INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Professor Stefano Vicari, quali sono le caratteristiche e i campanelli d’allarme che consentono di riconoscere il disturbo dello spettro autistico?
- 2 Al di là delle differenze di gravità, ci sono due grandi aree che caratterizzano lo spettro. Dico bene?
- 3 Nel corso della sua relazione, una ragazza con disturbo dello spettro autistico ha sottolineato che tra i falsi miti c’è l’idea che le persone autistiche non siano empatiche…
- 4 La presunta relazione tra vaccini e autismo è stata più volte oggetto di allarmismi. Possiamo smentire questa fake news e fare chiarezza su cosa è stato accertato scientificamente?
- 5 Quali sono invece i fattori di rischio del disturbo dello spettro autistico?
- 6 Le condizioni ambientali possono favorire la manifestazione del disturbo dello spettro autistico?
- 7 Come viene formulata la diagnosi del disturbo dello spettro autistico?
- 8 Professor Vicari, secondo le evidenze scientifiche, quali sono i trattamenti consigliati per il disturbo dello spettro autistico?
- 9 C’è un messaggio che vuole lanciare a famiglie e insegnanti?
- 10 Professor Vicari, un’ultima curiosità: perché il disturbo dello spettro autistico viene spesso rappresentato con il simbolo del pezzo di puzzle?
In occasione del convegno “Disturbo dello spettro autistico – approcci teorici e proposte di intervento”, abbiamo intervistato il neuropsichiatra infantile Stefano Vicari per fare chiarezza sul disturbo: dai segnali precoci ai fattori di rischio, dalla diagnosi ai trattamenti più efficaci, fino a sfatare i falsi miti che alimentano la disinformazione. Un’opportunità per comprendere l’autismo nella sua complessità, riconoscere i campanelli d’allarme e imparare ad affrontarlo con consapevolezza.
COSENZA – Un confronto autorevole, necessario, capace di coniugare rigore scientifico e responsabilità sociale. Nella sala convegni dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Cosenza, si è tenuto l’incontro “Disturbo dello spettro autistico – approcci teorici e proposte di intervento”. Un appuntamento dedicato al disturbo dello spettro autistico che ha visto la partecipazione di Francesco Craig, professore associato di Psicologia Clinica e delegato del rettore al Counseling Psicologico dell’Università della Calabria (Unical); Angela Costabile, professore ordinario di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione e Referente del corso di studio in Scienze e Tecniche Psicologiche Unical. Focus del convegno è stato l’intervento di Stefano Vicari, professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile dell’Università Sapienza di Roma e primario del Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma.
Obiettivo del convegno? Restituire complessità e profondità a una condizione troppo spesso raccontata attraverso stereotipi o semplificazioni. Il professor Vicari ha sottolineato come il disturbo dello spettro autistico sia una realtà estremamente eterogenea. Si passa da quadri clinici che richiedono supporto continuativo a situazioni in cui la persona raggiunge significativi livelli di autonomia. Le difficoltà nella comunicazione e nella relazione, gli interessi ristretti e le stereotipie (comportamenti ripetitivi, ndr) rappresentano elementi distintivi, ma si declinano in forme e intensità differenti da individuo a individuo. Un passaggio cruciale riguarda l’aumento delle diagnosi, fenomeno che va letto alla luce di una maggiore sensibilità clinica e di strumenti diagnostici più accurati. La diagnosi, basata sull’osservazione del comportamento, non è un’etichetta ma un punto di partenza: deve orientare interventi fondati su evidenze scientifiche, calibrati sull’età e sulle specifiche esigenze comunicative del bambino.
Non solo clinica. Dal confronto è emerso un messaggio forte: non ridurre la vita del piccolo alla sola dimensione terapeutica. Scuola, relazioni, inclusione sociale sono spazi fondamentali di crescita. L’obiettivo non è la conformità a standard astratti, ma il benessere emotivo e la felicità della persona. Nel corso della nostra intervista al professor Stefano Vicari, abbiamo affrontato temi sensibili come la disinformazione sul presunto legame tra vaccini e autismo – smentito dalla comunità scientifica – e il ruolo della genetica, che evidenzia un aumento del rischio statistico all’interno dello stesso nucleo familiare. Da Cosenza è arrivato un invito chiaro: promuovere una cultura della conoscenza, superare paure infondate e mettere al centro la persona nella sua unicità.
Professor Stefano Vicari, quali sono le caratteristiche e i campanelli d’allarme che consentono di riconoscere il disturbo dello spettro autistico?
