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Antonio Buscè

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Intervista di fine anno all’allenatore del Cosenza Calcio Antonio Buscè, il punto sui rinforzi del mercato invernale


COSENZA –  Una chiacchierata “festiva” con Antonio Buscè è anche l’occasione buona per sbirciare dieci minuti di allenamento e vedere quanto lavoro c’è nell’ impostare un paio di schemi offensivi contro una squadra che si difende bassa, come potrebbe essere il Monopoli alla ripresa del campionato. Interessante, come sempre, assistere agli allenamenti. Finito il lavoro in campo il mister si rende disponibile allo scambio di battute sulla sua avventura alla guida del Cosenza Calcio.

Buongiorno, il dato che molti giornalisti non partecipano alle sue conferenze stampa non vuole essere ovviamente una mancanza di rispetto nei suoi confronti, anzi apprezziamo molto il lavoro che sta facendo. Ci racconti come è arrivato il contatto col Cosenza e se era a conoscenza della situazione che si viveva da queste parti.

«Sinceramente aspettavo anche una piazza con lo scalino più alto e mi ero messo un po’ l’animo in pace a stare fermo. C’era questo Cosenza che si sentiva, ogni tanto si leggeva qualche notizia, di tutto mi informava mia moglie. Lei mi diceva: guarda sei consapevole se ti dovesse chiamare il Cosenza dove vai? Tanti problemi tra tifosi, istituzioni e proprietà. Rispondevo con tranquillità: “Tu lo sai che in mezzo al casino io ci sguazzo e mi sento a casa perché il casino fa per me. Non è che tutte le volte che ho allenato io ho trovato il tappeto rosso, anzi per le poche esperienze che ho, ho sempre trovato delle situazioni abbastanza difficili. Tanto, schiena dritta e testa alta, e ricordati bene da dove arrivo io. Vent’anni di cultura che io ho del calcio è un bagaglio importante quindi io posso andare anche in Ucraina”. Effettivamente ho visto e percepito tutto quello che c’era qua a Cosenza quando sono arrivato. La chiamata, l’ho avuta il 12 di luglio: ero a casa di mia mamma e praticamente ero convinto di non partire. Il 12 mattina verso le 11.30 mi chiama il mio procuratore mi dice: “guarda, ti chiamerà al direttore del Cosenza, era Lupo, perché vuole fare una chiacchierata con te” e poi da lì è partita l’avventura con il Cosenza»

Quindi quello che ha trovato è quello che si aspettava?

«A volte leggi notizie e ti fai magari mille pensieri. Io sono arrivato e ho trovato tutto come mi aspettavo. Mi sono detto: bisogna solo fare una cosa, e cioè allenare e basta. Vedevo che c’erano elementi importanti in questa squadra, ma la problematica consisteva nel fatto che la maggior parte dei giocatori voleva andare via».

Questo è stato il suo capolavoro: mettere tutti in condizioni di accettare l’idea Cosenza.

«Ora è facile, un po’ i risultati, la squadra dove si trova in classifica e cosa sta facendo. Questa dei giocatori che volevano mollare è stata l’unica situazione in cui ho pensato: questo è un disastro. Ho messo da parte il mio lavoro, nei venti giorni di ritiro a Lorica non ho allenato, mi chiamavo singolarmente i ragazzi e parlavo con loro. Perché il problema non è lo stesso di uno che è fuori rosa e rompe i coglioni, la questione è quando uno non vuole restare in un posto, e la parte più difficile è convincere un giocatore, mettendo da parte il mio lavoro, perché è inutile allenare ragazzi che non vogliono stare e vogliono andare via prima possibile. Prima di iniziare una minima esercitazione devi fargli capire che il calcio è anche un lavoro diverso da tutti e che la retrocessione lascia pensieri negativi, ma si può recuperare. La mia bravura, assieme allo staff, è stata proprio curare la parte mentale di questi ragazzi: bisognava trovare la chiave giusta affinché poi tutte le altre iniziavano a funzionare. In questo ho trovato Caporale e qualche altro “vecchietto”».

È stato bravo visto che poi la squadra, superate le prime partite, quando era ancora fortemente incompleta, poi si è formata con una idea di gioco grazie anche all’arrivo di Langella e il ritorno di Ricciardi. C’è stato un momento in cui ha pensato che questa squadra potesse fare di più di quello che ha fatto?

«La prima partita ufficiale in Coppa Italia, ho visto una squadra che aveva voglia di fare nonostante le difficoltà. Quando c’è la partita ufficiale di rendi conto un po’ dove questi ragazzi vogliono arrivare. Quella partita ha dato un po’ alla scossa, la percezione di cosa volevano fare, ma c’era bisogno di trascinarli perché alle prime difficoltà ho visto praticamente la loro testa smontarsi, come un ritornare ai vecchi tempi. E ho detto: uniamoci e cerchiamo di fare il meglio possibile, io e voi assieme, e stiamo lontani da tutte le problematiche che non ci interessano. È stato un grande lavoro insieme al mio staff, siamo tutti e quattro ex Empoli con la cultura di aspettare di sbagliare e ricominciare»

Si può dire che fino a oggi è stato un percorso virtuoso con una sola macchia?

