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LA MALATTIA della spesa storica torna a farsi sentire sotto pandemia. Torna in realtà una malattia mai curata, che aggrava un paziente già in pessime condizioni come l’Italia. La Corte dei conti lo dice chiaramente nel suo Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, licenziato tre giorni fa. Incrociando, per diagnosi e cura, la linea di Bankitalia.

IL MALE ANTICO

Se, infatti, a livello internazionale «l’eccezionale evento pandemico di inizio 2020 si iscrive in un contesto macroeconomico già segnato da un marcato rallentamento» – con l’Italia che subisce uno “stravolgimento” con una contrazione del Pil reale dell’8% e fino al 13% per Bankitalia nell’anno in corso, rispetto alle già modeste previsioni di ripresa del Pil (dallo 0,2 allo 0,3%) avanzate prima del lockdown dalla Nota di aggiornamento del Def di settembre e dal Documento Programmatico di Bilancio – ai giudici contabili non sfugge una questione di metodo semplice quanto cruciale riguardo la leva del federalismo fiscale. Vale a dire l’impossibilità di prescindere da «ciò che le risorse debbono finanziare». Qui, però, il processo di decentramento si sarebbe più volte interrotto, soprattutto riguardo le funzioni fondamentali delle Regioni – prima fra tutte la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni – la cui inadempienza non può non essere letta alla luce dei robusti tagli di risorse e di personale soprattutto al Sud. Il risultato? «Non è ancora stabilito il percorso di superamento del criterio della spesa storica».

Non solo. «Le recenti istanze di regionalismo differenziato – scrive la Corte – rendono potenzialmente ancora più problematico il percorso verso un quadro stabile di federalismo simmetrico. Anche per gli enti locali appare fermo il processo di definizione dei fabbisogni legati alle funzioni fondamentali, e molta incertezza, negli anni, si è manifestata sul ruolo di specifiche fonti di finanziamento».

TUTTO DA RIFARE

Insomma, tutto o quasi da rifare. E proprio riguardo un criterio come la spesa storica che non solo è antieconomico e discriminatorio riguardo salute e istruzione – i due settori a maggiore diseguaglianza geografica pur essendo i più grandi per numero di personale impiegato – ma inammissibile per legge. Lo “scopriamo” poche settimane prima del lockdown da quello che il Cnel manda a dire a Parlamento e governo riguardo i livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini attraverso 13.000 istituzioni pubbliche e 3 milioni e mezzo di dipendenti. Un documento di oltre 400 pagine che, prima ancora di elencare i numeri dei pazienti intercettati o meno dai 20 sistemi sanitari regionali, dei bambini accolti negli asili nido, dei laureati nelle università, dei km di strade o ferrovie – numeri che confermano l’ampia diseguaglianza a svantaggio del Mezzogiorno – ci rivela cosa abbia consentito e consenta il dirottamento di decine di miliardi di euro l’anno dal Sud al Nord d’Italia.

REGOLE DISATTESE

Si tratta del fatto che se da un lato il bilancio pubblico tenta da decenni, in modo più o meno fortunato, di non essere solo uno strumento contabile ma di diventare sempre di più la leva di uno sviluppo equo e sostenibile per tutti i cittadini, ovunque risiedano (come richiesto anche dall’Agenda Onu 2030), dall’altro «resta largamente disattesa la regola della programmazione di bilancio». Ossia «la regola di procedere alla determinazione degli stanziamenti esclusivamente in relazione alle esigenze funzionali e agli obiettivi concretamente perseguibili nell’ambito delle funzioni assegnate e nel periodo cui si riferisce il bilancio». Più semplicemente, per quanto riguarda la previsione di spesa, viene ignorato tuttora e in larghissima parte il divieto di «quantificazione basata sul mero calcolo della spesa storica incrementale», introdotto nel nostro ordinamento con decreto legislativo n. 279 del 1997. Tutto questo nonostante il correttivo dei fabbisogni standard degli enti territoriali approvato nel 2010, che dovrebbe consentire di ordinare Comuni, Province e Regioni «in base a diverse dimensioni, da quella del grado di necessità di risorse per l’erogazione dei trasferimenti statali, alla capacità di gestione delle risorse, al livello di soddisfacimento della domanda potenziale di servizi».

LE RIFORME

Indicazioni da rileggere alla luce dei rilievi della Corte dei Conti, che sul “prima” della pandemia torna più volte per chiarire di cosa c’era e continua ad esserci bisogno per rimettere in moto il Paese. In pratica, una volta conclusa l’emergenza, sarà possibile parlare di ripartenza solo avendo chiaro una volta per tutte dove si vuole andare. Testualmente, «il percorso delle riforme di cui il Paese aveva bisogno già da prima che la pandemia colpisse la nostra economia». E, nello specifico, riforma del sistema fiscale, completamento del sistema di finanziamento delle amministrazioni territoriali, uscita dal mondo del lavoro sostenibile, un progetto di assistenza sanitaria territoriale condiviso e su cui investire risorse adeguate, investimenti pubblici e privati per la «infrastrutturazione del Paese», un sistema di assistenza territoriale che dai giorni della crisi possa trasformarsi in un riferimento stabile per il futuro. Una tabella di marcia impegnativa, che se a causa della disastrosa recessione legata all’emergenza sanitaria globale deve fare i conti nell’immediato con prodotto interno lordo e reddito in caduta libera e con l’aumento della spesa dal 46,6 al 54,8 % del Pil, non può per l’ennesima volta ignorare «il ruolo che ha rivestito, nella scarsa accumulazione di capitale, la componente degli investimenti pubblici e la conseguente esigenza di un suo appropriato rilancio. Con i dati che mostrano ampi spazi di miglioramento e di recupero anche per gli investimenti privati».

LE DISEGUAGLIANZE

«E’ solo attraverso un piano organico  – avverte la Corte –  che si potrà recuperare terreno su questo fronte e porre le basi, anche attraverso una forte spinta agli investimenti ed infrastrutture immateriali, alla crescita delle potenzialità di sviluppo che trova evidentemente una condizione di fondo nel rafforzamento della produttività totale dei fattori» . Considerazioni non lontane da quelle di Bankitalia che traccia lo stesso scenario a due (almeno) velocità, sottolineando la necessità di far fronte all’immediato – l’Istat certifica la diminuzione del Pil del 5,3% nel primo trimestre 2020 – ma «guardando lontano», a un patto sociale e a «un dialogo costruttivo tra governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni, società civile». Intanto, si fanno i conti con «una forte incertezza» e con «l’ampliamento delle disuguaglianze», tra cui l’impoverimento doppio per il 20% delle famiglie con i redditi più bassi rispetto a chi sta meglio. Impossibile, ancora una volta, non guardare al Sud.

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