X
<
>

Share
4 minuti per la lettura

Sono i genitori ed il fratello i familiari della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola arrestati da Carabinieri e Polizia. I tre sono accusati di maltrattamenti in famiglia e violenza o minaccia per costringerla a commettere un reato, cioè ritrattare le dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria. Secondo l’accusa, dunque, i genitori della testimone, Michele Cacciola e Anna Rosa Lazzaro, ed il fratello avrebbero fatto pressioni su di lei, anche con l’uso della violenza per indurla a interrompere la collaborazione che aveva avviato nel maggio del 2011 con i magistrati della Dda di Reggio Calabria.

La donna, che aveva 31 anni, infine si è suicidata nell’agosto scorso ingerendo acido muriatico. Il padre della donna, Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta di Rosarno. Il marito di Maria Concetta Cacciola, inoltre, è Salvatore Figliuzzi, attualmente detenuto per scontare una condanna ad otto anni di reclusione per associazione di tipo mafioso. Dopo avere iniziato a testimoniare, la donna era stata trasferita in una località protetta, dove era rimasta fino al 10 agosto, quando decise di tornare a Rosarno per riabbracciare i figli rimasti a casa dei nonni in attesa del perfezionamento delle pratiche per il loro trasferimento nella sede protetta. Pochi giorni dopo il suicidio.

I particolari dell’operazione sono stati resi noti dal procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, il quale ha ricordato che «per molti anni Maria Concetta Cacciola, madre di tre bambini, era stata sottoposta a maltrattamenti, a impedimenti di ogni tipo, dopo l’arresto del marito. Una lunga serie di privazioni che l’avevano indotta, nell’agosto del 2011, ad interrompere la sua collaborazione con lo Stato e fare ritorno a Rosarno. Aveva persino detto di essere stata indotta a testimoniare il falso dagli inquirenti, salvo poi ricontattare i carabinieri e dichiarandosi disposto a tornare a collaborare. Dopo qualche settimana, Maria Concetta Cacciola concludeva di mettere fine alla sua esistenza in maniera tragica».

Il procuratore aggiunto di Reggio, Michele Prestipino, ricordando la cattura del boss latitante Francesco Pesce, ha raccontato «del tentativo del boss della cosca omonima di comunicare le sue decisioni al resto della “famiglia” attraverso un pizzino che voleva consegnare al suo arrivo nel carcere di Palmi nell’agosto 2011 ad un altro detenuto. Quel pizzino fu sequestrato da un agente di polizia penitenziaria che lo consegnò ai giudici. Una forma di attaccamento al dovere che gli costò l’incendio dell’autovettura. Da quel pizzino, ricostruendo molti dialoghi frutto di intercettazioni tra gli esponenti della cosca Pesce, siamo venuti a capo delle ragioni di Francesco Pesce di dare ordini dopo il suo arresto. Al posto di comando aveva destinato il fratello Giuseppe, al quale raccomandava di inserire nella gerarchia del gruppo criminale anche le giovani leve di famiglie da sempre vicine ai Pesce».

«Questo – ha proseguito Prestipino – per evitare l’insorgere di contrasti all’interno della cosca madre. Oggi siamo in grado di dimostrare i motivi che indussero nel 2011 Maria Concetta Cacciola a ritrattare, fino alla sua tragica morte». Il magistrato ha anche reso noto del sequestro di materiale «particolarmente utile per il prosieguo delle indagini nelle abitazioni dei fermati». Ad un indagato sono stati trovati 100 mila euro chiusi in una scatola sotto vuoto. Infine, rispondendo ad una domanda, Creazzo ha affermato che sono in corso perquisizioni anche nelle abitazioni e negli studi professionali di due avvocati penalisti, senza specificare però la loro posizione rispetto ad ipotesi di reato. 3|12]Leggi anche… 3397673|13]«A quel c…one gli hanno trovato un biglietto»

 

UNDICI ARRESTI CONTRO IL CLAN PESCE

Sempre nella zona di Rosarno sono stati effettuati anche undici provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Reggio Calabria contro presunti affiliati alla cosca «Pesce» operante nel territorio di Rosarno ritenuti responsabili a vario titolo di associazione mafiosa. Ad eseguirlo sono i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria e il ROS nell’ambito dell’operazione denominata «Califfo».

PERQUISIZIONI IN STUDI LEGALI

«Con l’operazione Califfo abbiamo raggiunto preziosi risultati ai fini della giustizia». A dirlo è stato il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, illustrando i risultati di una inchiesta sulla cosca Pesce di Rosarno e sulla morte della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, suicidatasi nell’agosto del 2011. «La morte di Maria Concetta Cacciola – ha sottolineato Pignatone – è stato un fatto doloroso, ma da lì è iniziata una intensa attività di indagine che ha portato ai fermi di polizia contro i suoi genitori, il fratello e i personaggi di spicco della cosca Pesce».

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE