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Durante la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2026, Arisa si lascia andare ad alcune confidenze e parla anche della solitudine e di Mia Martini


SANREMO – Arisa è tornata a Sanremo con una consapevolezza nuova, più nuda e insieme più forte. Lo fa con la serenità di chi ha accettato di fermarsi, di restare «un po’ in panchina», per poi rientrare in campo con gratitudine e con una voglia rinnovata di esserci. «Era giusto così», racconta in conferenza stampa dopo l’esibizione che l’ha portata nella cinquina dopo il voto dei giornalisti lo scorso mercoledì 25 febbraio. «Sono felicissima – dice – . Spero che la mia canzone vi abbia dato la stessa emozione che ha dato a me».

E si lascia andare anche ad un racconto di sé come persona, come donna e non solo come artista. Innamorata dell’amore, lo stesso che spesso l’ha portata alle stelle per poi farla sprofondare. Ma non si è mai persa d’animo. E l’utilizzo dei social come valvola di sfogo e per Arisa è stato un aiuto. Così si lascia andare ad un pensiero.

«Non ho mai nascosto nulla di me. Anche perché ho sempre pensato che la condivisione potesse in qualche modo salvarmi. Anche attraverso i social. Penso che se ci fossero stati i social Mia Martini non sarebbe morta. Non avrebbe sentito la grandissima solitudine che ha sentito e che poi l’ha portata a fare dei gesti così assoluti. Io a volte quando trovo una chiusura da parte del mondo mi confido sui social. Quindi non ho mai nascosto i miei periodi up e i miei periodi down. E ho avuto sicuramente degli alti e bassi che hanno riguardato soprattutto l’amore».

Sul palco dell’Ariston l’artista lucana – otto partecipazioni al Festival, una vittoria e un’esperienza da valletta – dice di essersi sentita «a casa». La paura iniziale di non sentire bene negli auricolari si è sciolta appena è partita l’orchestra. «Ho sentito la mia voce al microfono e ho capito che stava andando tutto bene». Un’esibizione che molti hanno percepito ancora più intensa rispetto alle prove. «Di solito sono più brava in prova e poi sul palco sbaglio tutto. Stavolta è successo il contrario. Vedete la vita? (sorride; ndr)».

Per la serata delle cover, a Sanremo 2026, Arisa ha portato “Quello che le donne non dicono”, con il permesso della sua interprete storica Fiorella Mannoia, accompagnata dal Coro del Regio di Parma. L’idea è quella di «cambiare vestito» al brano, aveva raccontato, spostandolo verso una dimensione più angelica, capace di celebrare la magia del femminile. Ed è riuscita perfettamente nel suo intento. «Mi piace trasportare le canzoni in un altro genere, dare loro un’altra veste», spiega, ricordando gli esperimenti televisivi di qualche anno fa.

Il tema della presenza femminile al Festival torna inevitabilmente al centro del confronto. «Mi piacerebbe che ci fossero più donne», ammette. «Viviamo in un mondo che privilegia un po’ il maschile, ma sono convinta che le cose cambieranno. Dobbiamo crederci e sostenerci tra di noi, con sorellanza vera, non solo a parole». E se si immagina una donna alla direzione artistica, il primo nome che le viene in mente è Elisa: «È una grandissima musicista, per me è la musica».

Il Festival, secondo Arisa, resta una cartina tornasole del Paese. «C’è una fettina di tutto, tra ospiti e artisti in gara. È lo specchio dell’Italia che stiamo vivendo in quel momento». Lei, che lo ha vinto nel 2014 e lo ha attraversato in fasi diverse della carriera, oggi sembra guardarlo con occhi nuovi: meno concentrata sulle medaglie, più attenta al senso profondo dell’esserci. «A trent’anni tutti mi dicevano che bella la tua voce. A quarant’anni voglio solo trovare un po’ di pace. Non mi interessano le targhe, voglio solo esistere». Il rapporto con la voce resta centrale, ma non in termini di perfezione tecnica. «Non è importante che sia perfetta o sempre intonatissima. È importante che sia vera, connessa all’emozione». Un rapporto «anche conflittuale», confessa, perché la voce a volte le restituisce stati d’animo che lei stessa fatica a riconoscere.

Il 17 aprile uscirà il nuovo album, “Fotomosse”, quattordici tracce che raccontano il percorso che l’ha condotta fino al brano in gara “Magica Favola”. «In questi anni lontana da Sanremo ho capito che non ero pronta a confrontarmi con la musica. Mi sono rimessa a studiare, a lavorare seriamente». Il disco attraversa amori, fragilità, una femminilità “scomoda” rispetto a dinamiche che oggi le stanno strette. «Magica Favola è una dichiarazione di libertà e indipendenza». Nel racconto personale non mancano le ombre.

Arisa parla senza filtri degli alti e bassi sentimentali, di relazioni che l’hanno portata «alle stelle» per poi farla sprofondare. «Per l’amore avrei fatto qualsiasi cosa. Meno male che non ho mai abbandonato il mio sogno». Oggi dice di stare bene da sola, di aver capito che alcune dinamiche le fanno male, «come un’allergia» alle relazioni. La musica, invece, è rimasta il punto fermo: «Ho sacrificato tutto per lei. Ma meno male».

L’utilizzo dei social come valvola di sfogo e per Arisa è stato un aiuto. «Non ho mai nascosto nulla di me. Anche perché ho sempre pensato che la condivisione potesse in qualche modo salvarmi. Anche attraverso i social. Penso che se ci fossero stati i social Mia Martini non sarebbe morta. Non avrebbe sentito la grandissima solitudine che ha sentito e che poi l’ha portata a fare dei gesti così assoluti. Io a volte quando trovo una chiusura da parte del mondo mi confido sui social. Quindi non ho mai nascosto i miei periodi up e i miei periodi down. E ho avuto sicuramente degli alti e bassi che hanno riguardato soprattutto l’amore».

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