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L'arresto di Vittorio Raso in Spagna

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C’È un altro pentito eccellente che agita le ‘ndrine calabresi di mezza Italia. Da qualche mese è diventato un collaboratore di giustizia il broker della ‘ndrangheta Vittorio Raso. Il 43enne originario della Calabria sta ammettendo le sue responsabilità in un processo per droga in corso a Torino.

“Ho deciso di cambiare vita perché ero stanco di scappare, di vivere come un latitante sempre in fuga” – ha dichiarato in udienza Raso, soprannominato “l’Esaurito”. Vittorio Raso ha ammesso di non avere più rapporti con i fratelli, dopo la decisione di iniziare a collaborare con la giustizia. Ammette le sue responsabilità, a proposito degli episodi di usura e in materia di armi che gli vengono contestati nel maxi-processo nato dalle inchieste “Criminal consulting” e “Pugno di ferro”, oltre alla partecipazione all’articolazione della ‘ndrangheta che faceva capo, a Torino, ai fratelli Crea.

Egli, finora, aveva sempre negato di far parte della criminalità organizzata calabrese. Nelle inchieste delle procure antimafia di Genova e Torino, Vittorio Raso non solo ha importato enormi carichi di marijuana e hashish dalla Spagna, ma è stato anche coinvolto in un giro di usura ed estorsioni gestito insieme alle mogli dei fratelli Crea. Il nuovo pentito parla in videocollegamento da una località protetta, dopo aver cambiato difensore (dagli avvocati Enrico Calabrese e Gaetano Scalise al collega Paolo Pacciani). Raso, che era recluso nel carcere di Voghera, è stato trasferito in fretta e furia in un altro penitenziario. La sua collaborazione non viene considerata affatto banale. 

Quella di Vittorio Raso è ormai considerato una figura di spicco della criminalità organizzata, con una condanna a 17 anni, 9 mesi e 10 giorni per traffico di stupefacenti, resa definitiva dalla Cassazione nel 2021. Ma lui non si trova. Latitante in Spagna, si era dato alla bella vita. Ristoranti di lusso, orologi di pregio, ristoranti francesi. A novembre del 2020 viene arrestato dalla polizia iberica su input degli investigatori torinesi. Ma in attesa di verifica del Mae (mandato di arresto europeo) spiccato nei suoi confronti, i giudici spagnoli lo mettono ai domiciliari. Addio. Quando arriva la conferma sul provvedimento Raso è già scomparso di nuovo, un fantasma ricercato in mezza Europa. Nel lasso di tempo che lo porterà di nuovo in manette (il 22 giugno del 2022) non avrebbe interrotto il lavoro in cui è unanimemente riconosciuto: il broker. Ci vogliono altri 19 mesi per riprenderlo. Viene fermato sull’Avenida dels Banys, località a cinquanta metri dalla spiaggia di Castelldefels, comune in provincia del capoluogo catalano dimora di vip e di numerosi giocatori del Barcellona calcio. Pare vivesse da quelle parti. Un mese dopo gli arrestano fiancheggiatori e fedelissimi. In un giardino di Nichelino, alla periferia di Torino, viene trovato il denaro contante guadagnato con il narcotraffico, nascosto anche in contenitori per il latte.

Quasi un milione e mezzo di euro interrati, sequestrato durante la maxi operazione della squadra mobile di Torino contro il narcotraffico internazionale che ha smantellato l’organizzazione che faceva capo a Vittorio Raso, il boss della bella vita. Lui faceva il faceva il broker da Barcellona, dove viveva in uno dei quartieri più costosi e rinomati, e gestiva il giro d’affari milionario legato all’importazione di hashish e marijuana, mentre il riciclaggio del denaro avveniva con il metodo “hawala”, nato nel mondo islamico e usato anche in passato per finanziare il terrorismo. L’11 agosto atterra all’aeroporto di Caselle. La Mobile lo aspetta ai piedi della scaletta, ma lui in quel momento forse aveva già deciso. Raso ha manifestato la sua volontà di iniziare a collaborare con la giustizia a settembre scorso. Dalla procura di Torino non filtra uno spillo su questa storia che fa tremare le cosche e apre scenari impensabili, fino a ieri, nella lotta alla malavita calabrese.

