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«Tutti i cittadini dovrebbero fare la loro parte. Purtroppo con 2000 famiglie provenienti dall’Aspromonte e residenti qui si è venuta a creare una spessa coltre di omertà».

Parola di Rino Pruiti, sindaco dem di Buccinasco, comune a stretto confine di Milano, 26.000 abitanti, nota alle cronache come la “Platì del Nord” per la rilevante presenza della ‘ndrangheta che ha stravolto la reputazione del Comune lombardo. Pruiti il problema lo conosce sulla propria pelle, considerato che il boss calabrese, Rocco Papalia, 26 anni di carcere scontato, ha pubblicamente dichiarato in televisione che «Il sindaco è meglio che se ne vada, a Buccinasco non c’è mafia», dopo aver subito una reprimenda per l’occupazione del cortile della moglie, per metà requisito dallo Stato.

L’efferato omicidio di Paolo Salvaggio, 60 anni, lunedì mattina, accanto ad una scuola e un giardino pubblico, ha creato allarme al primo cittadino su una presunta violazione della pax mafiosa e l’inizio di una nuova guerra tra clan, al momento tutta da decifrare, non trovando al momento conferme da parte degli inquirenti che indagano sul macabro agguato.

Paolo Salvaggio, detto “Dum Dum”

Selvaggio non era calabrese ma siciliano, originario della provincia di Agrigento. Ma contiguo al celebre clan calabrese Barbaro-Papalia, che in queste contrade ha stravolto il vivere sociale. Non solo ‘ndrangheta, Salvaggio era stato spesso in combutta con diverse consorterie mafiose.

Lo chiamavano “Dum Dum”, a causa dei proiettili che aveva adoperato minorenne per mandare all’altro mondo un buttafuori con il fisico da pugile in un night del Pavese che lo aveva redarguito per non voler pagare il conto la notte del Capodanno del 1978.

“Dum Dum” si era dato alla fuga quella tragica notte di San Silvestro, ma i carabinieri lo avevano beccato dopo 15 giorni di caccia, per poi portarlo al Beccaria che aveva già frequentato per reato meno gravi. Era evaso con altri due ragazzi tingendosi i capelli di rosso per non farsi riconoscere. Ancora una volta era sfuggito alla legge.

Stessa trama del film “Lo spietato” di Renato De Maria, ambientato nella Buccinasco e nella Milano da bere, e che vede Riccardo Scamarcio interpretare un personaggio ispirato a Saverio Morabito, il collaboratore di giustizia calabrese che fece accendere con le sue rivelazioni le luci sulla Platì del Nord, quando l’Italia era distratta da Mani Pulite.

Riccardo Scamarcio nel film “Lo spietato”

Omicidio inquietante quello di “Dum Dum” Salvaggio. Non aveva molta vita davanti, il broker della droga. Tumore terminale alla gola. Stava infatti ai domiciliari, nonostante una pesante condanna fino al 2031. Aveva un permesso del giudice di sorveglianza per uscire da casa dalle 10 alle 12, come faceva ogni mattina per recarsi al bar con la bicicletta.

Lo sapevano bene i suoi killer arrivati con lo scooterone a centrarlo al primo colpo, abbatterlo al secondo mentre tenta la fuga, e infine sparargli alla testa il colpo di grazia mentre è steso a terra. Una modalità da esecuzione mafiosa.

La bicicletta di Paolo Salvaggio, detto “Dum Dum”

Dai primi accertamenti emerge che Salvaggio avesse addosso ben tre telefonini, di cui uno criptato, tipico arnese di lavoro da grande spacciatore.

Salvaggio aveva poco da vivere. E questo si sapeva. Perché ucciderlo in modo così plateale per strada a Platì 2, dove la ‘ndrangheta egemone da circa un ventennio ha scelto di essere immersiva per non dare troppo all’occhio?

“Dum Dum” era trafficante accreditato dai colombiani, ma in contatto anche con la mafia albanese e montenegrina, e indicato non solo come broker di quelli di Platì ma anche del clan Magrini di Bari.

Uno sgarro personale quello del broker di alto bordo o una vendetta trasversale di una nuova guerra dei clan? Una sciarada tutta da decifrare.

