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Ph Luca Marenda

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Notre Dame de Paris in scena a Reggio Calabria, Vittorio Matteucci nel ruolo di Frollo: «Il pubblico calabrese ha un entusiasmo che ti travolge».


REGGIO CALABRIA – Tra le figure immortali di Notre-Dame de Paris, Frollo è probabilmente la più inquietante. Non perché alzi la voce più degli altri, ma perché il suo dolore si consuma nel silenzio del controllo. È il volto del potere quando si incrina, della morale quando si trasforma in ossessione. Un uomo che ha costruito la propria esistenza sul rigore, sulla disciplina, sulla rinuncia ai desideri, convinto di poter dominare ogni impulso umano. Poi arriva Esmeralda. E qualcosa, dentro di lui, si spezza.

Ma il crollo di Frollo non è mai improvviso. È lento, sottile, quasi impercettibile. Una discesa nell’abisso che continua ad avere il volto della giustizia. Ed è proprio qui che l’interpretazione di Vittorio Matteucci diventa straordinaria: il suo Frollo non cerca compassione, non addolcisce le ombre del personaggio, non tenta di renderlo innocente. Lo lascia vivere nella sua contraddizione più feroce, costringendo il pubblico a restare dentro quell’inquietudine dove desiderio, colpa e condanna finiscono per confondersi.

A oltre venticinque anni dal debutto dello spettacolo, Matteucci continua a portare in scena un personaggio che sembra crescere insieme a lui, trasformandosi con il tempo, con l’età, con la vita stessa. Lo abbiamo intervistato durante le tre date di Notre Dame de Paris a Reggio Calabria, organizzate dal promoter calabrese Ruggero Pegna nell’ambito della 40° edizione della kermesse “Fatti di Musica”. Un’intervista ironica e profondamente umana, tra ricordi, riflessioni e aneddoti di uno spettacolo che continua a travolgere intere generazioni.

Vittorio Matteucci: «Il pubblico calabrese ha un entusiasmo che ti travolge»

Tornare in Calabria, per Matteucci, significa ritrovare un’energia rara. Non parla soltanto di applausi, ma di una partecipazione quasi viscerale, di un amore autentico per il teatro e per la musica. «È stato bellissimo ritrovare questo entusiasmo incredibile che il pubblico calabrese riesce sempre a regalarci. Qui c’è una passione vera per la musica e per il teatro. D’altronde siamo nella terra della Magna Grecia: credo che questa sensibilità artistica faccia parte del DNA della Calabria». Parole che restituiscono immediatamente il clima di queste serate: un teatro pieno, caldo, emotivo. Un pubblico che non assiste semplicemente allo spettacolo, ma lo vive.

Vittorio Matteucci: «Frollo cresce insieme a me»

Quando parla del suo personaggio, Matteucci non usa mai toni tecnici o distaccati. Frollo, dopo quasi venticinque anni, sembra essere diventato una presenza costante della sua vita artistica e personale. Un compagno di viaggio.

«Venticinque anni fa avevo trentotto anni. Oggi ne ho quasi sessantatré. È inevitabile che il personaggio cambi insieme a te. Nel frattempo la vita passa, ti segna, ti mette davanti a nuove esperienze. E i personaggi maturano con gli attori. Non possono restare identici a sé stessi». Probabilmente, è proprio questa la forza del suo Frollo: non una replica meccanica di ciò che era nel 2002, ma un personaggio che continua a respirare, a trasformarsi, ad approfondirsi. Ogni replica aggiunge una sfumatura nuova a quella lotta interiore tra fede, repressione e desiderio.

Il ricordo più bello? «Quel mese di prove vicino Roma»

Prima ancora del debutto, prima del successo clamoroso, c’è un’immagine che Matteucci custodisce con affetto: il periodo delle prove. «Ricordo quel meraviglioso mese di prove vicino Roma, sulla strada per Ostia. È lì che si sono create amicizie che esistono ancora oggi. Con Graziano, Giò, Matteo… siamo ancora qui, dopo tutti questi anni, e siamo ancora amici». Ed è forse anche questo il segreto della longevità di Notre Dame de Paris: non soltanto uno spettacolo impeccabile, ma una compagnia che ha costruito negli anni un legame sincero, intenso.