«So a cosa si riferisce. Purtroppo sono quelle situazioni in cui non devi mai perdere l’equilibrio, perché il calcio è tremendo. La partita col Foggia è stata la partita di cui ancora qualcuno si rammarica. È un fatto di mentalità, quando la partita non la puoi vincere, e manca un minuto, non la devi perdere, perché un punto alla fine può fare la differenza in una stagione. Questo girone è il più tosto della serie C».

Mi dica una cosa, com’è il suo rapporto con il presidente Guarascio?

«Ci siamo visti una ventina di volte a cena. Da Lorica gli parlo in maniera trasparente, tant’è vero che lui mi ha detto: “Mister, ma nessun allenatore mi ha mai parlato in questo modo”. Non manco mai di rispetto, ma cerco di far capire tante cose e dico sempre quello che penso. Nella vita e in qualsiasi lavoro ognuno la pensa a modo suo, ma ci deve essere un denominatore comune, una linea guida per fare le cose in un certo modo. So il lavoro che faccio senza mancare di rispetto ai ruoli, perché per me la parola rispetto va oltre tutto. Ho scelto di fare l’allenatore perché so che posso fare qualcosa di importante, ma devo imparare tutti i giorni dal presidente, dall’addetto stampa, dal direttore, dai miei giocatori, dal mio staff, dal magazziniere, perché quello che magari io non vedo, qualcun altro riesce a farlo. Ecco perché mi piace avere un dialogo sereno trasparente e ogni volta coerente»

In conferenza stampa è stato diretto sulle necessità della squadra e sulla disponibilità del presidente. Conferma?

«Ho sentito entusiasmo. Vedo che ha intenzione di fare un qualcosa di importante per la squadra. Sui futuri innesti in squadra sono molto fiducioso. So che stanno lavorando i direttori Roma e Gualtieri».

Numericamente quanti nuovi innesti si aspetta?

«Abbiamo subito infortuni gravissimi e la rosa in alcuni ruoli è deficitaria. Cannavò sta facendo il terzino basso, un ruolo importante per il nostro sistema di gioco. Grande la sua disponibilità. C’è bisogno di far rifiutare qualche giocatore».

Quindi sostituire gli infortunati? I nuovi che stanno arrivando, Ciotti e Emmausso, sono giocatori che le stanno bene?

«Uno l’ho allenato a Vibo e se dovesse succedere che arrivi Ciotti sarà un valore aggiunto a questa squadra, a questo gruppo. Se dovesse succedere che arriva Emmausso, è un giocatore che in questo girone ha fatto sempre gol e sotto quell’aspetto è una garanzia. Devono venire con la bava alla bocca, a Cosenza deve venire gente che deve fare le buche per terra durante la settimana perché poi la domenica è la conseguenza e noi abbiamo bisogno di questa gente. Numericamente servono quattro o cinque elementi. I due giocatori potrebbero essere già oggi a Cosenza e allenarsi col gruppo (si aspetta solo il nulla osta dalle due società, ndr)».

Nel mondo del calcio gode di una buona nomea, non pensa che la serie C le stia stretta?

«Io devo fare la mia gavetta come ho fatto da giocatore dal calcio. Ognuno deve avere i suoi tempi, questo è il secondo anno di Lega Pro, dopo l’anno scorso a Rimini. Non mi faccio problemi perché so che lavoro faccio io, quel valore che posso dare a tutti quelli gravitano attorno a me. Devo crescere, devo imparare, però le spalle c’è tanta roba di anni da calciatore, da allenatore. Ho uno staff importante e con loro ogni giorno c’è un confronto. Se tu pensi che la serie C è un po’ stretta per me, ti rispondo che per me questa è un trampolino di lancio perché cerco di arrivare più alto possibile».

Cosa chiede a questo 2026 che sta arrivando?

«Mi aspetto tanto sotto tutti i punti di vista. Dico sempre che il girone di ritorno è un campionato a parte, perché ogni partita che passa è una partita in meno e non c’è più tempo per recuperare. Si vedranno partite più sporche, magari andremo a giocare dove ci saranno situazioni di squadre in difficoltà di classifica e a quel punto faranno la partita della vita».

Lei sa perfettamente che nonostante sugli spalti casalinghi non vede i tifosi, gode dell’affetto e della passione dei cosentini

«Questo l’ho percepito sin dall’inizio anche se mi sentivo dire “mister che qui c’è l’inferno, c’è la guerra. Però vedevo nel viso delle persone, negli occhi, emozioni quando parlano del Cosenza. L’altra sera ad Aiello Calabro, dove c’è il presepe vivente, mi hanno fermato tante persone e percepisci veramente l’affetto che viene dall’anima di questa gente. E’ uno sconforto vedere il “Marulla” vuoto, mi fa dispiacere perché sarebbe veramente una cosa stupenda vederlo con 10 o 15 mila persone sostenere questi ragazzi».

Buon Anno e in bocca al lupo per tutto

«Grazie viva il lupo. Buon Anno a tutti».

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