«Il disturbo dello spettro autistico è una condizione estremamente eterogenea. Sotto questa definizione convivono quadri molto diversi tra loro. Ci sono forme che richiedono un livello di assistenza molto elevato — quelle che definiamo di livello 3 — in cui il bambino, l’adolescente o l’adulto necessita di una presenza costante e di un supporto continuativo. E poi esistono forme più lievi, con maggiori autonomie e possibilità di integrazione, fino a situazioni in cui le caratteristiche autistiche non comportano un vero e proprio disadattamento».
Al di là delle differenze di gravità, ci sono due grandi aree che caratterizzano lo spettro. Dico bene?
«Esatto! La prima riguarda le difficoltà sociocomunicative. Non si tratta solo di linguaggio verbale: la difficoltà sta nell’entrare in relazione, nel comprendere e utilizzare la comunicazione non verbale — lo sguardo, le espressioni del volto, i gesti, il tono della voce — e nella reciprocità dello scambio sociale. La seconda area è quella degli interessi ristretti e dei comportamenti ripetitivi. Parliamo di stereotipie motorie, come sfarfallare le mani o saltellare sul posto, oppure di ripetizioni verbali, come frasi fuori contesto o ecolalie. Possono esserci anche interessi molto circoscritti e intensi o un forte bisogno di routine. Nelle forme più severe queste caratteristiche sono molto evidenti; in quelle più lievi è soprattutto la qualità del comportamento a fare la differenza, più che la quantità».

Nel corso della sua relazione, una ragazza con disturbo dello spettro autistico ha sottolineato che tra i falsi miti c’è l’idea che le persone autistiche non siano empatiche…
«Sì, intorno all’autismo circolano ancora molti stereotipi. Si dice che le persone autistiche non guardino negli occhi, che siano tutte geniali, o che non provino empatia. In realtà, nulla di tutto questo è vero per tutti. L’autismo è un universo molto vario: ci sono persone con difficoltà nel contatto oculare e altre che non ne hanno; alcune hanno talenti particolari, ma non è una regola; e soprattutto l’idea dell’assenza di empatia è profondamente fuorviante. Spesso non è l’empatia a mancare, ma il modo in cui viene espressa o interpretata. Ancora una volta, non è una questione di presenza o assenza di un comportamento, ma della qualità del funzionamento relazionale».
La presunta relazione tra vaccini e autismo è stata più volte oggetto di allarmismi. Possiamo smentire questa fake news e fare chiarezza su cosa è stato accertato scientificamente?
«Questa è una vera e propria fake news, smentita dalla comunità scientifica. Comprendo che molti genitori abbiano notato la comparsa dei sintomi subito dopo una vaccinazione. Tuttavia, gli studi condotti su popolazioni molto ampie — tra cui ricerche su centinaia di migliaia di bambini — dimostrano che non esiste alcun nesso causale tra vaccini e autismo. Esiste piuttosto una coincidenza temporale: i segnali dell’autismo emergono spesso tra i 14 e i 24 mesi, proprio nel periodo in cui si effettuano le vaccinazioni. In alcuni casi una febbre elevata può anticipare la manifestazione di una vulnerabilità già presente, ma questo non significa che il vaccino causi l’autismo. Il disturbo si sarebbe manifestato comunque».
Quali sono invece i fattori di rischio del disturbo dello spettro autistico?
«Quando parliamo delle forme più severe, che richiedono un alto livello di assistenza, il fattore più solido è quello genetico. Nella popolazione generale, il rischio è di circa un bambino su 77 in Italia. Se una coppia ha già un figlio con autismo, il rischio per il secondo sale intorno al 20%, e può aumentare ulteriormente se il secondo figlio è maschio. La familiarità è quindi un fattore di rischio importante, ma non è deterministica. La genetica indica una predisposizione, non un destino inevitabile».
Le condizioni ambientali possono favorire la manifestazione del disturbo dello spettro autistico?
«Oggi sappiamo che l’autismo ha una base genetica importante, ma non esclusiva. Le condizioni ambientali non “causano” l’autismo in senso diretto, tuttavia possono contribuire alla sua manifestazione in presenza di una vulnerabilità biologica. Tra i fattori di rischio studiati troviamo alcune condizioni prenatali e perinatali: la nascita prematura, il basso peso alla nascita, l’età paterna al momento del concepimento — un aspetto ancora oggetto di discussione scientifica — e l’esposizione a inquinanti durante la gravidanza. Si tratta di elementi che, messi insieme, potrebbero contribuire a spiegare almeno in parte l’aumento dei casi osservato negli ultimi anni. È vero che l’incremento delle diagnosi dipende in larga misura da una maggiore capacità di riconoscere il disturbo, ma secondo molti esperti è probabile che giochi un ruolo anche l’aumento di alcuni fattori di rischio nella società.
