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Uno spunto provocatorio di riflessione del direttore Rocco Valenti su caporali e brava gente per tutte le numerosissime anime belle che stanno intervenendo dopo l’orrore di Amendolara


«I titolari di aziende agricole che impiegano lavoratori, stagionali o non stagionali, al di fuori dei contratti collettivi di qualsiasi livello in vigore o delegando la gestione dei rapporti di lavoro a intermediari che non rientrano nelle casistiche previste dalla legge, sono puniti con la pena della reclusione da 8 a 20 anni». Sufficiente? Tranquilli, questa norma, ovviamente, non esiste. È solo uno spunto provocatorio di riflessione per tutte le numerosissime anime belle che stanno intervenendo dopo l’orrore di Amendolara.

Sì, Amendolara, signor Sindaco, perché di fronte a quello scempio che sarebbe potuto accadere in qualsiasi altro posto, in Calabria come altrove, forse non era necessario esprimere, oltre al dolore e al cordoglio dell’intera comunità per le quattro vittime, il «rammarico che Amendolara venga coinvolta in un grave fatto di cronaca senza averne alcuna responsabilità». Amendolara, bella località sullo splendido Jonio cosentino. E chi lo mette in dubbio? Peraltro, nel caso specifico Amendolara non c’entra niente.

Il “caporalato” (anzi, caporalato senza virgolette perché tanto è fenomeno vecchio e noto) è questione che riguarda – per restare a noi – tutta la Calabria, dallo Jonio al Tirreno, dalle province di Cosenza e Crotone a quelle di Catanzaro, Reggio, Vibo.
Ed è questione, ovviamente, che riguarda solo chi non si attiene alle regole, perché ci sono molti imprenditori che le rispettano, per fortuna. Nella Piana di Sibari come in quella di Gioia Tauro.
Il discorso, dunque, va ben al di là dell’episodio. Siamo tutti belli. La Calabria, come l’Italia, è bellissima, popolata da gente bellissima. Brava gente, insomma. Ma non tutti. Perché del caporalato non si nutrono certo gli imprenditori del Pakistan.

La mafia pakistana. Ci mancava pure questa. Così siamo un po’ più a posto con la coscienza.
L’orrore che hanno suscitato quelle due bestie dalle sembianze umane che hanno dato fuoco a quattro braccianti afgani chiusi come topi nell’auto ferma alla stazione di servizio sulla statale 106 non ha bisogno di essere commentato. Bestie. Come quelle, dalla carnagione più simile alla nostra, che negli anni hanno dato persone in pasto ai maiali o le hanno sciolte nell’acido. Sempre di mafie si trattava. E sempre di bestie.

Eppure il caporalato, a parte le inchieste e i controlli che pure ci sono e pure portano a risultati, scorre silenzioso sullo sfondo delle nostre vite, belle e pulite come le acque di una qualsiasi località balneare calabrese o lucana (sempre per restare dalle nostre parti) dove spesso si affacciano coltivazioni anche di pregio.

E gira gira – Internet sia laicamente santificato – scopri che esistono anche i limiti di legge sul numero delle persone che possono occupare una casa data in fitto. Vogliamo dare un ritocchino anche in questo caso alle sanzioni previste per chi infrange le regole? Vogliamo, per caso, estenderci dall’agricoltura ad altri settori sensibili, per così dire, al fenomeno del caporalato?
Ma no, si dirà, non è con le sanzioni che si combatte un fenomeno del genere, occorre una rivoluzione culturale. Sì, gente brava, sensibile e anche acculturata, già. Siamo fatti così.
I caporali gente cattiva. Ovvio. E chi beneficia del lavoro sfruttato e della dignità umana umiliata? Gente brava. Qualcosa non torna.

«Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite che ne comportino lo sfruttamento ovvero a sottoporsi al prelievo di organi, è punito con la reclusione da otto a venti anni»: questa norma esiste davvero. È la riduzione in schiavitù. Non c’è bisogno di nuove teorie che accostino in qualche modo aspetti del caporalato alla riduzione in schiavitù. È già scritto.

Sull’orrore alla stazione di servizio la giustizia – come si dice – farà il suo corso. Intanto un plauso alle forze dell’ordine che non si sono certo risparmiate nel dare nomi, cognomi e riferimenti a quella scena infernale ripresa dalle telecamere della stazione di servizio. Un apprezzamento particolare, infine, ai vigili del fuoco, un pilastro di questa Nazione. Sono arrivati subito, compatibilmente con il tragitto: il distaccamento più vicino ad Amendolara è ancora quello di Castrovillari. Praticamente un viaggio.

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