Le strade allagate di Vibo Marina

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VIBO VALENTIA – In città, come in tutta Italia, c’erano fermento, tensione, soprattutto, tanto entusiasmo. La Nazionale di Marcello Lippi infatti continuava a inanellare successi arrivando alle soglie della finale del campionato del Mondo ma, adesso, l’ostacolo era proibitivo: la Germania, l’odiata Germania, che però abbiamo sempre battuto in competizioni ufficiali. Semifinale di fuoco, quel 4 luglio del 2006, a Dortmund.

Mancavano poco più di 24 ore di “passione” a quell’appuntamento con la storia del pallone a tinte tricolori e Vibo e i vibonesi si stavano preparando all’appuntamento nazional-calcistico-popolare. Ma quell’evento non fu festeggiato come tutti si aspettavano. No, perché il mese di luglio del 2006 la comunità di questa provincia lo ricorderà per un altro episodio pregno di lacrime non di gioia ma di profondo ed incolmabile dolore. Erano, infatti, i giorni dell’alluvione, di quell’immane disastro i cui segni nell’animo e nella mente sono ancora visibili così come le profonde ferite inferte da quella pioggia che in tre ore (con precipitazioni di acqua pari a quelle che normalmente cadono in un mese) mise in ginocchio una scia che ha unito l’area montana con quella marina nel nome di una sola parola: morte.

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 Oggi, 3 luglio, cade il decennale di quell’infausto giorno che porta con sé una dote pesantissima: quattro persone decedute travolte dal fango e dai detriti oppure trafitti da un fulmine. Il cielo, d’un tratto, si fece plumbeo. Minacciava pioggia. E pioggia fu. Ma non erano le solite gocce. No, quella era pioggia che portava con sé un nefasto presagio. Un presagio di paura e terrore, di morte e dolore, e infine di pianti e costernazione. Dieci anni sono passati da quel tragico evento. Quattro i morti di quel giorno, travolti dalla furia del fango caduto dalla collina. Oggi c’è il sole, il caldo, una timida brezza. Dieci anni fa, dalle 12 alle 15, invece, l’inferno arrivò sulla terra per manifestarsi in tutta la sua violenza provocando, tra l’altro, danni per circa 200 milioni di euro. Si chiamavano Salvatore Gaglioti che da appena 15 mesi si era affacciato al mondo, Ulisse Gaglioti, lo zio, e Nicola De Pascale. Tutti travolti, a distanza di poche decine di metri, dall’onda di fango e detriti. Antonio Arcella, addirittura, fu invece colpito da una saetta mentre di trovava in un capannone. De Pascali e Gaglioti erano insieme, facevano le guardie giurate e quel giorno stavano rientrando dal lavoro percorrendo la Ss 18. A qualche centinaio di metri di distanza vi erano Maria Lapolla e il piccolo e, su un’altra auto, Bruno Virdò, altra guardia giurata.

E per comprendere la drammaticità di quanto avvenuto è sufficiente leggere uno dei passi di quest’ultimo durante l’udienza del processo bis dell’alluvione. Cercò di sottrarre quella creatura ad un destino prematuro e crudele ma la vide venire strappata dalle sue mani e dai suoi affetti: «Provai a fare inversione ma riuscì solo a mettere l’auto di traverso con il muso verso il costone. La signora (la madre di Salvatore, ndr) mi passò il suo piccolo dicendomi: “Non pensare a me, pensa a mio figlio”. La collina sovrastante iniziò a gonfiarsi, mentre un grande masso investì il veicolo chiudendo la portiera e intrappolandoci all’interno. Riuscì con fatica a riaprirla ma, proprio in quel momento, venne giù il costone travolgendo tutto e tutti. Con una mano tenevo stretto a me il piccolo Salvatore, con l’altra mi ero aggrappato alla barriera paramassi». È stato in quel momento che la furia dei detriti gli strappò il piccolo trascinandolo a valle. La madre invece riuscì ad uscire in tempo dal veicolo. «Non sono riuscito a salvarlo», ha aggiunto la guardia giurata con gli occhi lucidi in un’aula di tribunale che ha ascoltato tutto il drammatico racconto in rispettoso silenzio. Nel corso degli anni furono avviate due inchieste della procura ordinaria. La prima, quando a guidare l’Ufficio era Alfredo Laudonio, si concluse, il 6 giugno del 2009 in un vero e proprio e clamoroso flop già davanti al giudice per le indagini preliminari: 11 assoluzioni su 11 imputati, en plein. La seconda, coordinata dal procuratore capo Mario Spagnuolo ha portato, invece, a processo 15 persone con le accuse a vario titolo di disastro colposo, omicidio colposo ed altro ancora. Processo che però si sta rivelando più difficile del previsto in considerazione dei continui cambi di presidente del Collegio giudicante che, senza il consenso delle difese a continuare l’attività istruttoria, ha provocato, di fatto, un riavvio dall’inizio, per due volte, del dibattimento. E oggi fino a martedì, il Forum delle associazioni, ricorderà quell’evento catastrofico con una serie di iniziative a tema: mostre fotografiche, dirette tv e una fiaccolata. Il 4 luglio gli azzurri piegarono la Germania e cinque giorni dopo salirono sul tetto del mondo, ma questa è storia nota. Un po’ meno lo è quella dell’alluvione di Vibo ma non per questo non deve essere ricordata, quanto meno per rispetto a quelle vite spezzate.

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