Il rettore dell'Unical Gianluigi Greco
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Poco meno di due anni fa Papa Francesco interveniva al G7 sull’intelligenza artificiale. Adesso Leone XIV ha dedicato all’AI la sua prima enciclica. Cosa ci dice questa attenzione della Chiesa? E perché il tema dell’AI oggi viene percepito non solo come tecnologico, ma anche sociale, politico e persino spirituale?
- 2 Uno dei temi centrali dell’enciclica è il potere. Il Papa parla del controllo delle piattaforme e del fatto che dati, algoritmi e infrastrutture digitali sono concentrati nelle mani di poche grandi aziende. Senza un reale controllo pubblico, quali rischi corriamo? E l’AI Act europeo basta davvero?
- 3 C’è un passaggio molto interessante in cui Leone XIV invita a non equiparare intelligenza artificiale e intelligenza umana. Dice che l’uomo non si riduce alla mera elaborazione di dati: la macchina non fa esperienze, non ha coscienza morale, non vive relazioni. Secondo lei qual è oggi la specificità umana? Cosa resta irriducibile agli algoritmi?
- 4 Nell’enciclica c’è una critica a visioni come transumanesimo e postumanesimo e un elogio del limite, che non è un difetto da correggere ma un luogo in cui l’umano matura. Ma esistono anche limiti dell’intelligenza artificiale? Noi utenti vediamo sistemi sempre più sofisticati, ma vediamo anche errori clamorosi, le cosiddette “allucinazioni”, risposte false date con grande sicurezza. Nella mia esperienza la differenza continua a farla la qualità del prompt, elaborato dall’essere umano. In ogni caso, se pensiamo a dove eravamo anche solo dieci anni fa, il salto è impressionante. Verso quali sviluppi andiamo?
- 5 C’è un passaggio dell’enciclica che mi ha colpito molto. Il Papa dice nessuno, neanche chi le progetta, conosce perfettamente il funzionamento di queste tecnologie. Le moderne Ai “sono coltivate più che costruite”, lo sviluppatore crea l’architettura “sulla quale l’Ai cresce”. Ci spiega cosa significa tecnicamente? Perché appena letta a me è venuto in mente il film ‘Her’ e i suoi fantascientifici (per l’epoca almeno) sistemi operativi dotati di AI che iniziano a evolversi da soli…
- 6 L’enciclica insiste molto anche sul tema educativo. Il rischio, dice il Papa, è abituarsi alla velocità delle risposte e perdere l’esercizio del pensiero critico. Questo riguarda anche università e ricerca. Oggi gli studenti usano quotidianamente ChatGPT, Perplexity e altri strumenti. Dove finiscono le opportunità e dove iniziano i rischi, anche per chi deve valutare?
- 7 All’intelligenza artificiale stiamo delegando sempre più cose: scrittura, ascolto, compagnia. A volte perfino una forma di conforto emotivo. Rischiamo che queste tecnologie cambino il nostro modo di vivere le relazioni umane?
- 8 L’enciclica non propone di rallentare il progresso, ma di orientarlo. Alla fine mi sembra che la domanda vera posta da Leone XIV – una questione che è emersa anche nel corso di questa intervista – non sia “quanto diventerà intelligente l’AI?”, ma “quanto sapremo restare umani?”. Sarà la domanda decisiva dei nostri tempi?
Colloquio con il rettore dell’Unical Gianluigi Greco, tra i maggiori esperti di Intelligenza artificiale, sull’enciclica di Papa Leone XIV ‘Magnifica Humanitas’ incentrata sulla rivoluzione dell’Ai. Dall’«asimmetria di potere» per le infrastrutture e gli algoritmi concentrati nelle mani di pochi tecno-oligarchi al rischio che gli esseri umani si riducano a macchina, rinunciando al pensiero critico e preferendo risposte pronte e facili alla fatica del dubbio. Ma senza catastrofismi, com’è nello spirito dell’enciclica, sottolinea il rettore: «Le regole del gioco le definiscono i programmatori. All’Unical, con i nostri studenti, lavoriamo in prima linea per sviluppare anche nuove architetture, più trasparenti. Orientare la transizione tocca all’uomo e questo significa rivendicare con forza la nostra responsabilità etica»
Lo scorso 15 maggio Papa Leone XIV firmava la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Una data non casuale: 135 anni prima un altro Papa Leone, il XIII, pubblicava la Rerum Novarum, testo fondativo della dottrina sociale della Chiesa. Alla fine dell’Ottocento il Vaticano si confrontava con la rivoluzione industriale e le sue implicazioni sociali. Oggi fa i conti con un’altra rivoluzione: quella dell’intelligenza artificiale. Una trasformazione che rischia di mettere in discussione anche ciò che ci rende umani.
