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Antonio Seminario

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Fa discutere nella massoneria il decreto con cui Seminario indice le elezioni del GOI per una lista unica, per gli oppositori è un “golpe”.


CATANZARO – Non è più una contesa tra grembiuli su chi debba indossare il collare di gran maestro. È una guerra di potere che ha superato i confini del tempio per approdare nelle aule dei tribunali e, potenzialmente, in quelle delle procure antimafia. Al centro della tempesta c’è il calabrese di Rossano Antonio Seminario, il gran maestro che sta tentando di blindare il Grande Oriente d’Italia (GOI) attraverso un’operazione che i suoi oppositori definiscono senza mezzi termini come un “golpe”. Una manovra che si consuma proprio mentre la magistratura ordinaria dello Stato italiano ha già emesso verdetti pesanti sulla gestione della democrazia interna all’obbedienza massonica più antica e numerosa del Paese.

Il Decreto del paradosso: la Lista Unica

Il 4 maggio 2026, il Vascello ha calato definitivamente la maschera. Con il Decreto N. 46/AS, Antonio Seminario ha indetto nuove elezioni per la carica di gran maestro e della Giunta per il prossimo 31 maggio. Ma si tratta di un paradosso istituzionale che, secondo i suoi oppositori, rasenta l’assurdo: il decreto è firmato da chi, teoricamente, dovrebbe essere solo un candidato, e indice una corsa solitaria. La Commissione elettorale nazionale (C.E.N.), nel verbale del 30 aprile 2026, ha validato infatti una sola compagine: la “Lista N. 1”, con Seminario alla guida e una giunta bloccata composta dai fedelissimi Sandro Cosmai, Giuseppe Trumbatore, Raffaele Sechi, Sergio Monticone, Marco Vignoni e Andrea Mazzotta.

Un plebiscito senza alternative che cancella ogni dibattito democratico interno. Ma la risposta dell’opposizione non si è fatta attendere. Leo Taroni, il candidato romagnolo che ha denunciato brogli sin dal primo turno elettorale del marzo 2024, ha scelto la linea dell’Aventino legale. Non solo i “legalitari” non parteciperanno al voto, considerandolo un atto nullo in quanto frutto di decisioni illegittime assunte per convocarlo, ma hanno appena sferrato un nuovo colpo. Taroni ha dato mandato ai suoi legali di impugnare formalmente il decreto che indice queste nuove elezioni, portando la sfida nuovamente davanti ai giudici civili di Roma. Una mossa che punta a congelare il “plebiscito” di Seminario prima ancora che le urne (unitarie) si aprano.

Lo stop del Tribunale: «Interferenza indebita»

A pesare come un macigno sulla manovra di Seminario è l’ordinanza della giudice del Tribunale di Roma, Flora Mazzaro, emessa il 28 gennaio 2026. Il magistrato è stato categorico: la Gran Loggia non ha il potere statutario di annullare le elezioni a proprio piacimento, specialmente quando il risultato non aggrada i vertici uscenti. La ricostruzione della giudice è chiara: le competenze della Gran Loggia sono tassative e non ricomprendono il potere di cancellare il voto di oltre 18.000 maestri per “ragioni di opportunità”.

La giudice Mazzaro scrive chiaramente che l’annullamento delle precedenti elezioni (dove Taroni risultava vincitore sul campo prima del contestato intervento della Commissione elettorale sui talloncini antifrode) costituisce un’«indebita interferenza con la volontà degli elettori». Nonostante questo provvedimento giudiziario abbia sospeso le delibere del 4 aprile 2025, il blocco calabrese del Vascello ha deciso di tirare dritto, portando l’associazione verso uno scontro frontale con lo Stato che potrebbe portare a conseguenze imprevedibili per la tenuta stessa dell’associazione. I disconoscimenti esteri sono in arrivo.

L’ombra del riciclaggio e il Patto di Palmi

Ma perché tanta ostinazione nel mantenere il controllo, sfidando persino le ordinanze dei giudici di Roma? La risposta potrebbe risiedere negli esposti presentati da Taroni alla Procura di Palmi e alla Stazione dei carabinieri di Ravenna. Si parla di reati pesantissimi che vanno ben oltre lo statuto massonico. Associazione a delinquere finalizzata alla distrazione, al riciclaggio e all’autoriciclaggio, oltre a truffa aggravata ai danni dello Stato e indebita percezione di erogazioni pubbliche.

L’esposto svela un asse inquietante che lega la Calabria a Malta e agli Emirati Arabi. Il 23 marzo 2024, proprio a Palmi, si sarebbe tenuta una riunione segreta della loggia coperta “Flos Mundi n. 7” (appartenente alla Sovrana Gran Loggia di Malta) all’interno delle sedi ufficiali del GOI, con la partecipazione diretta di Seminario. Queste logge maltesi, composte in realtà da cittadini italiani residenti prevalentemente in Calabria, Sicilia e Sardegna, opererebbero al di fuori di ogni controllo della legge Anselmi, protette dalla privacy estera per nascondere i propri elenchi — i famigerati “piè di lista” — e consentire riunioni occulte in territorio italiano. Riunioni che avvenivano peraltro nei templi ufficiali della massoneria regolare italiana.

Il giallo dei due milioni a Dubai

Il cerchio si chiude con il ruolo della Fondazione Onlus del GOI. Taroni ipotizza che i fondi della Fondazione parallela alle logge siano stati drenati verso queste strutture occulte. In questo scenario emerge la figura di Antonino Recca, già vertice della massoneria siciliana e fedelissimo dell’asse Bisi-Seminario. Recca è indicato come l’uomo chiave per le operazioni all’estero: avrebbe fondato a Malta la loggia “Giuseppe Garibaldi” — un paravento per operazioni riservate — e sarebbe recentemente volato negli Emirati Arabi, insieme a un altro “fratello”, per “recuperare” la cifra astronomica di 2 milioni di euro.

A cosa servivano questi denari? Erano fondi dell’Obbedienza o della Fondazione? E soprattutto, perché si trovavano a Dubai? Le domande poste dall’opposizione interna del GOI sono macigni a cui Seminario non risponde, preferendo la blindatura del potere tramite la lista unica.

La Calabria come cassaforte del potere

La Calabria si conferma l’epicentro politico e simbolico di questo terremoto interno alla massoneria italiana. Con circa 200 logge tra regolari e irregolari, la regione è la vera cassaforte di voti che tiene in piedi l’attuale governance del Vascello. Ma è anche la terra dove i nomi eccellenti, come i Bellantone di Vibo Valentia, continuano a influenzare le dinamiche nazionali. Domenico Bellantone, presidente della Corte centrale che ha ribaltato i risultati elettorali favorevoli a Taroni, è figlio di Ugo Bellantone, figura storica del GOI calabrese e della discussa loggia “Morelli” di Vibo.

Il “golpe” elettorale del 31 maggio non è soltanto una questione di cariche onorifiche. Sembra piuttosto la necessità vitale di proteggere un sistema di scatole cinesi e flussi finanziari opachi che si snodano tra Palmi, Ragusa, La Valletta e Dubai. Un sistema che ora rischia di implodere sotto i colpi del nuovo ricorso dei legali di Taroni e delle indagini della magistratura. Se il GOI sceglierà di ignorare l’ordinanza Mazzaro per incoronare Seminario in una corsa senza avversari, la più antica obbedienza d’Italia si ritroverà in un cono d’ombra che ricorda i periodi più bui della sua storia.

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