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In un’intensa intervista, Giò Di Tonno, protagonista di Notre-Dame de Paris, si racconta parlando del celebre kolossal musicale con le musiche di Riccardo Cocciante. L’artista ripercorre il suo legame profondo con l’opera, le sensazioni sempre nuove e travolgenti che lo accompagnano a ogni replica e quella vibrazione unica che si rinnova sera dopo sera.


REGGIO CALABRIA – Carisma, potenza vocale e una presenza scenica capace di catturare il pubblico fin dal primo istante. Giò Di Tonno si conferma uno dei pilastri di Notre Dame de Paris, il kolossal musicale che da oltre vent’anni continua a incantare intere generazioni. Con un’interpretazione intensa e viscerale, dà corpo e anima a Quasimodo, trasformando il dolore, l’amore e la solitudine del campanaro di Notre Dame in emozioni autentiche che arrivano dritte al cuore degli spettatori. La sua voce graffiante ha attraversato il palco del PalaCalafiore di Reggio Calabria con una forza straordinaria, rendendo ogni brano un momento di grande impatto emotivo. Storico protagonista dell’opera firmata da Riccardo Cocciante, l’artista abruzzese rinnova ancora una volta il suo legame profondo con un personaggio iconico, che continua a evolversi insieme a lui. Sul palco domina la scena con estrema naturalezza, alternando energia e sensibilità artistica, accompagnato da applausi e standing ovation.

A margine dello spettacolo prodotto da David e Clemente Zard, organizzato per la sesta volta in Calabria dal promoter calabrese Ruggero Pegna nell’ambito della 40° edizione della kermesse “Fatti di Musica”, Giò Di Tonno si racconta nella nostra intervista tra ricordi, curiosità di backstage e il rapporto speciale con un’opera che continua a vivere nel cuore degli spettatori. Non nasconde la commozione di fronte al calore del pubblico, un affetto autentico e potente che continua a sorprenderlo, fatto di ritorni costanti a teatro, entusiasmo crescente e una partecipazione in grado di di trasformare ogni replica in un’esperienza sempre diversa e irripetibile.

Giò Di Tonno, qual è stata la risposta del pubblico calabrese?

«Una risposta straordinaria, davvero senza precedenti. La cosa incredibile è che, anno dopo anno, invece di diminuire, l’attenzione e l’entusiasmo del pubblico crescono sempre di più. È qualcosa che continua a sorprenderci e a commuoverci. Notre-Dame de Paris è uno spettacolo senza tempo, lo diciamo spesso, ma il pubblico calabrese ce lo ha dimostrato ancora una volta con un calore immenso, un affetto trasversale che coinvolge tutte le generazioni. È bellissimo vedere tanti giovani avvicinarsi al teatro, al di là delle matinée scolastiche. Il teatro resta uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare pace, speranza e verità, soprattutto in un periodo storico così complesso».

Abbiamo assistito a uno spettacolo imponente, con scenografie mozzafiato e coreografie acrobatiche. Quali sono le difficoltà dietro una rappresentazione di questo tipo?

«La difficoltà più grande, paradossalmente, è far sembrare tutto semplice. Dietro ci sono un lavoro enorme e una cura maniacale dei dettagli: dai cantanti agli acrobati, dai ballerini fino a tutte le maestranze dietro le quinte. Tutto deve funzionare alla perfezione. Questo mestiere non si improvvisa: non basta salire sul palco e cantare o ballare. Ci sono anni di studio, esperienza, disciplina e confronto continuo tra artisti. Il nostro obiettivo è rendere tutto così naturale da permettere al pubblico di dimenticare che dietro quei personaggi ci siano delle persone reali. Uno dei complimenti più belli me lo fece mia moglie quando mi disse: “Quando sei sul palco dimentico che ci sei tu dietro quella maschera”. Ecco, credo che questa sia la soddisfazione più grande».

Giò Di Tonno, qual è la scena che continua a custodire nel cuore dopo tutti questi anni?

«È difficile sceglierne una sola, perché Notre-Dame de Paris è uno spettacolo pieno di momenti intensi e ogni volta cambiano anche le mie emozioni. Ci sono scene che sento più vicine a seconda del periodo che sto vivendo. Penso, per esempio, al rapporto iniziale tra Frollo e Quasimodo, quando Quasimodo gli dimostra tutta la sua gratitudine per averlo salvato. Oppure il finale tra Quasimodo ed Esmeralda, in cui si compie questo amore tragico e potentissimo. Ma davvero tutto lo spettacolo è attraversato da momenti forti, ed è meraviglioso riuscire ancora oggi a interpretarli con lo stesso entusiasmo».

