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Rocco Morabito

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AFRICO (REGGIO CALABRIA) – La sua fuga dal carcere di Montevideo nel giugno di due anni fa scavando un tunnel insieme ad altri detenuti provocò mal di pancia pesanti tra le autorità italiane che aspettavano la sua estradizione.

Un fatto grave perché aveva permesso ad uno dei più importanti broker della cocaina mondiale di farsi gioco di coloro che lo aspettavano nel nostro paese. Si disse che allora Rocco Morabito, africese di origine e parente del più notoboss calabrese Giuseppe Morabito “ U tiraddrittu” comprò l’aiuto di guardie carcerarie pagando oltre 50 mila euro, soldi forniti da calabresi della Piana che vivevano in Uruguay.

E mentre i suoi complici furono presi dopo la fuga, lui, “Il Tamunga” come veniva chiamato negli ambienti criminali per via del grosso fuoristrada Dkw Munga di fabbricazione tedesca considerato indistruttibile, con il quale scorazzava per la Locride, si dileguava in Sudamerica.

La caccia per la sua cattura iniziò da allora, quando venne messo su un gruppo di specialisti presso il Comando del Ros dei Carabinieri in collegamento con i magistrati della Dda reggina. Ma rintracciare il secondo latitante più importante d’Italia dopo Matteo Messina danaro, non è stata una cosa facile. Era come cercare un ago in un pagliaio.

Sinergie con la Dea americana e con le autorità uruguaiane e con il coordinamento della Direzione Generale degli Affari Internazionali e cooperazione giudiziaria del Ministero della Giustizia Italiano e del dipartimento della Giustizia Statunitense.

Il gruppo ci ha messo quasi due anni ma alla fine ha rintracciato e catturato per l’ennesima volta il fuggiasco, nel Nord del Brasile a Joao Pessoa, capitale dello stato brasiliano di Paraiba insieme ad un altro latitante, Vincenzo Pasquino, uomo di fiducia di Nicola Assisi, altro grande broker con radici a Platì ma con residenza al Nord, a Torino.

Joa Pessoa è un luogo dove la frontiera, secondo fonti latinoamericane veniva gestita da Primeiro, il Comando da Capital, un gruppo che si è sparso a macchia d’olio fra Brasile e Uruguay e che avrebbe sviluppato una serie di traffici con i clan calabresi. E non si esclude che proprio in quella zona estremamente confinata Morabito possa ver sviluppato relazioni che lo possano aver aiutato nella sua latitanza.

I particolari della cattura si conosceranno solo oggi. Di Rocco Morabito in Italia si cominciò a parlare alla fine degli anni ’80 quando venne arrestato una prima volta perché aveva minacciato pesantemente un suo docente universitario di Messina. Quelli erano anni nei quali l’influenza delle famiglie di ‘ndrangheta all’Università dello Stretto era avvolgente.

Pochi anni dopo nel 1989 suo fratello Leo Morabito era stato ucciso in un agguato mafioso e l’anno successivo anche Rocco venne ferito. Morabito gestiva le quote della società Mistigrì a cui venivano intestate le auto utilizzate e le utenze degli affiliati alla cosca di Africo. Poi si sposta a Milano cominciando a realizzare un piccolo impero nei traffici di cocaina. Il suo nome è conosciuto anche a Milano dove a 25 anni ha iniziato a costruire il suo impero fondato sul traffico della coca.

Uno che si comportava con modi gentili negli ambienti “bene” di Milano. Condannato a 30 anni per narcotraffico in Italia fa perdere le sue tracce. Si sposta nel 2002 a Punta del Este, una delle più note località turistiche dell’Uruguay continuando a fare la bella vita nei pressi di Beverly Hills, quasi una copia della città statunitense. Li assunse il nome di Francisco Antonio Capeletto Souza, un imprenditore che si occupava di import-export e nella coltivazione intensiva di soia.

La sua identità di copertura non lo salvò dall’arresto dopo 23 anni di latitanza che arrivò nel 2017 nella hall di un lussuoso hotel di Montevideo.

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