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Renato Cortese

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Ha anche radici calabresi la storia del super poliziotto Renato Cortese. Dopo la condanna nel caso Shalabayeva, cresce l’appello per restituirgli onorabilità. Portano la sua firma alcune delle indagini antimafia più importanti nel nostro Paese


Ha anche un’anima calabrese, non solo palermitana, la storia del super poliziotto Renato Cortese. E per questo è necessario che anche la Calabria intervenga per restituirgli onorabilità. Palermo, che gli deve molto, lo ha fatto non solo con la cittadinanza onoraria ma affidandogli la presidenza del Premio Borsellino. Dello sconcerto della città siciliana si è fatto portavoce perfino l’arcivescovo, monsignor Corrado Lorefice. Ma anche la Calabria deve molto a questo super sbirro, che ogni tanto rispunta nella sua Santa Severina, affiancato dalla scorta e dal suo cane Pablo. Anche la Calabria dovrebbe prendere posizione a difesa della storia di Cortese, che rischia di essere macchiata da una sentenza secondo molti insensata. Una storia, quella di Cortese, che va rispettata, come chiedono con una raccolta di firme e un appello accorato associazioni e vittime di mafia.

IL CASO SHALABAYEVA

La vicenda è nota. Se ne parla molto, nelle ultime settimane. Nel processo d’appello bis, il 21 novembre scorso, i giudici di Firenze, non accogliendo le richieste della Procura generale che aveva sollecitato l’assoluzione, hanno condannato gli alti funzionari di polizia Renato Cortese, Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma per il caso Shalabayeva. Un’intricata spy story internazionale che ha pregiudicato la carriera del prefetto Cortese, attualmente direttore centrale delle Specialità della polizia di Stato, che però sarebbe potuto arrivare molto più in alto considerate le sue competenze e il suo curriculum.

IL PROCESSO

A Cortese, in particolare, sono stati inflitti 4 anni di reclusione per sequestro di persona legate a irregolarità nelle procedure di espulsione. Una sentenza che ribaltava il precedente giudizio assolutorio, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Un caso iniziato nella notte tra il 28 e 29 maggio 2013, quando Alma Shalabayeva è stata accompagnata dalla Digos presso l’ufficio immigrazione per essere identificata in quanto aveva presentato un documento di identità contraffatto.

Le forze dell’ordine cercavano il marito, il dissidente kazako Muktar Ablyazov, ma alla donna è stata contestata l’accusa di possesso di un passaporto falso. Due giorni dopo, firmata l’espulsione, la donna e sua figlia, la piccola Alua che allora aveva sei, anni, sono state rimpatriate. La donna e la figlia sono poi tornate in Italia e a Shalabayeva nell’aprile 2014 è stato riconosciuto l’asilo politico. All’epoca dei fatti, Cortese era dirigente della Squadra mobile di Roma e Improta a capo dell’Ufficio immigrazione. Armeni, Stampacchia e Tramma erano loro collaboratori.

L’ACCHIAPPALATITANTI

L’acchiappalatitanti che sembrava destinato a diventare capo della polizia è stato così fermato. Molti hanno ancora in mente le immagini in cui lo si vede mentre, senza passamontagna, accompagna in carcere Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza. O ricordano l’arresto di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci. Ma il poliziotto calabrese ha dato la caccia a tanti altri boss mafiosi, tra i quali esponenti di vertice della ‘ndrangheta. Porta anche la sua firma la maxi operazione Crimine Infinito, una delle più vaste messe a segno contro la mafia calabrese.

“CRIMINE INFINITO”

È la prima inchiesta che ha acclarato, con il sigillo della Corte di Cassazione, la struttura unitaria della ‘ndrangheta reggina, tradizionalmente articolata nei tre mandamenti: jonico, tirrenico e Reggio centro. Un’inchiesta che però documentava anche la mutazione genetica della ‘ndrangheta e la sua vocazione affaristica e imprenditoriale che si esprimeva soprattutto in Lombardia. Allora Cortese dirigeva la Squadra Mobile di Reggio Calabria. Tra i successi collezionati, l’arresto di esponenti di spicco della ‘ndrangheta, compreso Giovanni Strangio, latitante per la strage di Duisburg, in Germania. Ma non si può non menzionare l’operazione “Mondo di mezzo”, condotta contro la mafia della Capitale, anche se alla fine processualmente furono riconosciute due associazioni a delinquere “semplici”.

METODO DI LAVORO

Sarebbe sterminato l’elenco di risultati operativi conseguiti in Calabria e fuori dalla Calabria. Cortese è, infatti, un mastino che ha firmato le più importanti indagini antimafia nel nostro Paese e ha stanato i latitanti più pericolosi. Era da poco entrato in polizia quando, nel ’92, subito dopo le stragi di mafia, chiese di essere mandato a Palermo. Da allora ha messo a punto un metodo di lavoro basato sullo studio delle famiglie mafiose e sulla ricostruzione della rete di rapporti dei ricercati, sulle intercettazioni mirate, sui pedinamenti e l’uso di microfoni e microcamere wireless.

MONDO AL CONTRARIO

Sempre in prima linea contro le mafie, nella sua terra d’origine lo si vede di tanto in tanto, per qualche breve periodo di riposo a Santa Severina. Uno dei riconoscimenti che ricevette, nel Crotonese, fu il premio intitolato a Diego Tajani, magistrato e statista nato a Cutro, tra gli antesignani dell’antimafia. Prima che l’associazione “Terra mia” gli consegnasse il premio, a Cutro, dove si svolgeva qualche anno fa la manifestazione “Ricordo dunque esisto” in memoria di Falcone e Borsellino, Cortese spiegò a una platea di ragazzi la cosiddetta zona grigia. «Quando pensate alla mafia o alla ‘ndrangheta – disse il superpoliziotto – non pensate a coppola e lupara, ma a giacca e cravatta». Nessuno allora poteva immaginare quello che sarebbe successo dopo, in un mondo al contrario.

IL “CORTESE” SILENZIO

Tutti parlano del servitore dello Stato. Pochi dell’uomo dietro la divisa che a tanto ha rinunciato mentre andava a caccia di latitanti. “Non è giusto”, ripeteva la gente nella sua Santa Severina, all’indomani della condanna. «Renato ha dimostrato che lo Stato può vincere contro la mafia», ha detto il sindaco del piccolo centro del Marchesato, Lucio Giordano. Gente che sa quanto gli è pesata la lontananza dalla famiglia, da un borgo tra i più belli d’Italia che lo considera figlio suo. Lui, invece, non commenta, fedele a uno stile sobrio e istituzionale, fatto di “cortese silenzio”.

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