5 minuti per la lettura
Agosto a Cosenza diventa il mese del ritorno: tra treni carichi di valigie, abbracci in stazione e storie di partenze, i giovani raccontano cosa significhi vivere lontano da casa e cosa li spinge sempre a tornare.
Agosto: Cosenza e i paesini della provincia tornano a popolarsi di chi, per il resto dell’anno, vive altrove.
I treni arrivano carichi di trolley, zaini logori e visi che portano addosso l’aria di città lontane. Sulle banchine dell’autostazione di Cosenza, i genitori guardano oltre il finestrino per intercettare il primo sorriso. «È sempre un po’ come Natale», dice ridendo Teresa che aspetta la figlia di ritorno dal Nord. Milano, Roma, Bologna, Torino. Tutte diverse, tutte uguali. Muri di cemento, aria pesante, clima cupo e questa nuova versione del “sogno americano” che si è trasferito da Sud nel settentrione d’Italia.
C’è chi è partito per necessità accademica, come Chiara, oggi a Chieti per studiare psicologia: «Quando dovevo iscrivermi all’università, all’Unical non c’era un corso di laurea in psicologia. A Catanzaro sì, ma l’offerta formativa di Chieti faceva più al caso mio. Non volevo andarmene, ma per fare quello che volevo ero obbligata. Non rinnego la scelta, ma qui ho tutti i miei affetti e mi mancano e non vedo mai l’ora arrivino le pause didattiche per scende a Cosenza».
Poi c’è chi, dopo aver provato a partire, ha capito subito che il richiamo di casa era più forte. Miriam, lo dice senza esitazione: «Sono andata a Torino per studiare ingegneria, ma non era la mia dimensione. Troppo distante, troppo impersonale. Dopo pochi mesi, sono rientrata e ho proseguito l’università online, qui a casa. Qualcuno pensa che sia un ripiego perché “l’università vera è troppo più difficile”, ma per me è stata la scelta migliore: studio quando voglio, sto vicino alla mia famiglia e non vivo in un posto che non mi somiglia. E poi posso prendere un treno e in mezz’ora essere al mare».
Tra questi racconti, però c’è anche quello di Mario, studente di economia a Roma. «In certi settori, come lo sport, Roma e le grandi città del Nord sono un altro pianeta. Ho avuto accesso a corsi, eventi, strutture e contatti che qui non ho mai trovato. Non lo nego: questa città mi ha dato molto, mi ha aperto strade che a Cosenza non avrei neanche potuto immaginare di intraprendere. Ma le radici sono le radici. Ho mantenuto il mio accento cosentino e mi arrabbio se non si sente. Non disdegno il mio territorio, ci torno appena posso per una scorta di cuddruriaddri, suppressata e soprattutto Moka Drink. Però so che per alcune cose Roma rimane insostituibile, almeno per me».
Ma qui, mentre loro erano via, nessuno è rimasto fermo. La città di Cosenza non è rimasta vuota. Chi è rimasto racconta di giornate lunghe, di lavoro intenso e di una routine fatta di impegni serrati.
«Il lavoro c’è e spesso la retribuzione è paragonabile a quella del Nord – dice Roberta, studentessa e lavoratrice part-time a Bologna – Cosenza non è ferma come spesso si dice. La differenza con le grandi città non è il lavoro, ma come si gestiscono le risorse. Al Nord operi in un sistema privilegiato, qui invece ciò che produciamo spesso finisce fuori e non torna in investimenti. Non siamo una terra povera, ma impoverita. Con infrastrutture, trasporti seri e lungimiranza politica, a Cosenza non mancherebbe niente. Quando torno qui rinasco. Si respira un’aria diversa. Già solo rincontrare i miei amici e fare una partitella a sette e schiaccia a Santa Teresa e vedere l’alba dall’acquedotto di Cosenza è come riprendere finalmente a vivere davvero».
PER CONSULTARE ALTRI ARTICOLI DI UNICAL VOICE LEGGI QUI
IL RITORNO NON È NOSTALGIA
Eppure, ogni anno, centinaia di ragazzi partono. Alle volte per la moda o l’illusione di trovare altrove una fortuna che, nella pratica, non è più garantita da nessuna parte. Quindi poi ritornano. Desiderosi di rivedere quella città che li ha cresciuti. Desiderosi di trovarsi di nuovo in un posto che sentono di poter chiamare “casa”. Come Alessio che testimonia: «Sono partito per studiare comunicazione a Milano. A detta di tutti un sogno: università prestigiosa, mille opportunità, la città degli influencers. Nella realtà: affitti folli, vita frenetica, rapporti superficiali. Al secondo anno ho fatto le valigie e sono tornato stabilmente a Cosenza. Quest’anno mi sono iscritto all’Unical. Vivo meglio, studio meglio e soprattutto mangio meglio. La domenica era uno strazio senza la pasta alla giancaleone di nonna Carmela».
Intanto, in queste settimane, il centro città rivede volti conosciuti. C’è chi si ferma per un gelato da Zorro con la famiglia per recuperare un tempo perduto: compleanni e anniversari vissuti tristemente in videochiamata. Chi si ritrova ad organizzare gite in Sila o sulla costa Tirrenica con gli amici di una vita per respirare, finalmente, aria pulita, lontano dallo smog delle grandi città del Nord. Per un mese, sembra che tutto sia al suo posto. Poi settembre riporta la malinconia delle partenze.
Ma il ritorno, ormai, non è più solo un momento di nostalgia: è anche un richiamo alla consapevolezza che Cosenza non è una città da abbandonare per forza come si è creduto fino a qualche tempo fa, ma una città da difendere e continuare a far crescere come sta facendo man mano. Con la consapevolezza che certe opportunità si trovano altrove, sì, ma che il valore di casa — se qui lo si vuole coltivare — può diventare il vero punto di forza.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA