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Dario De Luca in una scena di "Il Vangelo secondo Antonio"

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COSENZA – Perché vincere premi nazionali importanti non basta. Perché vedersi rappresentato all’estero neppure. Perché sentirsi dire di essere la migliore compagnia della Calabria, o comunque di stare tra le migliori, leggere di essere un punto di riferimento nazionale, aver creato un festival che da vent’anni è guardato con ammirazione dappertutto, non basta. Non basta, non basta mai, non basta mai niente, in Calabria e aver appena vinto (altri) due premi Ubu non serve a cambiare uno stato di cose che non va. E i perché diventano dieci, cento, mille ma la risposta non arriva mai.

Di sicuro non appena sull’argomento stuzzichi Dario De Luca ecco che l’attore, il regista, il drammaturgo, il presidente di Scena verticale, l’imprenditore culturale, tutte le anime che vivono dentro questo uomo dai capelli ricci e scuri come la barba, gli occhiali e i modi garbati, tutto questo, dicevamo, si impasta fino a farlo diventare un vulcano. Il Natale di Scena verticale è quasi coinciso con la vittoria di due premi Ubu: quello a Settimio Pisano, per l’organizzazione di Primavera dei teatri, e quello a Hubert Westkemper per i suoni di Lo Psicopompo. Partiamo da qui.

«Posso dirlo? Siamo considerati ormai un’istituzione nel teatro italiano. A casa nostra, però, sei sempre visto come il brigante che prova a rubare soldi. A me questa roba mi fa uscire di testa».

Veramente?

«Ma sì. Ma sì. Prendiamo premi importanti e la Regione Calabria ci taglia i fondi del 50 per cento. E per un errore amministrativo loro. Non è possibile. Non possiamo essere gestiti da queste persone. Ha ragione Gratteri quando dice: devo entrare nell’amministrazione pubblica. Perché il problema in Calabria non è la ‘ndrangheta. E’ l’amministrazione pubblica. Io di questa cosa sono fermamente convinto. E’ una macchina farraginosa, lenta, arrogante, ignorante, piena di gente che non è all’altezza, che non tiene assolutamente conto del merito e dico di più: non ha assolutamente contezza del lavoro che fa una compagnia teatrale».

E’ un problema di leggi? L’ultima legge sul teatro, in Calabria, non era stata scritta insieme a voi compagnie?

«E infatti non è un problema di leggi. Ma neppure di soldi. I soldi ci sono. L’amministrazione Oliverio ha messo tanti di quei soldi sulla cultura che da quando noi siamo compagnia, cioè trent’anni, non li aveva mai messi nessuno».

Allora il problema qual è?

«C’è una macchina burocratica inutile. Che rende tutto inutile. Inefficace. Che rallenta l’arrivo dei soldi a chi quei soldi ha dimostrato di meritarli e deve spenderli».

Ci fa qualche esempio?

«Quanti ne vuole. A novembre abbiamo firmato l’assegnazione dei fondi per Primavera dei teatri. Ma il festival è stato fatto a maggio. E stiamo parlando di un bando triennale, vinto tre anni fa. Quindi Primavera dei teatri io lo faccio coi soldi miei. I miei, personali, mi faccio il mutuo per fare il festival. E sorvolo sulle discussioni che nascono nelle nostre famiglie».

Poi?

«Mi fanno morire quando ci dicono che le pratiche sono bloccate perché c’è in corso la verifica di secondo livello… ma chi è il secondo livello? Cos’è? Parliamo, ragioniamo e facciamogli capire qual è il nostro mestiere. Perché questi non capiscono quello che facciamo».

Quando si rendicontano le spese le cose vanno un po’ meglio?

«Neanche a parlarne. Loro accettano, per esempio, nelle spese che rendicontiamo, che il furgone sia di proprietà di Scena verticale e che venga ammortizzato negli anni. Poi succede che con quello stesso furgone ci vai in tournèe ma non accettano di rimborsare la benzina. Allora non hai capito quello che facciamo. Se vado ad Empoli con le scenografie e non accetti le spese del furgone, qual è la logica? Lei lo sa che Tiziana è costretta a fare delle richieste mortificanti?».

Tiziana Covello, la vostra amministratrice?

