell’indennizzo – scrivono i giudici della Cassazione nella sentenza che ha confermato il no al risarcimento per ingiusta detenzione – ponendo in evidenza l’acclarata vicinanza di Butera a soggetti inseriti in ambienti criminali dediti al traffico di stupefacenti. Ha ritenuto che la frequentazione con i coimputati del procedimento, integrasse gli estremi di un comportamento gravemente imprudente, suscettibile di determinare l’intervento dell’Autorità».
Su queste motivazioni si è poi basato il ricorso in Cassazione di Butera per la cui difesa il giudice della riparazione «si sarebbe limitato a considerare solo elementi di sospetto a carico del richiedente, già ritenuti tali dal giudice della cognizione, per questo inidonei a giustificare il provvedimento di diniego della richiesta d’indennizzo».
Le motivazioni della Cassazione
Ma per la Cassazione il ricorso è infondato poichè «il giudice della riparazione, ha motivato in maniera puntuale circa le ragioni giustificatrici del rigetto della domanda, offrendo a sostegno della decisione argomentazioni non censurabili in questa sede». Per la Cassazione «in tema di equa riparazione per ingiusta detenzione, osta all’affermazione del diritto alla riparazione il fatto che l’interessato abbia dato causa, per dolo o per colpa grave, all’instaurazione o al mantenimento della custodia cautelare».
«Le Sezioni Unite di questa Corte hanno da tempo precisato che è dolosa – e conseguentemente idonea ad escludere la sussistenza del diritto all’indennizzo – non solo la condotta volta alla realizzazione di un evento voluto e rappresentato nei suoi termini fattuali, sia esso confliggente o meno con una prescrizione di legge, ma anche la condotta consapevole e volontaria i cui esiti, valutati dal giudice del procedimento riparatorio, siano tali da creare una situazione di allarme sociale e di doveroso intervento dell’Autorità giudiziaria a tutela della comunità, ragionevolmente ritenuta in pericolo. Si è quindi precisato, in plurime pronunce, che il diritto alla riparazione per l’ingiusta detenzione non spetti se l’interessato abbia tenuto consapevolmente e volontariamente una condotta tale da creare occasioni di doveroso intervento dell’Autorità giudiziaria, o se abbia serbato una condotta che sia stata idonea a determinare una situazione tale da costituire una prevedibile ragione di intervento dell’Autorità giudiziaria».
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