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Bunna e Madaski degli Africa Unite

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IL reggae degli Africa Unite arriva in Calabria con due date del tour (il 13 agosto a Santa Sofia D’Epiro e il 14 agosto a Reggio Calabria). La band quest’anno celebra i 40 anni di carriera e lo fa con un disco rivisitato e un nuovo singolo, ma è già in lavorazione un album di inediti. Intanto la band si gode la tournée. A raccontarlo è Bunna, cantante della band e uno dei fondatori.

Quest’anno festeggiate 40 anni di carriera. Come ci si sente?

«Siamo contenti e onorati di essere riusciti ad arrivare fino a qua, un traguardo importante o almeno noi lo percepiamo come tale. Siamo contenti perché facciamo ancora quello che quarant’anni fa ci ha fatto innamorare: la musica. Un sogno che poi col tempo è diventato realtà. Quando abbiamo cominciato non c’era nessun progetto particolare, è iniziato tutto per gioco, poi le cose sono andate in un certo modo e passo dopo passo siamo arrivati fin qui. Siamo felici di aver raggiunto questo traguardo e siamo pronti per i prossimi (ride; ndr)».

Nei mesi scorsi avete deciso di rivisitare i brani del vostro album “People Pie”. Un lavoro nato in questi mesi di chiusura e disponibile sulle piattaforme digitali. Come mai? E perchè concentrarvi proprio su questo album?

«La chiusura non ci permetteva di fare molto. In quel periodo abbiamo registrato un disco di pezzi inediti che volevamo far uscire per celebrare questo 40esimo anniversario, ma a causa della pandemia Non è stato possibile. Perciò l’idea, che è venuta al mio socio fondatore degli Africa Unite (Madaski; ndr), è stata quella di registrare nuovamente “People pie”. Non lo abbiamo stravolto, abbiamo mantenuto la stesura originale, ma lo abbiamo fatto con 30 anni di maturità in più, si spera, con la formazione odierna degli Africa e con la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi. Chiaramente il suono ne ha guadagnato. La scelta è ricaduta su “People pie” perché, nonostante fosse il terzo disco, in qualche modo anche ingenuo perché è nato nei primi anni in cui abbiamo iniziato a fare questo genere, conteneva elementi che potevano far intravedere quello che sarebbe stato poi il nostro percorso. Un disco ricco anche di contaminazioni, che sconfina rispetto a quello che è il genere di riferimento, il reggae ha delle regole che vanno rispettate ma noi abbiamo sempre cercato anche di rompere questi confini».

C’è anche un nuovo singolo però, un brano che racconta una storia e lancia un messaggio forte.

«È un pezzo che finirà poi nel disco inedito che, anticipo, probabilmente si chiamerà “Numeri”. Ho sentito la necessità di scrivere un brano che parlasse di razzismo. Nel primo disco degli Africa, nel 1987, avevamo già un pezzo che parlava di questa problematica: “Apartheid (no more)”; parlavamo di Africa, di Nelson Mandela, di quel tipo di razzismo. Purtroppo più di 30 anni dopo è un problema che non si è ancora risolto. Volevamo con questo pezzo sottolineare il fatto che comunque, nonostante sia passato un sacco di tempo e gli errori fatti, l’uomo fa difficoltà ad imparare, la storia non insegna. Abbiamo preso spunto da un episodio, l’uccisione di uno studente guineiano Amadou Diallo, ucciso a sangue freddo da 4 poliziotti. Ma la cosa più sconvolgente è che i responsabili dell’uccisione non sono mai stati giudicati colpevoli. Nessuno ha pagato per quell’omicidio».

Con il tour toccherete anche la Calabria in due tappe. Non è però la prima volta che venite in questa regione. Che ricordo avete?

«La Calabria ci ha sempre regalato bellissime emozioni. Peraltro abbiamo anche avuto un rapporto particolare con una parte della Calabria. Abbiamo suonato più di una volta in un comune albanese, San Basile, infatti i nostri primi due dischi hanno due nomi albanesi: il primo, “Mejekrari” che vuol dire barbiere, interessante per chi fa reggae, legato ai dreadlocks e il secondo “’Llaka!”, una località di questo comune dove abbiamo suonato più volte. Ci ha colpito il fatto che nonostante fossimo in Italia, ci fossero delle situazioni inaspettate, dove si parla una lingua che non è la nostra. Abbiamo dunque sempre avuto un rapporto bello con la Calabria, e poi io sono di madre calabrese, quindi ho anche un legame particolare con la regione»

Il 13 peraltro suonerete a Santa Sofia D’Epiro, altro comune albanese.

«Assolutamente si. Alla fine tutto torna».

Chi verrà ai vostri live cosa si deve aspettare?

«Suoneremo con una formazione ridotta per cause di forza maggiore. È tutto un po’ più snello ma nel suono poco cambia, gli elementi che non sono fisicamente sul palco suoneranno comunque attraverso la tecnologia. Ripercorreremo tutti i pezzi che il nostro pubblico ama sentirci suonare, con particolare attenzione a “People Pie”. Un concerto che racconta questa storia durata 40 anni».

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