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Una scena tratta dal film "Divorzio all'italiana"

Tempo di lettura 4 Minuti

Il 18 maggio 1928 Annibale Mazzone uccide la moglie Carmela Cimarosa, a parer suo colpevole di averlo tradito. Di quel processo, resta la memorabile arringa difensiva dell’avvocato Casalinuovo, che portò l’imputato all’assoluzione: “L’onore è sentito, da noi meridionali in genere e da noi calabresi in ispecie, un po’ diversamente di come lo sentono gli altri. Ed è per ciò che il disonore ci sconvolge, ci devasta, ci annienta: ci rende folli ed irresponsabili.

C’è da noi come un imperativo categorico più forte di noi: Se sei tradito uccidi. Te lo gridano i tuoi avi da tutti i millenni; te lo gridano i tuoi morti da tutte le fosse; te lo grida la tua gente da tutte le case prossime e lontane. Uccidi, che se no, sei disonorato due volte! Noi non viviamo che di reputazione. Lavoriamo, stentiamo, soffriamo, lottiamo a crearcela giorno per giorno, un poco al giorno, questa reputazione. Viviamo di essa.

È il nostro tormento e la nostra gioia. Ce ne facciamo ghirlanda di spine e ghirlanda d’alloro. E in cima alla nostra reputazione – reputazione di tutte le reputazioni – sta l’onore della famiglia. Non vi chiediamo di assolvere per una ragione d’onore o di assolvere perché dovete credere al disonore. Assolvete, noi vi diciamo, come assolvereste dei pazzi! Compiangetelo, signori Giurati. Compiangetelo: ed assolvetelo”.

Tra queste ampollose parole si nasconde però la verità di un mezzogiorno abbandonato a sé stesso che tenta di riscattarsi attraverso l’individuazione della dignità come diritto. Una condizione giuridica che vede una devianza come tutela della sopravvivenza e che giustifica, perciò, ogni più miserabile azione.

La vendetta, micidiale connubio di variegate componenti sociali, diventa così un fattore culturalmente motivato che abilita all’azione, ossia il comportamento realizzato da un membro appartenente ad una cultura di minoranza, che è considerato reato nell’ordinamento giuridico della cultura dominante. Questo stesso comportamento, tuttavia, all’interno del gruppo culturale dell’agente è condonato o accettato come comportamento normale o, addirittura, è sostenuto e incoraggiato in determinate situazioni.

Quindi, se da un lato si assiste a una tacita accettazione, dall’altro, sulla base degli stessi presupposti, emerge l’indignazione di quella parte di società che ha proseguito verso un processo evolutivo culturale differente e che prende le distanze da determinati comportamenti.

Non ci si stupisce allora se circa trent’anni dopo Giovanni Arpino pubblica Un delitto d’onore, romanzo ambientato negli anni del fascismo, ma che guarda allo stesso argomento con un altro piglio.

[…] La storia tocca le corde di Pietro Germi e così nel 1961, in Divorzio all’italiana affronta, con la chiave a lui inedita dell’ironia e del grottesco, il problema di un sistema giuridico piegato da centinaia di omicidi travestiti da delitti d’onore e una questione sociale spudoratamente ignorata dal governo centrale, che gli fa addirittura aggiudicare un Oscar per la sceneggiatura e due nomination per la regia e miglior attore protagonista (Marcello Mastroianni). In una Sicilia ancora fortemente permeata da arretrate convenzioni, Fefè architetta un omicidio per liberarsi della moglie e impalmare la giovane cugina, non essendo ancora ammesso il divorzio e contando di avvalersi delle ampie attenuanti previste dal Codice penale per il delitto d’onore. Fefè trova ispirazione dal processo a cui aveva assistito a Catania, intentato contro Mariannina Terranova per aver ucciso a colpi di pistola suo marito fedifrago, in cui aveva sentito dall’avvocato difensore di Mariannina queste parole: “Ma l’onore, signori miei, l’onore, che cos’è l’onore? Terremo ancora per valida la definizione che di esso dà il Tommaseo, nel suo monumentale dizionario della lingua italiana, quando lo definisce come: il complesso degli attributi morali e civici che rendono un uomo rispettabile e rispettato nell’ambito della società in cui vive. O lo butteremo noi tra il ciarpame delle cose vecchie, inutili, sorpassate?” […] L’ambientazione siciliana è ampiamente connotata attraverso riferimenti di vario genere: dati culturali, come l’‘onore’, le ‘corna’ e il maschilismo; episodi di cronaca e di costume (la sezione del PCI dove ancora gli uomini ballano esclusivamente con altri uomini; la proiezione de La dolce vita di Fellini, che suscita scandalo e riprovazione, ma attira nel cinematografo tutti i maschi del circondario); il ricorso al dialetto, cui si associa una gonfia retorica umanistica forense; in quella Sicilia si accentrano, come sotto una lente caricaturale, i connotati di un’intera nazione, ancora oppressa, nelle leggi e nei costumi, da retaggi culturali arcaici.

Proprio parafrasando il titolo venne coniata la commedia all’italiana, filone cinematografico che ritrae i costumi dell’Italia negli anni del boom attraverso la satira, ma le commedie “meridionalistiche” di Germi vanno oltre, questi film vivono fuori dal tempo come il Sud che descrivono: di fronte all’individuo non sta la società dei costumi, ma una civiltà ancestrale, quasi tribale; non il nuovo, ma il vecchio, anzi l’eterno, l’immutabile.

Germi resterà ancora in questo mondo anacronistico e, nel 1964, uscirà con un altro film, degno del predecessore, Sedotta e abbandonata (nella foto), in cui mette in scena una sequenza di personaggi goyeschi grotteschi, sudaticci, deformati anche interiormente dal sole siciliano: quasi un documentario antropologico su un mondo di barbari, sull’arcaico codice penale che permette di riparare con il matrimonio qualunque misfatto sessuale.

Ma le leggi tendenzialmente non camminano a braccetto con le evoluzioni di costume e le donne continuano a essere uccise legalmente: al referendum sul divorzio si arriverà nel 1974, ma il delitto d’onore scompare dal codice soltanto nel 1981, rispetto a oggi un tempo storico davvero irrisorio. 

Tratto da “C’era una volta e c’è ancora il delitto d’onore. Nei tempi e nei luoghi della storia e dell’arte” di Marianna Loredana Sorrentino per gentile concessione della casa editrice La Caravella.


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