È fondamentale chiarire un punto: fattore di rischio non significa causa certa. Dire che la prematurità è un fattore di rischio non vuol dire che tutti i bambini prematuri svilupperanno l’autismo, né che chi nasce a termine ne sia esente. È lo stesso principio per cui fumare aumenta il rischio di tumore al polmone o di infarto, ma non tutti i fumatori si ammalano e non tutti i non fumatori sono protetti. Questa distinzione è molto importante, perché aiuta i genitori a comprendere la propria storia senza sentirsi responsabili o confusi di fronte alla diagnosi».

Come viene formulata la diagnosi del disturbo dello spettro autistico?
«La diagnosi di disturbo dello spettro autistico è clinica. Questo significa che si basa sull’osservazione diretta del bambino e sul suo comportamento nelle diverse aree dello sviluppo. L’osservazione può essere supportata da strumenti e test standardizzati, ma non esiste un esame del sangue o una risonanza che “certifichi” l’autismo. Una diagnosi affidabile può essere formulata intorno ai 3 anni di età, ma già tra i 14 e i 18 mesi è possibile cogliere segnali precoci che portano a un sospetto diagnostico e a un monitoraggio attento».
Professor Vicari, secondo le evidenze scientifiche, quali sono i trattamenti consigliati per il disturbo dello spettro autistico?
«Su questo tema esistono linee guida molto precise. In Italia, ad esempio, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato indicazioni basate sulle evidenze scientifiche disponibili. Nella fascia 0–5 anni risultano efficaci gli interventi comportamentali intensivi e naturalistici, in particolare quelli derivati dall’ABA (Applied Behavior Analysis), che rappresenta un grande contenitore metodologico con diverse declinazioni operative. Dopo i 5 anni abbiamo evidenze a favore di approcci educativi strutturati, come il modello TEACCH, e di interventi sulle abilità sociali (social skills training). Per i bambini non verbali, esistono dati solidi sull’efficacia della comunicazione aumentativa alternativa, in particolare del PECS (Picture Exchange Communication System).
In adolescenza, nelle forme più lievi — quelle che definiamo di livello 1 — alcune evidenze suggeriscono l’utilità della psicoterapia cognitivo-comportamentale, soprattutto per la gestione dell’ansia, delle difficoltà relazionali o di eventuali comorbilità. Va detto con chiarezza: non esiste una terapia che “guarisce” l’autismo. Esistono però interventi che possono migliorare significativamente la qualità della vita, l’autonomia e il benessere della persona».

C’è un messaggio che vuole lanciare a famiglie e insegnanti?
«Credo sia fondamentale ricordare che la vita di un bambino non è fatta solo di terapia. La terapia è importante, ma rappresenta una parte della vita, non la sua totalità. Un bambino ha bisogno di relazioni, di gioco, di esperienze, di contatto con i coetanei. Ha bisogno di costruire legami significativi. In questo senso, la scuola svolge un ruolo centrale: non è soltanto un luogo di apprendimento, ma uno spazio di crescita sociale ed emotiva. Ai genitori direi di non lasciarsi assorbire completamente dalla dimensione terapeutica. La vita non è fatta per “fare terapia”, ma per fare esperienze».
Professor Vicari, un’ultima curiosità: perché il disturbo dello spettro autistico viene spesso rappresentato con il simbolo del pezzo di puzzle?
«Sinceramente che non conosco con precisione l’origine di questa scelta simbolica. So però che è un’immagine che personalmente non mi convince fino in fondo. Le persone con disturbo dello spettro autistico vivono una condizione che le porta a percepire il mondo, le relazioni e le emozioni in modo particolare. In alcuni casi, hanno bisogno di un’assistenza significativa, perché da sole non riescono a gestire determinate situazioni; in altri casi, possono raggiungere livelli importanti di autonomia. Ma non si tratta di qualcosa da “completare”. Forse il messaggio più importante da lanciare, soprattutto ai genitori, è un altro. Spesso mi chiedono: “Ma mio figlio sarà come gli altri?”. Io rispondo con un’altra domanda: “In questo momento suo figlio è felice? Perché magari non è come gli altri, ma magari sta bene lo stesso. E questo è ciò che conta davvero».
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