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CUTRO (CROTONE) – «Gli elementi che verranno di seguito esaminati consentono di ritenere accertata l’esistenza ultradecennale del “locale” di ‘ndrangheta di San Leonardo di Cutro, in stretta dipendenza dal “locale” di Cutro, che vede fra i principali componenti le famiglie Zoffreo, Mannolo, Trapasso, Scerbo, Falcone e il ruolo apicale di Alfonso Mannolo e Giovanni Trapasso».

Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui, nel maggio scorso, il gup distrettuale di Catanzaro Gabriella Logozzo ha inflitto 360 anni di carcere a 43 imputati nel processo col rito abbreviato scaturito dall’inchiesta che, due anni prima, aveva portato all’operazione Malapianta, contro il clan Mannolo di San Leonardo di Cutro, del quale per la prima volta viene acclarata l’operatività, poiché avrebbe imposto il racket ai villaggi turistici della costa jonica; ma vengono riconosciute anche le proiezioni in Umbria in sinergia col clan Commisso di Siderno.

I pm Antimafia Domenico Guarascio e Antonio De Bernardo avevano chiesto pene per 730 anni. Ma ci sono anche 17 assoluzioni tra cui spicca quella dell’avvocatessa Rosina Levato, del Foro di Catanzaro, con studio a Cropani. Le pene più elevate, a 20 anni, sono state inflitte ai plenipotenziari del clan, Mario Mannolo, deputato al narcotraffico, e Fiore Zoffreo, considerato tra gli organizzatori delle estorsioni, ma è stato assolto Pietro Scerbo, ritenuto il contabile, per cui era stata proposta un’analoga pena.

L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Il gup richiama innanzitutto le intercettazioni da cui emergono rapporti con altre cosche, in primis quella di Cutro, nella cui “provincia” di ‘ndrangheta rientra la cosca sanleonardese, ma anche le captazioni da cui viene fuori una «costante ricerca degli imputati di fonti informative in grado di riferire su vicende giudiziarie di loro interesse».

C’è, per esempio, un’intercettazione in cui Remo Mannolo, figlio del presunto boss Alfonso, dice che «sono arrivati cinque giudici giovani peggio di lui che vogliono fare carriera» e «se tocca altri politici della zona se lo cacciano… lo avevano promosso apposta per cacciarlo». Promoveatur ut removeatur è riferito a “lui”, il procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro, Nicola Gratteri, al quale viene attribuito un simile concetto: «prima devo finire qua e poi me ne vado».

Ma viene evocato anche un gruppo di intercettazioni, per dimostrare l’associazione mafiosa, da cui emerge che gli imputati hanno un atteggiamento prudenziale, oppure tendono a riunirsi per individuare i destinatari degli oboli per i familiari dei detenuti. Nel processo per il clan che sarebbe stato capeggiato dall’ultraottantenne Alfonso Mannolo, il quale però ha scelto il rito ordinario insieme a una trentina di coimputati, erano costituiti parte civile la Regione Calabria assistita dall’Avvocatura regionale, il Comune di Perugia, il Comune di Cutro, Banca Unicredit, l’imprenditore vicentino Stefano De Gasperi, Alberghi del Mediterraneo srl – società che gestisce il villaggio turistico Porto Kaleo – e l’imprenditore proprietario del villaggio stesso (vessato per anni dalla cosca), testimone di giustizia cardine in questa indagine, il lametino Giovanni Notarianni, assistito, come anche la società, dall’avvocato Michele Gigliotti, che aveva chiesto un risarcimento di otto milioni di euro.

Il gup ha disposto condanne al risarcimento di 50mila euro per la Regione Calabria, di 30mila euro ciascuno per i Comuni di Cutro e Perugia. Ma ha disposto anche provvisionali immediatamente esecutive di 20mila euro ciascuno per Notarianni e la sua società e Unicredit, e di 15mila euro per De Gasperi rimandando la quantificazione del danno in separata sede.

LA DISSOCIAZIONE DEL FIGLIO DEL BOSS

Il pm Guarascio nella sua requisitoria aveva ritenuto prezioso il contributo di Notarianni, a differenza di quello fornito dal pentito Dante Mannolo, il figlio del boss. Dal rampollo di una potente famiglia di ‘ndrangheta la Dda pretendeva elementi di novità che un intraneus alla cosca con posizione apicale non ha, invece, apportato: da qui la richiesta di 12 anni di reclusione nei suoi confronti, avendo egli aggirato l’argomento del racket ai villaggi turistici, affaire che la sua famiglia, secondo l’accusa, gestiva da decenni. Il gup lo ha condannato a 9 anni e 4 mesi e ha comunque concesso l’attenuante per la dissociazione, valorizzando le dichiarazioni confessorie come «utile» suo contributo. Parliamo del presunto terminale delle attività economiche del clan, in grado di attuare le «strategie impositive pianificate nei confronti di strutture turistiche e di imprenditori veneti per il recupero di somme indebitamente richieste».

Dante Mannolo si è peraltro ricordato, soltanto dopo la richiesta di condanna pesante, i nascondigli del tesoretto di famiglia, facendo ritrovare 360mila euro in contanti.

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