Che ricordo ha della prima rappresentazione di Notre Dame de Paris?

«Eravamo a Roma, nel 2001, e abbiamo visto nascere davvero il teatro costruito appositamente per Notre-Dame de Paris. David Zard ebbe un’intuizione straordinaria: creare uno spazio pensato per accogliere questa meraviglia. Mi emoziona ancora parlarne, perché insieme a quella “cattedrale” siamo cresciuti anche noi artisti. È stato un percorso umano e professionale incredibile».

E poi ci sono le musiche di Riccardo Cocciante…

«Che dire? Le musiche sono uno dei segreti principali del successo di questo spettacolo. Riccardo Cocciante ha scritto un vero capolavoro. Non sono affatto d’accordo con chi sostiene che le sue canzoni si somiglino tutte: in Notre-Dame de Paris ci sono 52 brani diversi, ognuno con una propria anima, una propria dinamica, una propria forza narrativa. Ci sono pezzi lenti, intensi, altri potenti ed energici, ma tutti perfettamente funzionali all’opera. È uno spettacolo destinato a restare nella storia».

È emozionante ascoltare il pubblico cantare insieme a voi…

«Sì, ormai è diventato quasi un concerto pop! Ed è una sensazione incredibile. Certo, per noi comporta anche una responsabilità in più, perché il pubblico conosce ogni parola, ogni respiro, ogni movimento. Poi all’uscita dal teatro ci sono sempre i fan pronti a dirti: “Lì hai sbagliato una parola”, oppure “Quel movimento era diverso!”. Ma è bellissimo, perché significa che questo spettacolo è davvero entrato nella vita e nell’immaginario di tante persone».

Giò Di Tonno, il pubblico torna ad assistere a Notre Dame de Paris più volte…

«Assolutamente. Oggi io e Vittorio stavamo passeggiando per strada quando un signore ci ha fermati, ci ha abbracciati con un entusiasmo incredibile e ci ha detto che sarebbe venuto anche stasera. Era già alla sua quattordicesima replica! E pensa che c’è chi lo ha visto trenta o quaranta volte negli anni. È qualcosa di pazzesco».

Se dovesse descrivere Notre-Dame de Paris con una sola parola?

«Un miracolo!».

Qual è l’insegnamento più grande che le ha lasciato questo spettacolo?

«Sicuramente il valore dell’accoglienza della diversità. È un messaggio che sento profondamente vero. E poi mi ha insegnato quanto sia importante condividere la vita con gli altri. Non abbiamo diritto a prove generali o repliche nella vita reale: bisogna vivere ogni momento fino in fondo. E più passa il tempo, più te ne rendi conto».

Tra l’altro, Notre Dame affronta temi sempre attuali…

«Esatto! Ad esempio, il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, l’emarginazione, la condizione femminile. Pensiamo ai femminicidi, alla violenza, a tutto ciò che continuiamo a sentire ogni giorno. La letteratura racconta queste dinamiche da sempre, e il teatro ha ancora oggi il compito di sensibilizzare. Io credo moltissimo nella funzione sociale del teatro. Anche quando si tratta di teatro musicale, quindi apparentemente più leggero, i messaggi possono arrivare in profondità. A volte magari non ce ne accorgiamo subito, ma quello che viviamo a teatro continua a lavorare dentro di noi».

C’è qualche curiosità dal backstage che può condividere con i nostri lettori?

«Ce ne sarebbero tantissime! Io, per esempio, sono uno dei più burloni del cast. Ovviamente sempre nei momenti giusti, senza compromettere la serietà del lavoro. Ricordo che anni fa, durante “Liberi”, mi spalmai le mani di miele e zucchero poco prima di una scena in cui dovevamo prenderci tutti per mano. Immagina le facce degli altri sul palco! Piccole follie che però fanno parte del divertimento e dello spirito di compagnia che si crea».

Un saluto al pubblico?

«Assolutamente sì. Un grande abbraccio a tutto il pubblico, e in particolare a quello calabrese. Grazie per la fedeltà, per l’affetto e per il sostegno che continuate a dimostrarci. Mi emoziono ancora dopo tutti questi anni… e devo dire che mi hai fatto emozionare anche tu in questa intervista! Forse è proprio questo il motivo per cui continuo a fare questo mestiere».

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