X
<
>

Antonio Seminario

6 minuti per la lettura

Massoneria, sospese dal Tribunale le elezioni con cui il gran maestro calabrese Seminario aveva blindato la successione alla guida del GOI.


CATANZARO – Sembrava tutto pronto per la consacrazione definitiva del gran maestro calabrese. Ma l’illusione di Antonio Seminario di aver blindato la successione al “Vascello” si infrange contro una nuova ordinanza cautelare del Tribunale di Roma. Con l’indizione di elezioni “blindate” per il 31 maggio, l’apparato che sostiene Seminario credeva di aver messo in sicurezza la sua poltrona e quelle della sua giunta. Alla vigilia del voto, il castello di carte è crollato nuovamente sotto i colpi della magistratura ordinaria, che ha sospeso le elezioni.

La manovra della “Lista Unica” e il paradosso del potere

Il decreto con cui Seminario aveva indetto la tornata elettorale portava con sé un paradosso istituzionale che ha sollevato polemiche feroci. Una corsa solitaria, con la “Lista N. 1” formata dai suoi fedelissimi, priva di reali alternative e tesa a cancellare ogni dibattito interno. Il tentativo era quello di legittimare un potere contestato sin dalle elezioni del marzo 2024, quando il risultato favorevole al candidato romagnolo Leo Taroni era stato ribaltato dalla Commissione elettorale nazionale (Cen) per la controversa questione dei talloncini antifrode.

Tuttavia, il Tribunale di Roma, accogliendo il ricorso dell’avvocato Lorenzo Borrè per conto di Taroni, ha demolito questa impostazione. Il giudice Maurizio Manzi, con un’ordinanza che scuote le fondamenta di Palazzo Giustiniani, ha chiarito come «essendo la investitura del Dott. Seminario tuttora sub iudice, si rileverebbe illegittimo il mandato della Gran Loggia al nominato Gran Maestro di indire nuove elezioni». La strategia di forzare la mano è stata smascherata. Il magistrato ha sottolineato che, pur in presenza di una contesa aperta, non si può agire come se nulla fosse accaduto, creando una pericolosa sovrapposizione di poteri.

Il merito della decisione: il monito del magistrato

A far scattare lo stop è stata la natura stessa delle delibere assunte dalla Gran Loggia nel marzo 2026. Il Tribunale ha rilevato, in via cautelare, profili di illegittimità nella gestione del processo elettorale. Il giudice non ha usato mezzi termini nel definire il rischio di una deriva “istituzionale”. «La presente determinazione (che non è tesa in alcun modo ad interferire nei rapporti intersoggettivi) è necessitata dall’esigenza di impedire la concatenazione di eventi che condurrebbe alla attivazione di una crisi istituzionale che riverberebbe i propri effetti sul corretto andamento e sul profilo valoriale della organizzazione associativa», è detto nel provvedimento.

La magistratura ha evidenziato come l’intera procedura deliberativa della Gran Loggia sia viziata. Non si contesta solo il voto “di alzata di mano”, ma la totale mancanza di garanzie. La procedura dell’alzata di mano deve essere accompagnata da quella di «identificazione dei votanti e della conseguente verifica che gli stessi siano legittimati alla votazione», nonché dall’accertamento della «espressione di voto ad opera delle singole Logge». In assenza di questi requisiti minimi di trasparenza, la deliberazione è da considerarsi invalida.

Il “nodo” del talloncino: il voto contro il formalismo

Il merito della controversia giudiziaria si incardina su un conflitto tra la volontà espressa dai maestri e le regole procedurali pretestuose. La Commissione elettorale, in linea con l’attuale dirigenza calabrese, aveva annullato 248 voti basandosi sull’assenza del talloncino antifrode, sostenendo che tale mancanza violasse la segretezza del voto.