A parte le dichiarazioni del nuovo pentito in pubblica udienza, niente altro trapela ma circolano voci di dichiarazioni “scottanti” che gli investigatori sarebbero impegnati a prendere a verbale e verificare. Di cose da dire Vittorio Raso ne ha eccome. Innanzitutto i segreti del narcotraffico internazionale, le rotte della droga nei porti di mezza Europa, i grandi contractor di stupefacenti, i cartelli che si consorziano per comprare maxi-carichi, le famiglie di élite della ‘ndrangheta che governano, in regime di quasi monopolio, il mercato più florido e redditizio del mondo, lui che veniva considerato il re dei narcos tra più influenti in Italia e in Europa. “È il vangelo dei Crea” – dicono in un’intercettazione. Cioè di due fratelli (Adolfo e Aldo Cosimo) che per 10 anni hanno governato le traiettorie criminali delle cosche a Torino, prima di essere ridimensionati con le inchieste Minotauro e Big Bang.

Ma vecchi atti che lo riguardano collocano Vittorio Raso vicino anche alle cosche di Volpiano e di Gioiosa Jonica, famiglie di élite, giovani figli di boss coi quali tentò un’estorsione alla discoteca Life di corso Massimo D’Azeglio nel 2007, ma finì in manette e pagò con una condanna. Nel tempo si era progressivamente strutturato diventando un riferimento assoluto nelle rotte della droga verso l’Italia. E la droga contrabbandata da Vittorio Raso era “firmata” da adesivi e timbri, che erano “marchio di qualità”. Un pentito di quelli veramente eccellenti, che ora potrebbe con le sue dichiarazioni provocare un terremoto tra i clan di ‘ndrangheta. A Torino come a Milano, dove proprio in questi giorni è stato rivelato il nome di un altro pentito in seno ad uno dei clan di ‘ndrangheta più potenti in Lombardia, quello dei Barbaro-Papalia.  Si tratta del 50enne Rosario “Rosi” Barbaro, originario di Platì ma residente a Buccinasco. Nel centro dell’hinterland milanese vive anche il fratello minore di “Rosi”,  Salvatore, che è il genero del superboss Rocco Papalia, scarcerato qualche anno fa dopo 26 anni circa di detenzione.

Dell’inizio della collaborazione con la giustizia da parte di Rosario Barbaro si vociferava da tempo. L’ufficialità delle sue dichiarazioni arriva ora da un verbale di una trentina di pagine risalente al mese di luglio del 2022. Tale verbale è stato depositato proprio in questi giorni nel fascicolo del Tribunale del riesame di Milano, relativo all’operazione di circa metà dicembre scorso, quando la polizia di Stato di Milano, coordinata dalla locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico di una decina di persone ritenute responsabili di associazione a delinquere di stampo mafioso, coercizione elettorale, traffico di droga, tentata estorsione, tentato omicidio e altri reati tutti aggravati dal metodo mafioso. L’attività dei poliziotti della Squadra Mobile ha fatto luce sulle dinamiche della locale di ‘ndrangheta di Pioltello, feudo delle famiglie Maiolo-Manno, originarie di Caulonia.

Barbaro rivela dei particolari riguardanti alcuni componenti delle famiglie Manno e Maiolo di Caulonia e si sofferma a parlare delle sue doti e ad alcune dinamiche del locale di ‘ndrangheta di Buccinasco-Corsico. “Fino alla carcerazione avevo la dote di picciotto all’interno della locale di ‘ndrangheta di Corsico-Buccinasco – dichiara “Rosi”. Un verbale con diversi “omissis”, solo pochi stralci che però fanno tremare non solo i clan della ‘ndrangheta del nord Italia. Intanto il nuovo pentito Rosario Barbaro è già sottoposto al programma di protezione, gestito dal relativo Servizio centrale di interforze.  I suoi verbali potrebbero regalare molte sorprese.

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