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Il Mose di Venezia

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Venezia ha 5 miliardi e mezzo di ferro e cemento sott’acqua, ma non c’è nemmeno una paratia del Mose che riesca a bloccare l’alta marea. La Pi-Ru-Bi, che è l’abbreviativo di Piccoli, Rumor, Bisaglia, i tre capibastone della balena bianca veneta, ha attraversato tutte le stagioni della Repubblica italiana ma non ha mai raggiunto Trento. La Pedemontana Veneta costa 2,5 miliardi, ma tra materiali non certificati e acciai scadenti, si è fermata dentro una galleria che ha il soffitto che si stacca a blocchi. Stendiamo un velo pietoso sul Velodromo di Treviso e mille altre debolezze, compresi il primo piagnisteo a reti unificate sull’acqua alta e il secondo sui turisti che non vengono più mentre è tutto a posto. A loro modo questi comportamenti offendono la storia e l’unicità di Venezia nel mondo, un patrimonio che appartiene a tutti ma custodisce il rispetto e l’orgoglio degli italiani.

Ricordo questi episodi di “buon governo” veneto perché in un Paese che si occupa solo di prescrizione, e rischia pure di essere prescritto nel processo in cui è imputato unico per il reato ministeriale di occupazione ossessiva di cose inutili, il pericolo concreto che si apra una nuova stagione di trasferimenti pubblici clientelari a favore della Serenissima non appartiene al mondo dell’irrealtà. Si dia a Venezia quello che è giusto e, soprattutto, si risparmino all’Italia nuove brutte figure internazionali per dissipazione maniacale, e cosa ancora più grave anche tangentizia, di risorse pubbliche senza fare le opere o, perlomeno, senza farle che funzionino o senza finirle. Il punto è che, nonostante i buoni e ripetuti propositi del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è sparito totalmente dal radar l’unico problema sistemico italiano che dovrebbe occupare a tempo pieno chi ha l’onore di governare la Repubblica italiana. Ci sono volute le Sardine, e è giusto riconoscerglielo, per ricordare a tutti che lo snodo della crescita del Paese passa per l’investimento pubblico nel Mezzogiorno in materia di spesa sociale e, soprattutto, di infrastrutture di sviluppo.

Questo giornale ha l’orgoglio di avere documentato lo scippo di 60 e passa miliardi l’anno operato dal Nord a spese del Sud, grazie al trucco della Spesa Storica, e di avere esplicitato con ben tre distinte operazioni verità la malattia italiana che è quella di fare assistenzialismo al Nord con i soldi pubblici dovuti al Sud per fare quelle infrastrutture senza le quali mai il Paese nel suo complesso potrà tornare a crescere. Unire l’Italia, in termini infrastrutturali e industriali, serve al Nord almeno quanto al Sud. Il Paese ha bisogno di un governo che faccia quello che da venti anni in qua non ha fatto nessuno. Non un di un governo che continua a perdere tempo.


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