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Il luogo dell’omicidio

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VIBO VALENTIA – «Ricordo del giorno del funerale di mio fratello, mentre passava il feretro, appena uscito dalla chiesa, il corteo si era fermato davanti alla porta del Caffè Vittorio, e lì, notammo all’interno del bar, seppur questi avesse la serranda mezza abbassata, diversi componenti della famiglia Lo Bianco che alzavano i calici come a fare un brindisi. Anche l’autista che era con me ha notato la scena».

Sono le dichiarazioni che Domenico Piccione, fratello del geologo ucciso il 21 febbraio del 1993, secondo la Dda e carabinieri dal clan Lo Bianco, riferisce in un verbale di sommarie informazioni testimoniali l’8 maggio 2019. Gli inquirenti avevano riaperto il caso sul delitto di carnevale arrivando, l’altro ieri, ad arrestare due persone e indagarne a piede libero altre otto (LEGGI).

E dall’ordinanza del gip Filippo Aragona, emerge anche lo stato di paura della famiglia Piccione dopo l’uccisione del congiunto. Telefonate anonime e altre situazioni poco chiare.

La moglie della vittima, in un altro verbale del 5 maggio precedente, ricordava, all’epoca «di essere stata sentita a casa, ma non so dire quale fosse la forza di polizia che stesse indagando, anche perché si era verificato un fatto gravissimo che per noi fu come un fulmine a ciel sereno e non riesco neppure a dire quale fosse il mio stato d’animo. Proprio il giorno del funerale abbiamo ricevuto due strane telefonate alle quali ha risposto mia figlia e nelle quali l’interlocutore era come se sussurrasse “Sccc……” come per intimarci di fare silenzio. Avevamo due telefoni: quello di casa e dello studio di mio marito. Solo che da casa potevamo rispondere anche sulla linea dello studio. Prima chiamarono a casa, poi chiamarono allo studio di mio marito. Rispose mia figlia e mi raccontò l’accaduto… omissis…».

E il racconto della figlia è ancora più inquietante: «Il giorno del funerale di mio padre io ricevetti due telefonate a distanza di dieci minuti l’una dall’altra: una sul numero di casa e l’altra sul numero dello studio, collegato con un telefono interno a casa, per cui quando ci chiamavano allo studio – in caso di mancata risposta – c’era un telefono interno che era collegato a casa. Dunque la persona che ha telefonato evidentemente conosceva entrambi i numeri riferibili alla mia famiglia. Ricordo che dopo avere risposto al telefono udivo il suono che solitamente viene impiegato per intimare al proprio interlocutore di fare silenzio. Per questa ragione provai molta paura».

La ragazza raccontò subito l’episodio alla madre e questa cosa le fece «molta paura, anche perché non mi sembrava uno scherzo, ma mi sembrava una cosa per metterci a tacere». Nel frattempo, ieri hanno risposto entrambi alle domande del gup distrettuale Filippo Aragona (LEGGI), Salvatore e Rosario Lo Bianco, accusati di essere gli autori materiali dell’omicidio. Il primo, recluso nel carcere di Terni nell’ambito del procedimento “Rinascita-Scott“, ha contestato punto per punto le accuse, specificando dove si trovasse il giorno dell’agguato e di conoscere i collaboratori soltanto come concittadini ma precisando di non aver avuto con loro alcun rapporto.

Anche Rosario Lo Bianco, collegato dal penitenziario di Vibo Valentia, ha risposto alle domande del magistrato dicendosi completamente estraneo alle accuse. Salvatore Lo Bianco è assistito dagli avvocati Giuseppe Orecchio e Raffaele Manduca, mentre Rosario è difeso dall’avvocato Patrizio Cuppari.

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