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Nella ‘Lettera rubata’, famoso racconto breve di Edgar Allan Poe, un documento scottante, sottratto con l’inganno, viene nascosto, e sfugge alle più minuziose ricerche, mettendolo in evidenza sotto gli occhi di tutti. La crisi in atto al Comune di Avellino assomiglia molto a questo esemplare caso poliziesco; e per capirlo basta leggere la cronaca politica che copiosa ci viene elargita dai giornali come cronaca teatrale. Stiamo assistendo in questi giorni a un teatro più vivace che mai: entrano ed escono su un palcoscenico attori più noti e comparse che, come spesso accade, si muovono in gruppi variopinti e pittoreschi lasciando lo spettatore un po’ stranito. L’ultimo atto della vicenda dell’Assoservizi – di cui va colta per intero la rilevanza e la gravità politica – ha avuto un epilogo da operetta  viennese: dopo ore di dibattito, al momento di votare dieci consiglieri si sono alzati e se ne sono andati, affermando, come ingenue ragazze, di non aver compreso bene la faccenda. In questi stessi giorni scoppia ad Avellino, insieme al caso delle cartelle sbagliate, la questione delle assegnazioni delle case popolari. Siamo di fronte a due scandali che riguardano soprattutto il cittadino meno protetto, più esposto ai durissimi colpi della crisi: e proprio per questo occorre guardare con occhi molto chiari a quanto accade, per evitare che, come nel racconto di Poe, sfuggano i dati più evidenti.
Neanche nei momenti più bui di questi ultimi decenni si è registrato in città una simile labilità  di prospettive e un simile calo di fiducia, L’eccesso di politica corrisponde all’assenza della politica: l’enorme agitazione di figure, figuri, figurini e figuranti rende ancora più eclatante il vuoto politico e la totale assenza di guida. La vittoria ottenuta grazie  a una coalizione raccogliticcia e rissosa, i ripetuti insuccessi che hanno rappresentato una penalizzazione non tanto della persona del sindaco quanto della città capoluogo nel suo ruolo naturale di coordinamento e propulsione dello sviluppo provinciale, la distanza in primo luogo affettiva, verrebbe da dire, nei confronti delle sofferenze della popolazione e la riluttanza a qualsiasi iniziativa richiesta dal basso, salvo poi approdare in un’unica ondata a un piano di lavori pubblici dal profilo assai dubbio: questo, ci piaccia o no, è il bilancio dell’attuale giunta, dal colore molto prossimo alle ‘sfumature di grigio’oggi di moda, dal grigio noia al grigio fumo e al grigio cemento.
Ricordiamo che per imporre i quattro assessori ‘tecnici’ dell’Ave Maria, presentati come assi e poi eliminati come inutili scartine, si esordì con una violazione dello statuto comunale, in nome di una pretesa e propagandata  libertà d’azione volta a coprire alleanze di bassa cucina elettorale. Fu forse quello un gesto premonitore del disordine che sarebbe seguito? In ogni caso, la ritirata ingloriosa e intollerante su sostituzioni di minimalistico ripiego è stato l’unico e dubbio segno di vitalità politica espresso dall’amministrazione e dai club che la sostengono.
E’ tempo che Avellino riacquisti, se non una leadership in una provincia in cui le ‘aree interne’  sono destinate ad avere un peso sempre crescente, almeno la stima di fronte a sé e alle realtà circostanti. Questa stima oggi è stata persa del tutto. E qui entra in gioco la qualità della classe dirigente, che Guido Dorso – della cui dimenticata lezione  non rimane che l’esile filo di fumo del suo sigaro – riteneva la causa di tutti i mali del Mezzogiorno.
Occorre dire con chiarezza che i meccanismi elettorali sono inquinati alla base. Nelle amministrative pesa più che mai il voto di scambio, come è facile intuire dai comportamenti elettorali dei quartieri popolari, dominati dalla mediazione di ‘portatori di voti’ che li barattano per vantaggi sempre più esili, dalla visita sanitaria all’interessamento per qualche ora di lavoro.  Sul rapporto perverso fra medici e politica, tra prestazione e voto, sarebbe utile avviare una seria analisi, ad esempio. In ogni caso, dove tutto manca, dove l’occhio e l’orecchio del potere non arrivano e nessuna autorità si prede cura dei bisogni e dei disagi, l’inserimento passivo e disperato in una rete di relazione e di clientela può costituire una paradossale opportunità di riconoscimento anche umano.
Certo, il restringersi progressivo degli spazi di scelta del cittadino (le liste bloccate, la riduzione di provincia e senato a istituzioni nominate dall’alto) è un problema nazionale. Così come il meccanismo delle primarie si è rivelato  dovunque  l’occasione per lo scoppio delle conflittualità in un partito che non crede più a se stesso Ma questa riflessione non ci dispensa certo dal chinarci sulle macerie della nostra città per cercare di capire se c’è ancora qualcosa da salvare.  Anche ad Avellino come a livello nazionale la crisi del PD è la crisi della politica e della stessa possibilità della solidarietà sociale, di una comunità civile viva. Ma con delle marcate specificità. Avellino è stata caratterizzata infatti da una inusuale continuità nei nuclei del comando effettivo della città, controllato dalla Diarchia dei due ‘grandi vecchi’, ora più o meno fuori scena. Dopo vari decenni di incontrastato dominio, che hanno prodotto lo sventramento del centro storico e nessuna opera pubblica che contribuisse alla funzionalità o alla bellezza degli spazi, la città è piombata nella terra di nessuno della fluidità e dell’incertezza.
In uno scenario sempre più simile alla desolazione e all’oscurità dei paesaggi urbani di ‘Blade Runner’ (basta percorrere il Corso alle nove di sera, o salire verso il Duomo) si assiste alla continua guerriglia fra bande di mutanti. Se i dieci che hanno abbandonato l’aula consiliare per ignoranza o accordo fossero uomini o robot, non è dato saperlo. Certamente l’Entità duplice e monolitica che ha dominato la città per tanto tempo si è circondata, come del resto ogni potere, di cortigiani scadenti e ossequiosi, che di elezione in elezione hanno costituito un gruppo dirigente sempre più squalificato. E’ questo il problema di fondo, da affrontare alla radice, laddove le uniche radici di cui si parla sono quelle del povero cedro venuto dal Libano a vivere in questa inospitale città.
Eppure dobbiamo cercare dei rimedi ai nostri mali. Occorre togliere i veli delle ambiguità, indicare con chiarezza – e di fronte all’opinione pubblica –  il percorso di ogni scelta (come è stata selezionata l’Assoservizi ad esempio?) e attribuire un nome a ogni responsabilità, e responsabilità a ogni nome. Oltre alle analisi sociologiche, alla fine è sempre la persona umana a entrare in gioco. Occorre ancora che taluni anchilosati gregari, violentatori seriali di grammatiche e sintassi, che vogliono condizionare la vita cittadina con ulteriori, antiquate ambizioni, si facciano finalmente da parte e lascino spazio al vero nuovo (non al finto nuovo di molte ribalte nazionali). Ma nel cumulo delle macerie c’è ancora qualcosa di vivo? troveremo ancora Persone?

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