Ne abbiamo parlato con il professor Gianluigi Greco, rettore dell’Università della Calabria e tra i maggiori esperti di intelligenza artificiale. Oltre 200 pubblicazioni scientifiche all’attivo, pluripremiato, dal 2023 Greco coordina anche la task forse italiana sull’intelligenza artificiale.
«L’attenzione della Chiesa, testimoniata dall’Enciclica “Magnifica Humanitas”, è il segno di un tempo in cui l’Intelligenza Artificiale è ormai riconosciuta non come un semplice strumento tecnologico, ma come una forma di interpretazione e di potenziale dominio sul mondo. L’AI è sempre più un tema politico e sociale perché impatta direttamente sulle dinamiche di potere, sul lavoro e sulla giustizia. Basti pensare allo sfruttamento invisibile di chi etichetta i dati o estrae le terre rare, una realtà che Papa Leone XIV definisce una nuova forma di schiavitù. Ma la sfida più radicale è forse davvero “spirituale”, da qui l’interesse così forte della Chiesa. L’AI tocca l’anima della società perché tenta di appaltare il discernimento morale e la coscienza umana a un calcolo statistico. Quando un algoritmo decide al posto nostro, non stiamo solo delegando una mansione, stiamo abdicando alla nostra libertà. La governance dell’AI non è quindi una questione di codici informatici, ma una battaglia per la salvaguardia dell’essenza stessa dell’umanità».
Uno dei temi centrali dell’enciclica è il potere. Il Papa parla del controllo delle piattaforme e del fatto che dati, algoritmi e infrastrutture digitali sono concentrati nelle mani di poche grandi aziende. Senza un reale controllo pubblico, quali rischi corriamo? E l’AI Act europeo basta davvero?
«Come scienziato e ricercatore, ritengo che il messaggio più dirompente della Magnifica Humanitas sia il suo fermo rifiuto di ogni catastrofismo, trasformando l’ansia per l’ignoto in un richiamo all’azione e alla responsabilità. In questa cornice, è particolarmente significativo il monito sul rischio di instaurare un nuovo paradigma tecnocratico, in cui la sovranità degli Stati democratici viene scavalcata da pochi “tecno-oligarchi” o “signori dei dati.” È verissimo. C’è un’enorme asimmetria di potere generata dall’accentramento di infrastrutture di calcolo monumentali in mani private, subordinando la giustizia sociale alle logiche del profitto estrattivo. L’AI Act europeo è un passo importante, ma servono meccanismi internazionali ancor più stringenti».
C’è un passaggio molto interessante in cui Leone XIV invita a non equiparare intelligenza artificiale e intelligenza umana. Dice che l’uomo non si riduce alla mera elaborazione di dati: la macchina non fa esperienze, non ha coscienza morale, non vive relazioni. Secondo lei qual è oggi la specificità umana? Cosa resta irriducibile agli algoritmi?
«Le macchine, per quanto avanzate, non pensano e non comprendono: fanno essenzialmente calcoli su matrici di numeri e ottimizzano funzioni statistiche. Dopotutto, i limiti intrinseci della computazione non sono una vaga obiezione filosofica, ma una certezza logico-matematica che conosciamo fin dal secolo scorso. Scienziati e logici del calibro di Alan Turing e Kurt Gödel hanno dimostrato rigorosamente che persino la logica formale ha confini invalicabili: esistono verità che nessun sistema assiomatico può dimostrare e problemi che nessun algoritmo potrà mai risolvere. La computazione, per sua natura, è strutturalmente limitata. È esattamente in questo spazio oltre il calcolabile che risiede la specificità umana. La nostra vera ricchezza è fatta di dubbio, fragilità ed empatia. La contraddizione e l’errore non sono “bug” di sistema da correggere o eliminare, ma sono i cardini costitutivi della nostra esperienza. Sono proprio questi limiti intrinseci i veri spazi fecondi in cui fioriscono la coscienza morale, la solidarietà e le relazioni umane».
