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Se vogliamo parlare seriamente di coesione sociale evitiamo slogan e manifestazioni di piazza che da decenni non fanno che consolidare lo schema della irresponsabilità regionalista. Il problema numero uno è la capacità dei soggetti attuatori del Pnrr e dei soggetti referenti nell’utilizzo di tutti i fondi nazionali e comunitari di fare buona progettazione e buona esecuzione nei territori meridionali. Questo è il problema vero da risolvere perché la lotta alle diseguaglianze diventi reale e perché l’economia del Paese intero torni a crescere. Perché tutto quello che si è deciso di fare avvenga

DOPO decenni è stata fatta la prima manovra di un governo repubblicano che combatte concretamente le diseguaglianze. Ovviamente la Cgil e la Uil dichiarano sciopero generale in piena pandemia perché non si è fatto abbastanza per combattere le diseguaglianze.

Razionalmente sono scelte incomprensibili se si pensa a quello che Manovra e Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) stanno mettendo in campo con una forza quantitativa e una qualità degli interventi di cui non si aveva neppure più memoria. Si è decisa la nuova decontribuzione una tantum fino a 35 mila euro di reddito annuo lordo per i lavoratori dipendenti e si è prorogata quella più specifica per chi lavora nelle regioni meridionali. Si fa una riforma fiscale strutturale che taglia di sette miliardi l’Irpef e di uno l’Irap e allarga la no tax area per i redditi più poveri come non avveniva dalla riforma del fisco di Visentini dell’inizio degli anni Settanta. Si rifinanzia il fondo per gli investimenti pubblici di modo che tutti i programmi di lungo termine per lo più collocati nel Mezzogiorno non si fermino quando si esaurisce la cassa del Pnrr.

Si decide il più grande intervento di spesa pubblica educativo e civile a favore del Mezzogiorno investendo il 55% delle risorse del Pnrr in asili nido, mense scolastiche, palestre e così via. Si fa altrettanto per la banda larga digitale ultra veloce e per la transizione ecologica a partire dai treni veloci. Si stanzia molto di più del 40% delle risorse per scuole nuove, ospedali nuovi, che se si fosse fatto prima, non avremmo il divario di reddito pro capite che oggi c’è tra Nord e Sud e non avremmo avuto il ventennio italiano di crescita zero che è l’ultima stagione del suo lungo declino. A sua volta figlio della frammentazione decisionale e di un conflitto Stato-Regioni paralizzante.

I fatti separati dalla ideologia e dalla demagogia politica dicono questo. Dicono che si vuole fare sciopero generale sventolando la bandiera delle diseguaglianze dimenticate contro chi per la prima volta seriamente le combatte. Nessuno di tutti questi signori trova un attimo del suo tempo per occuparsi del problema reale numero uno che questo Paese ha se vuole trasformare la crescita del 6,3/6,5% del 2021 – che contiene elementi strutturali in quanto i volumi di investimenti fissi lordi pubblici e privati hanno già superato i valori del 2019 – nell’inizio di una stagione pluriennale di crescita con tassi da miracolo economico.

Il problema numero uno è la capacità dei soggetti attuatori del Pnrr e dei soggetti referenti nell’utilizzo di tutti i fondi nazionali e comunitari di fare buona progettazione e buona esecuzione nei territori meridionali. Questo è il problema vero da risolvere perché la lotta alle diseguaglianze diventi reale e perché l’economia del Paese intero torni a crescere. Perché gli asili nido nuovi si facciano per davvero. Perché l’alta velocità ferroviaria e la banda larga top diventino realtà e provino a ricucire stabilmente le due Italie. Perché tutto quello che si è deciso di fare avvenga.

Non è vero che la pubblica amministrazione non tira più. I candidati come consulenti per la scelta dei mille esperti che devono affiancare i soggetti attuatori del Pnrr sono risultati 62 mila con profili e curriculum di prim’ordine. 

Questo è un fatto. Entro venerdì di questa settimana, non dell’anno prossimo, la Funzione pubblica incrocerà i dati sulle competenze dei singoli e la loro territorialità con l’algoritmo rendicontazione europea o esperti informatici e così via e assegnerà elenchi territorializzati di nuove risorse umane alle singole Regioni. Che dovranno entro un paio di settimane massimo allestire la cabina di regia e fare le selezioni perché a gennaio i supporti tecnici arrivino ai Comuni e comincino a soddisfare i loro fabbisogni. Perché queste competenze siano messe sotto contratto e siano operative.

Se a gennaio dovessimo scoprire che in Emilia-Romagna e in Veneto con qualche intoppo e più di una difficoltà le cose hanno comunque funzionato e che invece, solo a titolo di esempio, in Sicilia e in Campania nonostante le preferenze accordate sul numero di risorse è addirittura tutto fermo, come la mettiamo? Che facciamo? Aspettiamo inerti che si proceda come avviene per decine di miliardi di fondi europei di coesione e di altro tipo che perdiamo per strada o reagiamo? Vogliamo prendere atto o no di una difficoltà strutturale che riguarda Nord e Sud perché la debolezza è intrinseca anche se si esprime con modalità differenti?

Questo è il problema vero del Paese di oggi. Dobbiamo dircelo con franchezza. Perché se non siamo capaci nemmeno di utilizzare una banca dati con un ventaglio di competenze così largo per fare smuovere le cose, vuol dire che la soluzione del problema passa per i poteri sostitutivi a livello centrale tipo Recovery Plan e per una riorganizzazione di fatto degli assetti decisionali e esecutivi del Paese. Questo è il vicolo cieco dal quale bisogna uscire in fretta perché il dibattito pubblico tra livelli così frazionati e confliggenti di responsabilità non può risolvere il problema. Serve una struttura centrale che punta al risultato, non al formalismo, e abbia i poteri e le competenze per garantire progettazione e attuazione  organica del Piano Italia dove confluiscono fonti di finanziamento che dovrebbero essere complementari tra di loro e avere tempi di esecuzione analoghi o coerenti, ma non lo sono e mai potranno esserlo con una così evidente  frammentazione  di interessi/poteri e una dispersione territoriale di capacità amministrativa e di qualità gestionale.

Apparentemente chi ci perde di più in questo coacervo di irresponsabilità è il Mezzogiorno, ma di fatto è l’intero Paese che in queste condizioni sciupa la sua ultima grande occasione. Occupiamoci di questo se vogliamo parlare seriamente di coesione sociale e evitiamo slogan e manifestazioni di piazza che da  decenni non fanno che consolidare lo schema della irresponsabilità regionalista. Per cui i ricchi valgono più dei poveri e anche i poveri dei territori ricchi valgono di più dei poveri dei territori meno ricchi. Il circolo vizioso italiano di sempre delle diseguaglianze.


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