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Nave dei veleni, la Dda di Catanzaro interrogò il pentito Fonti nel 2006 ma il verbale non è entrato nel fascicolo finale per alcune imprecisioni. Ora la Commissione bicamerale lo riporta alla luce: troppi misteri irrisolti


Nella storia delle “navi dei veleni” a distanza di 20 anni esatti dalla sua stesura, spunta un verbale inedito, molto importante, di cui il Quotidiano del Sud, è venuto a conoscenza. Si tratta dell’interrogatorio del pentito Francesco Fonti, ad opera della Dda di Catanzaro. Il collaboratore di giustizia, poi deceduto nel 2012, fu sentito, a Milano, dalla direzione distrettuale antimafia catanzarese, il 21 aprile del 2006, dopo la pubblicazione su L’Espresso – con cui nell’occasione collaborò anche il nostro giornale – di un suo memoriale nel quale venivano citate alcune delle cosiddette “navi a perdere” che sarebbero state affondate a largo delle coste calabresi.

L’audizione di Fonti fu gestita dall’allora sostituto Dda, Vincenzo Luberto, oggi procuratore aggiunto, sempre alla procura distrettuale di Catanzaro. Presenti all’interrogatorio il colonnello Elia Carmelo Pallaria, all’epoca comandante del Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro e il legale di fiducia di Fonti, avvocato Guglielmo Busatto del foro di Torino.

Il collaboratore di giustizia, nel 2006 era agli arresti domiciliari come risulta dal verbale visionato ed è ascoltato dal pm di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta Azimut, che nei primi anni 2000 ha dato origine al maxi processo alla cosca Muto di Cetraro (Cosenza).

IL VERBALE SULLA NAVE DEI VELENI CHE SPINGE A RIACCENDERE I RIFLETTORI SUL CASO

Fonti nel memoriale aveva parlato dell’affondamento doloso di una nave, in un punto vicino alla costa cetrarese. Da tale rivelazione scaturì l’interesse della Dda catanzarese, competente su Cetraro e la decisione di convocare Fonti. Il verbale è rimasto inedito, perché poi il pm Luberto scelse di non produrlo nel fascicolo dibattimentale, in quanto nel narrare una specifica circostanza relativa al clan Muto, il pentito Fonti non era stato preciso. Anzi aveva riferito una notizia non attendibile, secondo i riscontri che aveva in mano l’autorità inquirente del tempo.

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Purtuttavia, tale verbale, oggi che la commissione bicamerale su Ecomafia ha voluto riaccendere i riflettori sul caso delle “navi a perdere”, assume una certa importanza. Proprio nei giorni scorsi, infatti, la summenzionata commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal deputato leghista, Jacopo Morrone, su imbeccata del senatore calabrese del Pd, Nicola Irto, facente parte della stessa commissione, ha aperto un nuovo filone d’indagine sui presunti affondamenti delle “navi dei veleni” e sulla prematura e improvvisa morte del capitano di fregata Natale De Grazia, avvenuta nel 1995, mentre, per conto della procura di Regggio Calabria, stava investigando e approfondendo tale ipotesi. Decesso ancora avvolto in una coltre di mistero.

Lo stesso Fonti, in un passaggio, della sua testimonianza, collegò la morte del capitano De Grazia, ai sospetti sulle “navi a perdere” e all’assassinio della giornalista Ilaria Alpi di Rai 3, uccisa nel 1994, in Somalia, dove si era recata per trovare prove sull’ipotizzato smaltimento illecito di rifiuti radioattivi.

IL CLAN MUTO E LE PAROLE DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA

Nel corso dell’interrogatorio condotto dalla Dda di Catanzaro, Fonti, appartenuto a una potente ndrina di San Luca (Reggio Calabria) aveva riferito di aver conosciuto Franco Muto, capo dell’omonima famiglia di ndrangheta, nel 1974, quando faceva il rappresentante di mobili, per essere agevolato nella sua attività commerciale sulla costa tirrenica cosentina.

Il collaboratore di giustizia, dinanzi al magistrato Dda, dichiarò inoltre di aver incontrato Muto in due distinte occasioni. Una, secondo il racconto del pentito messo a verbale, si verificò nel 1993. Fonti, rispondendo alle domande del pm Luberto, sostenne di essersi rivolto a Muto per ottenere un appoggio logistico per l’affondamento di alcune imbarcazioni cariche di rifiuti tossici o radioattivi, che dovevano essere smaltiti all’estero. Queste imbarcazioni sarebbero state affidate a una famiglia di ndrangheta di San Luca, da alcune società estere.

Il contatto con Muto, come Fonti riporta nel verbale, sarebbe avvenuto presso un negozio di mobili. Il pentito avrebbe chiesto e ottenuto dei motoscafi, per procedere a quegli affondamenti. Fonti aggiunge, quindi, di aver poi corrisposto 200 milioni di vecchie lire, ad un uomo del clan cetrarese, come ricompensa per l’appoggio logistico richiesto.

L’INCHIESTA DEL 2009 AL LARGO DI CETRARO

Anche sulla base di tale dichiarazioni, nel 2009 fu avviata una corposa inchiesta che portò all’individuazione di un relitto a 500 metri di profondità, nel mare di fronte Cetraro.

Inizialmente, proprio sulla scorta dei dettagli forniti da Fonti, gli inquirenti ritennero che quel relitto, fosse proprio la nave citata dal pentito, vale a dire la Cunsky, sospettata di aver in stiva rifiuti pericolosi da smaltire. I successivi accertamenti, però, portarono alla conclusione che quella nave colata a picco nel Tirreno cosentino, non fosse la Cunsky di cui aveva parlato Fonti, bensì il piroscafo Catania, affondato nel 1917, durante la Prima guerra mondiale.
Tale scoperta impresse una battuta d’arresto alle indagini sulle “navi dei veleni”. Però come ha recentemente affermato il senatore Irto “ci sono ancore diverse ombre nel discorso”. Per questo la commissione bicamerale d’inchiesta ha riaperto il caso.

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