Nell’enciclica c’è una critica a visioni come transumanesimo e postumanesimo e un elogio del limite, che non è un difetto da correggere ma un luogo in cui l’umano matura. Ma esistono anche limiti dell’intelligenza artificiale? Noi utenti vediamo sistemi sempre più sofisticati, ma vediamo anche errori clamorosi, le cosiddette “allucinazioni”, risposte false date con grande sicurezza. Nella mia esperienza la differenza continua a farla la qualità del prompt, elaborato dall’essere umano. In ogni caso, se pensiamo a dove eravamo anche solo dieci anni fa, il salto è impressionante. Verso quali sviluppi andiamo?
«Le allucinazioni e gli errori a cui assistiamo sono la prova più evidente dei limiti intrinseci di questa tecnologia: dimostrano in modo inconfutabile che l’AI mappa correlazioni statistiche, non estrae verità. Come giustamente nota la sua esperienza, la differenza radicale la fa ancora l’intento umano, perché l’Intelligenza Artificiale è fondamentalmente uno specchio dei dati con cui viene nutrita e degli obiettivi che le vengono assegnati attraverso la qualità del prompt. Se guardiamo al futuro, stiamo indubbiamente andando verso modelli sempre più sofisticati e pervasivi, ma non dobbiamo cedere a un paralizzante catastrofismo. Il vero rischio oggi non è lo scenario fantascientifico di una macchina che si umanizza; il pericolo reale è che l’essere umano si riduca a macchina, abdicando progressivamente al proprio pensiero critico, alla complessità del dubbio e alla fatica del discernimento. È proprio in questo squilibrio che la formazione e l’educazione diventano il nostro principale baluardo antropologico. Investire sulla formazione oggi non significa semplicemente alfabetizzare la popolazione all’uso dei software, ma strutturare percorsi educativi che stimolino lo spirito critico, la creatività e l’etica».
C’è un passaggio dell’enciclica che mi ha colpito molto. Il Papa dice nessuno, neanche chi le progetta, conosce perfettamente il funzionamento di queste tecnologie. Le moderne Ai “sono coltivate più che costruite”, lo sviluppatore crea l’architettura “sulla quale l’Ai cresce”. Ci spiega cosa significa tecnicamente? Perché appena letta a me è venuto in mente il film ‘Her’ e i suoi fantascientifici (per l’epoca almeno) sistemi operativi dotati di AI che iniziano a evolversi da soli…
«La metafora di Papa Leone XIV coglie perfettamente la rivoluzione tecnica del Deep Learning. Nel software tradizionale l’ingegnere “costruisce” ogni singola regola logica. Con l’AI moderna, invece, lo sviluppatore progetta il “terreno” – un’architettura matematica vuota – e pianta il “seme”, lasciando che la macchina modifichi autonomamente miliardi di connessioni interne per raggiungere l’obiettivo impostato. Questo genera il celebre fenomeno della “scatola nera”, in cui il calcolo probabilistico diventa così stratificato da rendere impossibile mappare l’esatto percorso logico dietro ogni singola risposta. Questo, però, non significa affatto che le AI evolvano da sole. È fondamentale sfatare il mito di un’autonomia biologica o cosciente: le regole del gioco, i meccanismi di apprendimento e i confini di questa “evoluzione” statistica sono sempre e rigorosamente definiti dai programmatori. La macchina non crea nulla dal nulla, ottimizza semplicemente una funzione matematica decisa dall’uomo. Si tratta di scienza, non di magia. Non a caso, i nostri studenti di informatica e ingegneria informatica, all’Unical, studiano dettagliatamente proprio questi meccanismi – che dunque sono tutt’altro che oscuri – e ne progettano finanche di nuovi, lavorando in prima linea per superare l’opacità dei modelli e sviluppare architetture matematiche inedite, più trasparenti e totalmente governabili».
