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Ad Amendolara, quattro migranti sono stati bruciati vivi per il pizzo sul trasporto: L’unico sopravvissuto della strage denuncia la mafia del Pakistan.
AMENDOLARA (COSENZA) — «Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo». È il racconto lucido e agghiacciante dell’unico sopravvissuto alla strage di braccianti compiuta ieri, 1 giugno2026, ad Amendolara, nell’Alto Jonio cosentino. Il giovane bracciante agricolo, un cittadino afghano che viveva insieme alle vittime a Villapiana, è stato rintracciato e intervistato in esclusiva dal Tgr Calabria. Davanti ai microfoni del giornalista Francesco Salvatore, l’uomo — che è apparso nel video con le braccia vistosamente fasciate a causa delle ustioni riportate — ha mostrato i segni drammatici di una tragedia in cui quattro suoi compagni sono morti bruciati vivi. «Ho pensato di morire», ha confessato. Per la strage, due persone sono già state fermate con l’accusa di omicidio volontario.
BENZINA E UN ACCENDINO PER UN RIFIUTO DI PAGAMENTO
Secondo la testimonianza del sopravvissuto, tre delle quattro vittime erano di nazionalità afghana. Il massacro sarebbe scattato al culmine di una lite legata al racket dei trasporti verso i campi. I due uomini fermati dalle forze dell’ordine avrebbero preteso dalle vittime del denaro per il viaggio, una somma che i braccianti si erano rifiutati di consegnare.
A quel punto si è consumata la barbarie. I due aggressori hanno gettato della benzina all’interno dell’abitacolo del mezzo su cui si trovavano i migranti e subito dopo hanno lanciato un accendino, trasformando il veicolo in una trappola di fuoco che non ha lasciato scampo ai quattro braccianti. Il testimone oculare è riuscito a salvarsi soltanto infrangendo un finestrino e fuggendo prima che le fiamme avvolgessero anche lui.
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LA DENUNCIA DEL SOPRAVVISSUTO DELLA STRAGE DI MIGRANTI BRUCIATI VIVI: «SOTTO MINACCIA DELLE ARMI, C’È UNA GRANDE MAFIA DEL PAKISTAN»
L’intervista esclusiva apre uno squarcio inquietante e drammatico sulle condizioni di schiavitù e caporalato a cui erano sottoposti i giovani migranti nella zona. Il bracciante afghano ha infatti lanciato pesanti accuse, parlando apertamente dell’esistenza di una «grande mafia del Pakistan». Stando alle sue parole, alcuni cittadini pakistani gestivano i lavoratori con metodi violenti. Avrebbero minacciato costantemente i braccianti con l’uso di coltelli e pistole per costringerli a lavorare nei campi. «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no», ha concluso il giovane sopravvissuto.
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