«Proprio lei. Dice che il suo lavoro è diventato mortificante. Le vengono fatte delle richieste, da parte della Regione, che quando poi prova ad esaudirle, la gente ride. Se noleggiamo un furgone alla Maggiore, la Regione per rendicontare chiede il documento d’identità della persona che materialmente ha dato in noleggio quel furgone. Il documento di chi? Dell’amministratore delegato della Maggiore, dell’impiegato allo sportello, di chi? Tiziana, le assicuro, fa telefonate mortificanti».

In altre regioni esistono problemi di questo tipo?

«In nessuna. Neanche in altre regioni del sud. Da nessuna parte è così. Poi dici: siamo la regione della ‘ndrangheta. Ma questa cosa succede solo alla cultura oppure avviene anche, che so, per i lavori pubblici? Chissà».

Ecco perché quando voi compagnie parlate con politici o dirigenti date sempre l’impressione di parlare sempre e solo di soldi…

«E’ ovvio che il ragionamento sui soldi viene fatto, ma i soldi ci sono, e vengono anche spesi. Ma, ripeto, è la macchina che non funziona. Se uno avesse due lire quando ne avrebbe bisogno, quelle due lire che la Regione stessa ti ha assegnato, non ci sarebbero problemi».

Ma voi compagnie non dovreste parlare anche di tematiche, di poetica, di drammaturgia, di teatro insomma. Non è interesse di chi amministra sapere come vengono spesi quei soldi?

«La prego… a questo non si ci arriva mai. Sarebbe bello avere una legge che funzioni a regime sui grandi eventi e ragionare su cosa facciamo con quei soldi. Sarebbe molto interessante. Ma non succede mai. Vuole sapere come è nato lo Psicopompo?».

Dica.

«Lo spettacolo è nato qui, a Cosenza. Provato qui, ai Bocs art, e andato in scena ai Bocs art grazie a un’intuizione di Milvia Marigliano. Perché non mettere questo figlio e questa madre che parlano nel chiuso di una stanza col pubblico che guarda dall’esterno? Per l’audio la stessa Milvia riuscì a procurarmi il contatto di Hubert Westkemper. Le giuro: gli ho mandato il copione alle 7 del mattino, alle 12 mi ha richiamato dicendomi che dopo due giorni sarebbe arrivato a Cosenza per fare un sopralluogo».

E allora?

«Primo: avere Westkemper a Cosenza dovrebbe essere un’occasione per la città. Secondo: lo spettacolo lo hanno visto solo 140 persone. Mi chiamarono dal Comune per dirmi che sarebbe stata necessaria almeno una settimana di repliche, che la città avrebbe dovuto vedere questa cosa pensata e nata qui. Che Invasioni poteva essere il suo contenitore ideale, per di più finanziato. Invece nulla. Neppure la voglia di appuntarsi sulla giacca la medaglia di aver creato un prodotto di qualità. Uno spettacolo pensato a Cosenza, andato in scena a Cosenza, che vince il premio Ubu e che a Cosenza, in pratica, non ha visto nessuno».

Il giorno dopo che si vince un premio Ubu c’è qualche politico che chiama per complimentarsi?

«Macchè. Quest’anno, a dire il vero, il Comune di Castrovillari ha fatto un comunicato di complimenti alla compagnia e a Settimio. E basta».

Lei nei suoi spettacoli, per restare ai più recenti, ha parlato di Alzheimer, di eutanasia. Cos’è che la guida nella scelta degli argomenti?

«Non lo so. Tutti però mi dicono che nonostante io sia una persona vitale, calvinianamente leggera, nei miei testi alla fine parlo sempre e solo di morte. Non lo so perché, ma è così. Da quando scrivo, dal Tingiutu in poi è così. Fa parte del mio vissuto personale, evidentemente, ma con la morte ho un rapporto sereno, non ne ho paura. L’unica cosa è che se morissi mi dispiacerebbe non lasciare abbastanza per gli altri. L’orma. Il segno di un passaggio. Ecco, a questa cosa ci tengo».

Ma lei si sente di più un drammaturgo o un attore o un regista?

«Io mi sento di più un uomo da palcoscenico. Però dell’attore non resta nulla. Eduardianamente parlando, se vuoi lasciare un segno, devi scrivere».

Quanto la ispira vivere a Castrovillari?

«Mi ispira la montagna. Mi ispira il Pollino. Mi piace il Pollino, i suoi colori, la sua sobrietà lucana, direi, e lo dico da uomo della Sila, nato e cresciuto ai piedi della Sila. Da poco poi ho scoperto l’Aspromonte. E’ straordinario come i tre massicci della Calabria siano così belli e tutti belli e magici in maniera diversa».

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