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CROTONE – I militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e della Sezione Operativa Navale di Crotone, hanno dato esecuzione, emessi dal gip di Catanzaro Pietro Carè, di sei misure cautelari tra le quali spicca l’obbligo di dimora a Isola e il divieto di esercitare uffici direttivi delle persone giuridiche e imprese per dodici mesi a carico di Antonella Stasi, ex vicepresidente della Giunta regionale della Calabria e nota imprenditrice anche nel campo della sanità.

L’inchiesta, coordinata dai pm della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio e Paolo Sirleo, avrebbe fatto luce su una frode nel settore delle energie rinnovabili e del traffico illeciti di rifiuti. I militari del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e della Sezione operativa navale di Crotone hanno eseguito, su ordine del gip distrettuale Pietro Carè, le misure del divieto di dimora a Isola e l’interdizione per un anno dall’attività professionale oltre che per la Stasi, di 55 anni, proprietaria dell’azienda agricola sequestrata, anche per il rappresentate legale Anna Crugliano (47) e due dipendenti amministrativi Francesco Carvelli ( 57), di Crotone, e Salvatore Succurro (42), di Crotone. Per Antonio Muto (58), di Cutro, e Raffaele Rizzo (50), di Cutro, è stato disposto l’obbligo di firma.

Disposto inoltre il sequestro preventivo, anche per equivalente, della somma di euro 14.532.921, quale profitto del reato conseguito dalla citata società. I

I provvedimenti cautelari giungono al termine di una complessa indagine, denominata “Operazione Herebo lacinio”, coordinata dal procuratore capo Nicola Gratteri e diretta dai sostituti procuratori Paolo Sirleo e Domenico Guarascio, che ha consentito di far luce sull’esistenza di un’associazione per delinquere, con al vertice i proprietari della società agricola coinvolta, finalizzata al conseguimento degli incentivi pubblici, erogati dal Gestore dei Servizi Energetici (G.S.E.), per la produzione di energie da fonti rinnovabili.

La frode messa in atto aveva fatto sì che al GSE venissero comunicati dati non veritieri sia nella fase di progettazione e costruzione dell’impianto di biogas, ubicato a Isola di Capo Rizzuto, che in quella di utilizzo dello stesso permettendo alla società di percepire indebitamente nel periodo dal 2011 al 2018 incentivi pubblici per oltre 14 milioni di euro.

Gli approfondimenti investigativi, eseguiti anche mediante attività di osservazione e pedinamento dei mezzi aziendali, hanno consentito altresì di verificare anche l’utilizzo di biomasse di origine animale e vegetale in difformità alla normativa di riferimento con la conseguente qualificazione delle stesse come rifiuto e pertanto non più utilizzabili nel ciclo di produzione di energia pulita.

Sono stati numerosi, secondo gli inquirenti,gli episodi di sversamento nelle campagne isolitane del prodotto derivante dalla produzione di biogas, il cosiddetto digestato, in assenza di un Piano di Utilizzazione Agronomica.

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