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Luigi Gubitosi davanti la sede Tim

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Pubblico e privato in Italia non sono mai andati d’accordo, si passerà più tempo a litigare sulle nomine e sulle scelte di gestione che a mettere i cavi della nuova fibra. A tutti questi signori che proclamano la nascita della rete pubblica con governance indipendente con la stessa enfasi con cui hanno annunciato la farsa dell’uscita dei Benetton da Atlantia diciamo: fermatevi! Non servono 534 progetti ma l’unico che l’Europa ci chiede: fare tutte le infrastrutture negate al Sud

C’è stato un proclama su Atlantia, ma lo Stato è entrato o no? Abbiamo sbattuto fuori i Benetton sui giornali, ma Cdp ha preso o no il loro posto? Lecito il dubbio: lo prenderà mai? A quale prezzo e in cambio di che cosa? È vero o no che a oggi la rete autostradale italiana è gestita da Aspi e, cioè, dai Benetton esattamente come avveniva prima della cerimonia di inaugurazione del nuovo Ponte Morandi?

Dove è finito il memorandum che avrebbe dovuto sancire l’accordo per l’aumento di capitale e l’ingresso di Cdp al posto dei Benetton? Perché non è stato firmato il 27 luglio come promesso ma neppure in uno dei trenta giorni successivi indicati dal calendario? Perché non se ne parla proprio più di firmarlo? È vero o no che i Benetton hanno addirittura spedito una lettera al governo in cui annunciano che faranno un’altra cosa? Che faranno, cioè, un’asta internazionale al migliore offerente o, in alternativa, la distribuzione delle azioni di Aspi ai soci di Atlantia permettendo a Cdp di fare gli acquisti che vuole ma a parità di condizioni con gli altri potenziali acquirenti? Insomma: l’esclusiva a Cdp come ovvio non c’è più e Cdp paga, come giusto, il prezzo di mercato. Il punto è che rischia addirittura di non prenderla pur pagando il prezzo di mercato. Ricordate il ministro degli Esteri in carica: non daremo un euro ai Benetton? A sentirlo all’epoca veniva da ridere, ora da piangere.

Se le cose stanno così, ma davvero credete che Tim lascerà il passo a Cdp per guidare la società di gestione della nuova rete digitale e fare davvero gli investimenti pubblici per la fibra nel Mezzogiorno e nei Sud del Nord? Ma chi volete prendere in giro? Pubblico e privato in Italia non sono mai andati d’accordo, passeranno più tempo a litigare sulle nomine e sulle scelte di gestione che a mettere i cavi della nuova fibra. E poi dovranno dare conto al socio americano che non sarà certo pago del 9% di rendimento fisso e al quale di cablare Ragusa o Catanzaro, ma anche Rovigo e Grosseto, non gliene può fregare di meno. Ricordate Telit? Ricordate che cosa successe tra la Fiat di Romiti e il PSI di Craxi? Ricordate quanti viaggi a vuoto fece il povero Tonino Maccanico in Mediobanca prima di alzare bandiera bianca? Ricordate il sogno della grande chimica italiana chiamato Enimont che sancì la morte di Montedison, fu la madre di tutte le mazzette, per non parlare delle vite stroncate di Cagliari e Gardini? Ci fermiamo qui.

A tutti questi signori che proclamano la nascita della rete pubblica con governance indipendente della fibra con la stessa enfasi con cui hanno annunciato l’uscita dei Benetton da Atlantia, ci permettiamo di suggerire finché si è in tempo di separare i destini dei gestori privati di telecomunicazioni e di contenuti informativi dalla gestione (Cdp) davvero pubblica, davvero italiana, della rete del futuro.

Sono in gioco decine di miliardi di fondi europei, la grande scommessa della riunificazione infrastrutturale e industriale italiana a partire dalla logistica e dalla portualità. Non ci possiamo permettere di ripetere l’ennesima commedia degli equivoci all’italiana. Non possiamo ancora una volta lavorare per gli spagnoli che la rete l’hanno fatta portando i cavi in tutto il Paese, che hanno fatto l’Alta velocità ferroviaria partendo dal Sud, e che sanno che cosa è una società pubblica di investimenti e che cosa è una società privata che gestisce cellulari e contenuti digitali. Soprattutto sanno fare quello che non sappiamo fare noi. Progetti chiari, uno alla volta, e realizzati nei tempi prestabiliti. Non l’assalto alla diligenza del Recovery Fund con 534 progetti quando ce ne è uno solo che serve e che l’Europa ci chiede: fare tutte le infrastrutture finora ingiustamente negate al Mezzogiorno. Se amate questo Paese, almeno sulla fibra, fermatevi!

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