Notre Dame de Paris: la scena più emozionante

Alla domanda sulla scena che più lo emoziona, Matteucci sorprende: non riesce a sceglierne una. «Non c’è una scena che non mi coinvolga fino alla radice di ogni nervo. A volte mi emoziono perfino nei momenti in cui non devo parlare. È uno spettacolo che non ti permette mai di abbassare la tensione». È proprio così. Notre-Dame de Paris non concede tregua emotiva. Ogni personaggio si muove sul filo sottile che separa amore e condanna, desiderio e colpa, vita e perdita, libertà e destino. Frollo, più degli altri, resta su quel filo fino a farsi vertigine: la fede si spezza, il controllo vacilla, e l’abisso diventa inevitabile.

Durante l’intervista, Matteucci asseconda la nostra richiesta e accenna anche qualche verso di “Un mattino ballavi”: «Guardai e provai una cosa che osò darmi i brividi…». Bastano poche parole per capire quanto quel repertorio continui a vivere dentro gli interpreti, anche dopo centinaia di repliche.

Vittorio Matteucci: «Avrei voluto interpretare tutti i personaggi»

E se non fosse stato Frollo? La risposta arriva immediata, quasi divertita: «Li avrei voluti interpretare tutti. Tutti, compresa Esmeralda». Poi aggiunge una riflessione lucida sul valore dello spettacolo: «Essere dentro uno spettacolo del genere è già un privilegio enorme. Avrei amato interpretare chiunque: Clopin, Quasimodo, Fiordaliso… perché quando un’opera è scritta così bene, ogni personaggio ha qualcosa di straordinario».

L’artista sottolinea anche un dettaglio fondamentale: lo spettacolo si è arricchito nel tempo. «Non esistono tanti spettacoli capaci di restare in scena per venticinque anni mantenendo sempre questo livello. E senza perdere nulla. Anzi, negli anni è cresciuto ancora di più, anche grazie alla tecnologia. Ma la magia è rimasta identica». Uno spettacolo che entra nel sangue. Una magia che il pubblico continua a vivere senza perdere l’incanto della prima volta. Tra i racconti più sorprendenti emerge quello di alcuni spettatori che hanno seguito lo spettacolo decine e decine di volte: «Ricordo una coppia di signori siciliani che venne a vederci ottanta, novanta volte. Impressionante».

La capacità di Notre Dame de Paris di avvicinare i giovani al teatro

Ma per Matteucci il vero valore di Notre Dame de Paris è un altro: la sua capacità di avvicinare i giovani al teatro: «Io consiglio sempre ai genitori di portare i figli a vedere questo spettacolo. Perché magari si innamoreranno del teatro, della cultura, della lettura. In un mondo sempre più virtuale, qui trovano qualcosa di concreto, di vivo, di carnale». Come dargli torto? In un’epoca dominata dagli schermi, dalla velocità e dal consumo distratto delle emozioni, Notre-Dame de Paris continua a opporre qualcosa di radicalmente diverso: il teatro vibra nei corpi degli attori, nelle musiche che travolgono la platea, nel silenzio improvviso che precede un applauso.

Notre-Dame de Paris ha la capacità rara di parlare a generazioni diverse senza inseguire il tempo, ma attraversandolo. Cambiano gli spettatori, cambiano le epoche, ma restano immutate le domande che continua a porre: desiderio e colpa, diversità e potere, amore e condanna. Temi universali che, replica dopo replica, tornano a risuonare con la stessa, identica forza e intensità.

Per questo, quando Vittorio Matteucci afferma che «questo spettacolo è destinato a superare le generazioni», non sembra una frase dettata dall’entusiasmo o dalla nostalgia. Suona piuttosto come una constatazione. Perché dopo oltre venticinque anni, Notre-Dame de Paris continua ancora a compiere quel piccolo miracolo che appartiene soltanto al grande teatro: lasciare il segno, entrare dentro chi guarda e restarci, ben oltre il sipario.

Notre Dame de Paris: sarà davvero l’ultima volta in Calabria per molto tempo?

Infine, inevitabile, la domanda sul futuro. Sarà davvero l’ultima volta in Calabria per molto tempo? Matteucci sorride, senza sbilanciarsi troppo: «Non lo so. Notre Dame continuerà a vivere ancora, ancora e ancora». Notre Dame de Paris non è più soltanto un musical. È diventato un passaggio generazionale. E il Frollo di Vittorio Matteucci resta lì, nel cuore oscuro dello spettacolo, a ricordarci quanto possa essere fragile un uomo convinto di poter dominare completamente sé stesso.

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