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Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia

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Ho davanti agli occhi lo sguardo incupito di Carlo Azeglio Ciampi, le braccia allargate, e quella voce che si abbassa, quasi a spegnersi: “Ma come si fa? Ma come si fa a non capire che dobbiamo uscire in fretta dalla zoppìa europea? Come si fa a non capire che una costruzione imperfetta basata solo sulla pur fondamentale gamba della moneta, non può reggere?”. Voleva dire: che Europa è questa se non riesce a coniugare disciplina di bilancio con crescita, occupazione e investimenti? Si chiedeva: dove andiamo, che fine farà il sogno europeo? Quando proposi di raccogliere gli eccessi nazionali di debito pubblico in un fondo unico, per ridare slancio agli investimenti, lui disse che era totalmente d’accordo, ma subito mi aggiunse: vedrai, non lo faranno.

Questo doppio scambio di battute mi è venuto in mente leggendo il lungo ragionamento tutto centrato sull’Europa in bilico tra nazionalismi e consolidamento, gigante economico e gigante politico, esposto ieri nella relazione annuale del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Soprattutto, mi si è appalesato in quel passaggio che mi ha colpito dove si sottolinea l’esigenza di trasformare il Patto di Stabilità e Crescita in Patto di Crescita e Stabilità.

Purtroppo, come mi disse allora Ciampi, mi viene da pensare che l’isolamento del governo italiano di oggi in Europa contribuisce, ancora più di allora, a rendere inascoltata la voce di un Paese fondatore come il nostro che pure appartiene alla storia più nobile del Vecchio Continente. Gli uomini e i loro comportamenti in casa (l’Europa non c’entra) determinano un quadro complessivo di fragilità e rischiano di fare apparire velleitario l’intero ragionamento. C’è un’altra zoppìa, tutta italiana, che mi è parsa sottovalutata tout court.

L’esortazione a fare “dell’autonomia differenziata una leva di competitività e di efficienza… salvaguardando la visione unitaria e l’interesse nazionale su questioni strategiche…” riflette a mio avviso una colpevole distrazione su quello che è accaduto in questo Paese, di sicuro almeno negli ultimi dieci anni.

Come ha documentato questo giornale, dal suo primo giorno di uscita, attraverso il marchingegno della spesa storica per il quale il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero, si è assistito a uno scippo continuato e aggravato di decine e decine di miliardi l’anno che hanno sottratto spesa sociale e produttiva dovute alle donne e agli uomini del Sud per fare regaloni di Stato alle aree più forti del Paese. Che hanno fatto di queste somme indebitamente sottratte la cassa del peggiore assistenzialismo e di un intreccio perverso di affari tra politica, imprese e, a volte, addirittura, criminalità organizzata. Ovviamente non sempre.

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Senza fare questa ineludibile operazione verità nelle sedi costituzionali, politiche, economiche e civili, parlare di autonomia differenziata è semplicemente da irresponsabili. Sarebbe più serio e corretto parlare di sbaraccare le Regioni che si sono rivelate centri di potere e di clientelismo, quanto aveva visto lungo e bene Ugo La Malfa, e guardare in faccia la realtà: quello stesso assistenzialismo che ha caratterizzato le Regioni meridionali si è trasferito al Nord, alle prime è stata tolta la Cassa e le seconde hanno fatto di quella Cassa un uso analogo a quello fatto dalle prime.

In entrambi i casi eccezioni a parte. Davanti a tale vergogna non prendere posizione e non chiedere di restituire al Sud ciò che gli è dovuto in termini di welfare e di investimenti, significa ignorare la zoppìa italiana. Alimentata da colpe, certo, del ceto dirigente meridionale ma in misura, forse, addirittura superiore dagli espropri subiti dal Nord neoassistenzialista. Esiste una questione settentrionale che non può essere sottaciuta e che ha nello stato di famiglia del suo capitalismo i segni cromosomici della perdita di valore e della doppia morale.

Si deve prendere atto che le tossine dell’assistenzialismo, rubato al Sud, hanno infettato il corpo vivo della grande impresa privata del Nord e che esiste una questione industriale italiana che non riguarda i piccolissimi e medi esportatori globali, ma gli ex condottieri ridottisi nella migliore delle ipotesi a subfornitori di qualità.

Di questa zoppìa tutta italiana non c’è traccia nella relazione annuale del presidente della Confindustria e questa assenza fa parte, purtroppo, del ritardo complessivo del Paese. Se anche cadesse la zoppìa europea, rimarrebbe quella italiana. Senza il coraggio di riconoscerla, recuperare la piena mobilità è impossibile.


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