Il Tribunale di Roma ha demolito questa impostazione. Il giudice Manzi osserva che «apparirebbe non rispettoso della sede contenziosa, ove deve essere sindacato se la rimozione dei talloncini antifrode dalla scheda di voto ne abbia minato la validità, legittimare la emissione di disposizioni di interpretazione autentica volte a corroborare la tesi favorevole alla invalidazione del voto per violazione della segretezza della stessa». Il principio giuridico ribadito è che l’effettività del voto — e quindi la volontà chiaramente espressa dall’elettore — prevale su un formalismo burocratico che non pregiudica la genuinità della preferenza. Non si possono sacrificare centinaia di voti validi sull’altare di una interpretazione ultra-restrittiva volta solo a ribaltare un risultato elettorale sgradito.

Calabria: l’epicentro della crisi

Il fallimento di questo tentativo di “blindatura” ha conseguenze pesantissime proprio in Calabria, regione che si conferma l’epicentro politico e simbolico del terremoto nel GOI. Con circa 200 logge, tra regolari e irregolari, la Calabria è la vera cassaforte di voti che garantisce la tenuta dell’attuale governance. È qui che la rete di potere di Seminario ha cercato di resistere, ma i giudici, a colpi di ordinanze, stanno disarticolando i fili di un sistema che ora vacilla.

Non si tratta solo di una contesa sul collare di gran maestro. Sulla gestione Seminario pendono ombre inquietanti. Le denunce di Taroni alle Procure non riguardano solo la democrazia interna, ma si spingono verso il sospetto di una rete occulta che, secondo gli esposti, collegherebbe la Calabria a Malta, alla Sicilia e persino a Dubai. In quelle denunce si parla di flussi finanziari opachi, logge coperte e tentativi di distrazione di fondi. Il Tribunale, nel suo bilanciamento di interessi, ha scelto di tutelare l’organizzazione da questo caos, affermando che deve essere privilegiato l’interesse «della organizzazione associativa ad essere regolata sulla scorta di principi coerenti ed univoci e non forieri di instabilità».

Un futuro incerto: il limbo del “Vascello”

La decisione del Tribunale di Roma di fermare le elezioni del 31 maggio lascia il Grande Oriente d’Italia nel limbo. Seminario, che aveva puntato tutto sulla risoluzione rapida della contesa elettorale per mettersi al riparo, si ritrova ora con la strada sbarrata. Il dispositivo dell’ordinanza è chiaro. Il giudice accoglie il ricorso e sospende l’efficacia delle delibere della Gran Loggia del 7 marzo 2026 e, di conseguenza, dei decreti  31/As, 32/As e 33/As adottati dal gran maestro in carica.

L’opposizione interna, forte del sostegno dei magistrati, non intende fare passi indietro. All’orizzonte si addensano nubi ancor più scure. La possibilità di disconoscimenti esteri del GOI e l’attenzione degli inquirenti, sollecitata dall’ala legalitaria, sui flussi finanziari che legherebbero il “Vascello” a paradisi offshore. La “blindatura” calabrese, costruita con tanta cura, si è rivelata vulnerabile. Per Antonio Seminario, la partita per il controllo del GOI è tornata in totale discussione. Il gran maestro calabrese, che pensava di aver spianato la strada verso una gestione incontrastata fino al 2029, si trova ora intrappolato in un procedimento giudiziario che ne mette in dubbio non solo la legittimità elettorale, ma l’intero operato. Seminario dovrà convocare nuove elezioni ma non in via straordinaria, attendendo il tempo regolamentare dei cinque anni di mandato. Presumibilmente, il giudizio di merito sulla causa in corsa arriverà prima della scadenza dei cinque anni.

La lezione che giunge dalle aule di giustizia è che nessuna “interpretazione autentica” o circolare interna può superare i principi di correttezza democratica. La strategia del “muro contro muro” adottata dalla governance calabrese ha prodotto l’effetto opposto: l’isolamento dell’obbedienza e la costante ingerenza della magistratura chiamata a decidere su questioni che avrebbero potuto trovare soluzione nel dibattito interno. Oggi, il Vascello naviga in acque agitate e senza una guida pienamente legittimata.

LEGGI ANCHE: Massoneria, “golpe” del gran maestro calabrese Seminario per blindare il GOI

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA