Il luogo dell'omicidio
4 minuti per la letturaOmicidio a Cetraro, il vescovo di Cosenza Giovanni Checchinato invia una lettera letta ai funerali di Pino Corallo ucciso il 27 maggio
CETRARO – Si sono svolti venerdì 30 maggio, nella chiesa di San Marco Evangelista, i funerali di Giuseppe “Pino” Corallo, il 59enne di Cetraro ucciso con cinque colpi di pistola martedì 27 maggio davanti l’officina meccanica in cui lavorava. Una comunità ancora sconvolta si è stretta attorno alla famiglia, in un clima di dolore e silenzio ferito.
La bara è stata accolta in chiesa dal parroco don Loris Sbarra, che nell’omelia ha voluto ricordare l’uomo oltre i suoi errori, e condannare con fermezza ogni forma di violenza e connivenza con la criminalità organizzata. «La comunità è chiamata a rialzare la testa senza cedere alla paura né a chiudersi nell’omertà – ha detto il parroco –. La cattiva condotta di pochi non può soffocare la bellezza e la dignità che risiedono nel cuore della maggior parte dei cittadini cetraresi. In questo momento di dolore profondo abbiamo bisogno di restare uniti. La violenza non può e non deve mai trovare spazi liberi».
Nonostante i suoi trascorsi giudiziari, Corallo – secondo quanto emerso nei giorni successivi all’agguato – aveva intrapreso un percorso di cambiamento profondo, soprattutto interiore. Uscito dal carcere a febbraio, dopo una lunga detenzione per reati legati ad armi e droga, aveva ricominciato a vivere a piccoli passi: aiutava nella parrocchia, lavorava come meccanico e soprattutto aveva riscoperto la fede. A testimoniarlo è anche una toccante lettera dell’arcivescovo di Cosenza, Giovanni Checchinato, letta durante la celebrazione.
L’arcivescovo, impossibilitato a partecipare di persona, ha voluto lasciare un messaggio forte e personale su un’amicizia nata in un luogo di dolore e maturata nel segno della spiritualità. «Non posso essere presente al funerale di Pino – ha scritto monsignor Checchinato – ma desidero dare la mia testimonianza su di lui, che considero un grande amico. L’ho conosciuto nel carcere di Paola, durante una mia visita. Mi raccontava di come pregasse il rosario ogni giorno, di come insieme ad altri detenuti organizzasse la Coroncina alla Divina Misericordia. Rimasi colpito dal suo sguardo, dal suo sorriso. Gli chiesi se avrebbe detto un’Ave Maria per me ogni giorno. Mi disse subito di sì. E io gli promisi che avrei fatto lo stesso per lui».
Nella lettera, l’arcivescovo racconta di come Pino Corallo non si sia mai lamentato della pena scontata, ma l’abbia accettata con consapevolezza, come parte di un percorso che lo stava portando a cambiare davvero. «Mi parlava con speranza del futuro, grazie alla fede che era cresciuta in lui. Sentiva che la sua vita era cambiata grazie a Gesù e alla sua misericordia. Vedevo in lui le storie del Vangelo: la Maddalena, Zaccheo, Matteo». Una fede che si era tradotta in azioni concrete: «Aiutava don Aurelio in parrocchia, stavano progettando attività per avvicinare altri a quel pensiero meraviglioso della misericordia e del perdono. Era convinto che ciò che aveva trasformato la sua vita potesse farlo anche con gli altri».
L’omicidio di Corallo ha riaperto ferite profonde nella comunità tirrenica. Non solo per la brutalità dell’agguato, ma per il senso di frustrazione e impotenza che ne è derivato. Dopo anni in cui Cetraro sembrava aver ritrovato una fragile calma, questo omicidio – avvenuto in pieno giorno – ha risvegliato il timore di un ritorno a una stagione buia fatta di vendette e regolamenti di conti. Nessuna pista è esclusa: si parla di vecchie ruggini mai sanate, di nuovi equilibri criminali in fase di ridefinizione. Ma c’è anche chi, come la famiglia della vittima, non esclude del tutto l’ipotesi di uno scambio di persona. Resta però il dato oggettivo: l’omicidio è apparso mirato, lucido, senza esitazioni.
«Grazie Pino – ha concluso l’arcivescovo Checchinato – di essermi stato amico. Amico prezioso che pregavi per me qui sulla terra, continua a farlo anche su, dal cielo. Perché nella nostra terra fiorisca la pace, perché la vendetta sia disarmata dal perdono, perché il buio dell’odio si apra alla luce della riconciliazione». Un messaggio che, più delle indagini o dei sospetti, racconta la parte più dimenticata di questa vicenda: la possibilità che un uomo cambi, e che quel cambiamento possa diventare scomodo per qualcuno. A Cetraro, intanto, resta un vuoto. E una domanda senza risposta: perché un uomo che aveva deciso di rimettersi in piedi è stato abbattuto così? Oggi Cetraro resta sospesa tra il dolore e la paura. Ma anche con il compito di non lasciare cadere nel vuoto il cambiamento che Pino Corallo aveva iniziato. Un cambiamento che, forse, faceva paura a qualcuno.
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