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Il teatro comunale di Catanzaro

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Tra le regioni d’Italia, la Calabria è quella che parla ancora di più il suo dialetto: quasi un atto d’amore verso la propria storia. Tra dati Istat e testimonianze, come quella di Francesco Passafaro, il teatro diventa il luogo dove la lingua del cuore si rinnova e si trasmette ai giovani


Non scompare, ma cambia pelle. Il dialetto in Italia continua a esistere, trasformandosi nel suo ruolo sociale e culturale, oscillando tra resistenza e progressivo arretramento.
A dirlo sono i dati più recenti elaborati su base Istat, che restituiscono una fotografia complessa e fortemente disomogenea del Paese.

IN CALABRIA IL DIALETTO È ANCORA VIVO


I numeri raccontano una verità chiara: il dialetto è ancora vivo, ma non ovunque allo stesso modo. La Calabria guida questa speciale classifica nazionale, con il 64% dei residenti che utilizza il dialetto nelle conversazioni familiari.
Un dato che va ben oltre la statistica, perché riflette un legame identitario forte, radicato, quasi viscerale con il territorio e la sua storia. All’opposto, regioni come la Toscana registrano appena il 13%, segno di una standardizzazione linguistica ormai consolidata.
Il divario geografico è netto.

DIALETTO, COMPONENTE VIVA DEL QUOTIDIANO


Nel Mezzogiorno – in particolare in Calabria, Campania e Sicilia – il dialetto resta una componente viva del quotidiano, mentre nel Centro e nel Nord-ovest il suo utilizzo si riduce drasticamente, spesso sotto il 15%. Fanno eccezione realtà come il Veneto, dove oltre la metà della popolazione continua a parlarlo in ambito domestico, e le Marche, che si avvicinano al 50%.
Il vero punto critico è però generazionale. L’uso del dialetto cresce con l’età e trova la sua massima diffusione tra gli over 65, mentre tra i più giovani appare sempre più fragile. È qui che si inserisce, con forza, la riflessione di Francesco Passafaro, direttore artistico del Teatro Comunale di Catanzaro che si sforza di preservare l’uso del dialetto come pratica culturale e identitaria, anche attraverso rassegne finalizzate a far conoscere soprattutto ai più giovani le commedie “in lingua” come quelle del maestro del vernacolo catanzarese, Nino Gemelli.

DIALETTO E IDENTITÀ, LA RIFLESSIONE DI PASSAFARO


«È ormai ufficiale: il dialetto si sta perdendo. Si sta perdendo tra i giovani, tra i ragazzi, spesso spinti da genitori che credono che parlare dialetto sia sbagliato», osserva il direttore artistico. Un errore culturale, prima ancora che linguistico. Perché, come sottolinea, i giovani non sono incapaci di distinguere i contesti: «Riuscirebbero benissimo a capire quando usare il dialetto e quando invece è necessario parlare un italiano corretto o persino l’inglese».
Il nodo, dunque, non è la competenza, ma la trasmissione. Ed è proprio questa trasmissione che rischia di interrompersi, trasformando il dialetto da lingua viva a semplice patrimonio da conservare.

«IL DIALETTO È LA NOSTRA RUGA»


Le parole di Passafaro restituiscono al dialetto una dimensione più ampia, quasi antropologica: «Il dialetto è la storia della nostra città, della nostra “ruga”. Dentro ci sono le dominazioni, le trasformazioni, la poesia di un tempo». Un patrimonio che non è solo linguistico, ma culturale e identitario.
«Noi calabresi – osserva Passafaro – spesso ci vergogniamo del nostro dialetto, anche perché in televisione viene associato quasi esclusivamente alla criminalità o alla cronaca nera». Una narrazione distorta, che contribuisce ad allontanare le nuove generazioni da un patrimonio che, invece, meriterebbe di essere valorizzato.
Non è un caso che il teatro diventi oggi uno dei luoghi privilegiati per questa operazione di recupero e rilancio. La rassegna dedicata a Nino Gemelli si inserisce proprio in questa prospettiva: restituire dignità artistica e culturale al dialetto, riconoscerlo come lingua capace di esprimere complessità, ironia, profondità.

MEMORIA E TRASFORMAZIONE, LA SFIDA NEL TENERLE INSIEME


La sfida, oggi, è tutta qui: tenere insieme memoria e trasformazione. Evitare che il dialetto diventi una reliquia, ma anche accettare che non sarà più quello di un tempo. Come suggeriscono i dati e le parole di Passafaro, il futuro delle parlate locali dipenderà dalla capacità di trasmetterle senza irrigidirle, di adattarle senza snaturarle.

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