L’enciclica insiste molto anche sul tema educativo. Il rischio, dice il Papa, è abituarsi alla velocità delle risposte e perdere l’esercizio del pensiero critico. Questo riguarda anche università e ricerca. Oggi gli studenti usano quotidianamente ChatGPT, Perplexity e altri strumenti. Dove finiscono le opportunità e dove iniziano i rischi, anche per chi deve valutare?
«Il rischio più insidioso è l’anestesia del pensiero critico. Se gli studenti si abituano a usare questi strumenti in modo passivo, subiscono una sorta di determinismo tecnologico: si accetta la prima risposta veloce, rinunciando alla fatica del dubbio, della verifica e della formulazione delle domande giuste. Per chi deve valutare, questo cambia tutto: non possiamo più misurare le competenze basandoci sulla mera esecuzione tecnica o sulla sintesi di informazioni, perché su quel terreno l’algoritmo ha già vinto. Ed è proprio qui che si apre però la vera opportunità: l’obbligo di ripensare radicalmente la didattica. Il ruolo dell’università oggi non è rincorrere la macchina, ma coltivare ciò che la macchina non ha: il giudizio etico, la creatività interdisciplinare e la visione d’insieme».
All’intelligenza artificiale stiamo delegando sempre più cose: scrittura, ascolto, compagnia. A volte perfino una forma di conforto emotivo. Rischiamo che queste tecnologie cambino il nostro modo di vivere le relazioni umane?
«Assolutamente sì, e il verbo corretto da usare non è al futuro, ma al presente: queste tecnologie stanno già modificando profondamente e silenziosamente il nostro modo di vivere le relazioni. Non parliamo di uno scenario lontano: l’adozione di compagni virtuali e assistenti conversazionali è una realtà quotidiana. Il vero pericolo è che la macchina possa offrire un’illusione di connessione senza l’attrito, il compromesso e la fatica che ogni vero rapporto umano richiede, abituandoci a una gratificazione immediata e priva di conflitti. Eppure, proprio in questa sfida, c’è spazio per un profondo e motivato ottimismo nei confronti delle nuove generazioni. Spesso descritti sbrigativamente come isolati o dipendenti dagli “algoritmi”, i giovani stanno in realtà dimostrando di possedere una straordinaria bussola interiore. Le nuove generazioni stanno avvertendo la stanchezza da iper-connessione e iniziano sempre più a rivendicare l’importanza della salute mentale, dell’autenticità e di spazi di condivisione reale. In questa dinamica, il compito della scuola e dell’università diventa chiaro e imprescindibile: rafforzare e incanalare questa bussola interiore. Dobbiamo aiutarli a trasformare una sana intuizione generazionale in consapevolezza critica e strutturata, affinché non siano semplici passeggeri della rivoluzione digitale».
L’enciclica non propone di rallentare il progresso, ma di orientarlo. Alla fine mi sembra che la domanda vera posta da Leone XIV – una questione che è emersa anche nel corso di questa intervista – non sia “quanto diventerà intelligente l’AI?”, ma “quanto sapremo restare umani?”. Sarà la domanda decisiva dei nostri tempi?
«Sì, ha colto perfettamente il cuore dell’enciclica: questa è, senza ombra di dubbio, la domanda spartiacque del nostro secolo. Non siamo semplicemente di fronte a una transizione tecnologica, ma a una crisi in cui l’algoritmo ci costringe a guardare in faccia e a ridefinire la nostra stessa natura. Il progresso non si ferma e l’enciclica non cade mai nel vicolo cieco del neoluddismo o del rifiuto nostalgico. Orientarlo, tuttavia, significa rivendicare con forza la nostra responsabilità etica. Abbiamo il dovere di guidare questa colossale transizione affinché si traduca in un autentico progresso umano e sociale, impedendo che la nostra civiltà si appiattisca su una fredda, impeccabile e sterile ottimizzazione algoritmica».
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