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CUTRO – La portata extranazionale della cosca Grande Aracri di Cutro e l’enorme disponibilità di denaro a disposizione dello stesso clan (oltre 250 milioni di euro): è quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare del Giudice per le indagini preliminari Domenico Commodaro, che ha disposto misure restrittive per 16 persone, compreso colui che è ritenuto dagli inquirenti il capo del Locale di Cutro, Nicolino Grande Aracri (LEGGI LA NOTIZIA).

In un passaggio del provvedimento si legge che Nicolino Grande Aracri, con l’intermediazione dell’avvocato del foro di Crotone, Rocco Corda (anche lui tra i sedici arrestati dell’operazione Kyterion II – GUARDA I NOMI DEGLI ARRESTATI) avrebbe realizzato delle ingentissime operazioni finanziarie all’estero.

«Si tratta – è scritto nell’ordinanza – per lo più della realizzazione di cambio valute estere, operazioni di investimento con la formula “blocca fondi”, acquisizione di fidejussioni per partecipare ad investimenti edilizi all’estero». E il quantitativo di denaro a disposizione viene anche quantificato nel provvedimento del Gip, che scrive come «alla base delle operazioni si pone la disponibilità di 200 milioni di euro, come riportato da un estratto conto fornito agli operatori finanziari da Antonio Giuseppe Mancuso». Nello specifico, nel corso delle perquisizioni effettuate, gli inquirenti danno molta rilevanza ad una «fidejusione finalizzata (almeno in un caso) all’aggiudicazione di un appalto milionario, per la costruzione di appartamenti in Algeria».

GUARDA I VOLTI DEGLI ARRESTATI

In pratica, si trattava della costruzione di 1.182 alloggi e per partecipare all’operazione occorreva una «fidejussione bancaria di 5 milioni di euro, a garanzia del contratto». Secondo la ricostruzione effettuata dagli inquirenti, a garanzia di questa fidejussione è stato presentato il conto corrente intestato a Antonio Giuseppe Mancuso (detto Pino) con un saldo superiore ai 200 milioni di euro». Gli inquirenti, però, evidenziano come non siano mai stati accertati contatti diretti tra Nicolino Grande Aracri e Pino Mancuso, ma quello che viene indicato come figura apicale del clan «si avvale di figure che non destino sospetti, come Salvatore Scarpino e l’avvocato Rocco Corda. Proprio in relazione alla posizione di quest’ultimo – si legge ancora nell’ordinanza – si riportano una serie di contatti telefonici tra Mancuso e lo stesso avvocato Corda, dal quale si ricava il suo ruolo di porta voce del “capo”». In un altro passaggio del provvedimento, si legge che l’attività dell’avvocato Corda non può «dirsi “coperta” e o giustificata da qualsiasi mandato legale» (considerato anche che non è mai stato tra i difensori di Nicolino Grande Aracri).

Proseguendo, il Gip scrive ancora: «la sua presenza alle discussioni dimostrano la sua posizione quale quella di professionista deputato a “risolvere” con strumenti formali e apparentemente leciti, le attività imprenditoriali ‘ndranghetistiche intraprese». Infine, in un altro passaggio dell’ordinanza, viene ribadito che «l’avvocato Corda rappresenta “la faccia pulita” da spendere nelle attività della consorteria lecite per loro natura, ma realizzate avvalendosi della condizione di cui all’articolo 141 bis del codice penale». Tornando agli interessi della cosca per l’Africa, e non certo per motivazioni filantropiche, era emerso durante delle investigazioni che sono state effettuate dalla Dia di Roma.

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