Ma nonostante le molte piste sui diversi clan interessati alla vicenda, essendoci di mezzo Buccinasco, si torna a parlare solo di ‘ndrangheta.

Nando Dalla Chiesa, autore del libro “Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord” intervistato da Fanpage, non si sbilancia su una nuova guerra di mafia, ma afferma: «Non volevano nascondersi. E a Buccinasco questa manifestazione di forza la fai solo se fai parte del clan di ‘ndrangheta o se in qualche modo hai avuto il loro consenso. Se così non fosse tra qualche giorno è facile che qualcuno sarà punito».

Ne è convinto anche l’attore e attivista antimafia Giulio Cavalli, attento analista dei fatti lombardi che ha scritto nel suo blog: «Non è mai andata via, la ‘ndrangheta, da Buccinasco e se si è ammorbidita l’attenzione nei suoi confronti, contribuendo a un’ingiustificata pacificazione generale, i motivi sono da cercare sul fatto che forse ne abbiamo parlato poco».

Ne abbiamo sempre scritto al Quotidiano, invece, come testimonia il nostro archivio.

La ‘ndrangheta in Lombardia era stata capace di coniugare da subito la tradizione del legame di sangue e della provenienza e quella del premio ai risultati di merito, anche ad esterni non affiliati al “locale” come Paolo Salvaggio.

Era iniziato tutto negli anni Ottanta. Al bar “Trevi” di Buccinasco, quartiere generale dei Sergi di Platì. A quei tavoli riservati venivano anche Pepè Flachi e Francesco Coco Trovato, calabresi di altri locali che avevano federato la ‘ndrangheta controllando ampie zone che si estendevano dal comasco fino al lecchese per arrivare fino a Milano, rispettati anche da Turatello e Vallanzasca, alleati dei camorristi di Salvatore Batti, fornitori dei catanesi di Johnny Miano.

Ma il brand egemone nel mainstream è quello di Platì a Buccinasco, Papalia e Sergi.

Comprano e smistano armi di ogni tipo in tutta Europa, importano eroina dalla Turchia smistata ai “cavalli” della piazza locale; passano ad acquistare cocaina colombiana che passa da Amsterdam e arriva via Milano a Cosa Nostra. E guai a chi tenta di fregarli. Francesco Batti viene rapito, ucciso a pugni e strangolato. Il suo cadavere finisce nel laghetto del Gudo Park a Buccinasco. Non sarà il solo. Ben 28 omicidi in 5 anni. Ma stanno arrivando la Dda e i collaboratori di giustizia a far crollare l’impenetrabilità della ‘ndrangheta al Nord.

Nel 2008 l’inchiesta Cerberus accerta il predominio dei Barbaro-Papalia tra Buccinasco, Assago e Corsico. Oltre 300 arresti, rapporti con la politica locale e mani sugli appalti. Stando a molte ricostruzioni il locale di Buccinasco sarebbe in sonno, retto da quelli di Corsico.

Negli ultimi tempi le notizie di cronaca nera sulla Platì del Nord erano diventate news su reati di tenore diverso. L’interdittiva del prefetto per una pompa di benzina gestita in modo illecito, l’arresto di qualche affiliato per possesso di pistola e qualche panetto di fumo, qualche estorsione di piccolo calibro. Sembra che gli eredi dei grandi casati emigrati al Nord, quasi sempre imparentati tra loro con matrimoni, si fossero immersi nel piccolo cabotaggio.

Ma è accaduto altro. La rivolta dei lombardi.

Il 5 luglio scorso, dopo le esternazioni di Rocco Papalia (da uomo libero dopo aver scontato la sua pena) alla trasmissione televisiva “Mappe criminali”, in cui il boss rivendica di aver costruito mezza Buccinasco e fatto più del sindaco in carica, scendono in piazza a protestare a Buccinasco circa 50 associazioni e 40 sindaci del circondario rivendicando “La città è nostra”. Qualcosa è cambiato a Buccinasco, la Platì del Nord.

Ora l’omicidio di Paolo Salvaggio detto “Dum Dum” tiene tutti con il fiato sospeso. Anche nella Platì del Nord ‘ndrangheta e antindrangheta si sfidano a distanza aspettando la prossima mossa.

Il luogo della sparatoria in via della Costituzione (FOTO ANSA)

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