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Colpo al gruppo Sorbaro di Rocca di Neto, tre imprenditori arrestati dalla Guardia di finanza per bancarotta
ROCCA DI NETO – Tre imprenditori arrestati per la presunta bancarotta del gruppo Sorbaro di Rocca di Neto, operante nel settore del commercio all’ingrosso di carni. In carcere sono finiti Francesco Sorbaro, di 64 anni, e il genero Carmine Marino, di 46. Agli arresti domiciliari Valentina Sorbaro, di 36 anni, figlia di Francesco. Sotto sequestro le società “di comodo” Gruppo Val di Chiana, Macello Coop Italia, Granaio, Realbif, Groupe Europe Import e Sme, tutte con sedi a Rocca di Neto.
DEBITI E DISSESTO
La Guardia di finanza ha eseguito le misure cautelari su disposizione della gip del Tribunale di Crotone Elisa Marchetto, che ha accolto la richiesta avanzata dal procuratore Domenico Guarascio e dalla sostituta Rosaria Multari. Secondo i finanzieri, gli indagati avrebbero creato una super società di fatto, costituita da tre aziende e portata al dissesto attraverso il depauperamento delle risorse finanziarie e la distrazione dei beni. Tra gli anni 2016 e 2024 gli indagati avrebbero accumulato debiti erariali per oltre 730mila euro.
SUPER SOCIETÀ DI FATTO
La super società di fatto, secondo la giurisprudenza, indica un gruppo orizzontale di imprese (società o persone fisiche) che, pur non costituendo formalmente una struttura aziendale, esercitano in comune un’attività economica occulta. Uno strumento di reazione agli abusi della personalità giuridica in frode dei creditori ed in forza del quale, una volta aperta, la procedura fallimentare nei confronti di una prima società viene estesa alle socie di fatto della prima. Le società sottoposte a sequestro sono ritenute lo strumento attraverso cui gli indagati hanno potuto reiterare le proprie condotte illecite a discapito dell’erario e dei creditori.
LA STRATEGIA
Le indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria delle Fiamme gialle di Crotone, avrebbero fatto emergere come gli indagati, in concorso, abbiano amministrato tre società, tutte dichiarate fallite ed operanti nel commercio all’ingrosso di carni, come un’unica entità aziendale. In particolare, gli indagati avrebbero seguito strategia preordinata, fondata sulla sistematica evasione dei tributi fiscali, sulla pluriennale elusione delle obbligazioni previdenziali e sulla distrazione delle utilità derivanti dall’esercizio dell’attività di impresa. Utilità in realtà destinate al soddisfacimento di scopi personali, secondo l’accusa.
SCATOLE VUOTE
Il progetto, secondo gli inquirenti, era quello di celare il proprio agire illecito alle spalle degli amministratori di diritto, in modo da vanificare o osteggiare le azioni di recupero. Un’operazione condotta, sempre secondo l’accusa, grazie alla compiacenza di altre due persone indagate. Raggiunto lo stato di decozione delle società condotte al fallimento una dopo l’altra con effetto domino, ai debitori venivano lasciate mere scatole societarie vuote, gravate da pesanti esposizioni debitorie verso il fisco, prive di beni mobili ed immobili intestati e di dipendenti.
ESERCITO DI CLONI
Gli schermi societari sono descritti nell’ordinanza di custodia cautelare come un “esercito di cloni” attraverso cui gli indagati, con “straordinaria spregiudicatezza”, avrebbero svolto l’attività di impresa affrancandosi da oneri e passività. In caso di azioni esecutive o recuperatorie, i creditori sociali avrebbero potuto aggredire soltanto scatole vuote. Le accuse sono pertanto di bancarotta fiscale, distrattiva e documentale. Gli indagati sono difesi dall’avvocato Mario Nigro.
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