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Il premier Giuseppe Conte

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Da questo circolo perverso dove la crisi sanitaria e quella economica si intrecciano esplosivamente si può uscire solo con un’iniziativa fortissima del capo del governo da affiancare alle restrizioni. Scatti subito il Piano B. Si utilizzino i 60 miliardi che sono in cassa, perché gli italiani sono persone serie e le entrate sono andate meglio del previsto così come il collocamento dei titoli pubblici ha dato soddisfazione. A questo tesoretto si aggiungano i 44,4 miliardi del patrimonio destinato che è dentro Cdp e diventano titoli di Stato da scontare fuori con la Bce. Si può così garantire quella liquidità che serve oggi per i risarcimenti dovuti ai privati e per sventare la bancarotta di una parte rilevante dell’economia italiana. È necessario e urgente ridimensionare il ruolo delle Regioni per superare la frammentazione decisionale

Siamo in un ristorante dove ordina chi non paga il conto. L’ultimo a farlo è lo sceriffo Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania plebiscitariamente riconfermato appena qualche settimana fa. Vuole chiudere la Campania per salvare vite umane e non ha neppure voglia di fare i conti per quanto lo Stato dovrà pagare a suo nome affinché i morti in economia non riempiano tutti i cimiteri della Campania. Lui ordina, gli altri pagano il conto. Prima di De Luca, con toni meno teatrali ma decisamente persuasivi, il bravissimo presidente della Emilia-Romagna e della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini, è riuscito nel capolavoro assoluto di imporre l’uso del trasporto pubblico locale fintamente all’80%, di fatto al 100%. Arrivando a farsi pagare in moneta contante dallo Stato e, cioè, da tutti noi, il 20% a cui fintamente rinuncia. Siamo al doppio “risultato” che è quello di avere posto le basi per la moltiplicazione della velocità di diffusione del Covid 19 e di averlo fatto, per di più, caricando ulteriormente deficit e debito della Repubblica italiana per consentire ai Capetti delle Regioni di continuare a abbellire i loro bilanci – gravati dal peso di clientele e sprechi senza pari – facendo pagare come sempre il conto al bilancio dello Stato e, cioè, a tutti noi.

Che dire? Pensare perché no con una spesa infinitamente minore di ricorrere a scuolabus privati per alleggerire il peso dei flussi del trasporto locale pubblico? Avere avuto tutta l’estate per organizzarsi in questo settore come in quello della sanità non è bastato a questi signorotti che occupano la TV da mattina a sera per dare lezione a tutti? Che valore possono avere le loro critiche nei confronti di una coalizione di governo che ha gestito molto bene la prima fase e certamente peccato molto nelle capacità esecutive della sua gestione commissariale? Per noi, il valore è pari a zero, per assenza assoluta di credibilità da parte di chi pronuncia le critiche. Quello che ci preme qui sottolineare come andiamo ripetendo in assoluta solitudine da settimane è che siamo al Big Bang del sistema Italia. Prima lo capiamo, e prima potremo cominciare a provare con serietà a salvarci.

Perché abbiamo di fronte un mostro che sta mettendo in ginocchio le grandi economie del mondo e che rischia di spazzarci brutalmente se nemmeno in questa terribile situazione riusciremo a superare le nostre fragilità istituzionali. Il Covid 19 ha messo a nudo i miopi egoismi del Nord e la rassegnazione al degrado del Sud che hanno nel luogo nascosto della democrazia italiana, la Conferenza Stato-Regioni, il centro propulsore del declino strutturale del Paese. Abbiamo detto prima di tutti che c’è un rischio concreto di eversione sociale nel Mezzogiorno, guai se si continua a sottovalutarlo. Abbiamo detto dal giorno dell’esito del referendum sul taglio del numero dei parlamentari che questo risultato avrebbe di fatto elevato la Conferenza Stato-Regioni a Terza Camera dello Stato e che questa prospettiva ci faceva paura. Purtroppo sta accadendo, e ora se ne sono accorti in molti.

Abbiamo ripetuto fino alla nausea che la cassa europea al momento è vuota e che la favola degli investimenti pubblici al Sud può accendere micce pericolose perché infiamma le aspettative e riempie le taniche di benzina della protesta sociale quando nulla accade. Quando gli ospedali sono intasati, le saracinesche si chiudono e i risarcimenti non arrivano. Quando si sente sempre più forte il morso di dieci e passa anni di abolizione della spesa pubblica infrastrutturale e di un taglio abnorme della spesa sociale.

Da questo circolo perverso dove la crisi sanitaria e quella economica si intrecciano esplosivamente si può uscire solo con un’iniziativa fortissima del capo del governo Conte che affianchi alle inevitabili restrizioni di origine sanitaria la partenza immediata del cosiddetto Piano B che va subito messo in campo. A nostro avviso è necessario un brutale ridimensionamento del ruolo delle Regioni e, soprattutto, l’utilizzo di una cassa finalmente vera che si possa toccare e risuoni di moneta sonante da Nord a Sud del Paese. Per fare tutto quello che si può fare per recuperare il tempo perduto nel sostegno alla medicina del territorio e alla ospedalità pubblica e, contemporaneamente, per ristorare un’economia italiana messa in ginocchio per colpe non sue che senza un intervento pubblico immediato rischia la bancarotta in settori vastissimi. Questa è la realtà. Allora, presidente Conte, finiamola di parlare di una cassa europea che non c’è perché a furia di ripetere “diremo, faremo” aumenta solo l’insofferenza dell’attesa. Non annunciamo, ma facciamo con quello che abbiamo. Facciamo scattare il Piano B e, soprattutto, chiariamo ai cittadini italiani che è il governo della Repubblica a agire con i soldi di tutti secondo criteri di equità e perseguendo l’unico disegno possibile per superare l’emergenza e porre le basi dello sviluppo. Fuori dagli schemi avvilenti del ventennio perduto di cui lei parla spesso. Ma che cosa è esattamente il Piano B, vi chiederete? Meglio ancora: dove sono i soldi? Vediamolo, dunque, più da vicino. In cassa ci sono 60 miliardi perché gli italiani sono persone serie e le entrate sono andate meglio del previsto così come il collocamento dei titoli pubblici italiani ha dato soddisfazione. Persiste l’anomalia rispetto ai titoli sovrani portoghesi e spagnoli, ma sul mercato la domanda è molto sostenuta e la raccolta è buona. Sarà bene prima della nuova bufera portare fieno in cascina allungando il più possibile le scadenze con durate quarantennali o trentennali a tasso fisso cercando di pilotarlo al massimo ribasso. Nel mercato attuale c’è spazio per guadagnare ancora qualcosa e soprattutto per guadagnare un pochino su un arco di tempo lunghissimo che permette di guadagnare tanti pochini che tutti insieme fanno molto.

A questo tesoretto di sessanta miliardi aggiungiamo i 44,4 miliardi del “patrimonio destinato” della Cassa Depositi e Prestiti. Che può fare provvista con la stessa Bce scontando i titoli del debito appunto con “patrimonio destinato” che è dentro Cdp e ha come mission la patrimonializzazione delle imprese. Parliamo di un pezzo di Cdp e di cassa vera. Il meccanismo è a suo modo semplice. Cdp gestisce il risparmio postale e ha questo patrimonio separato. È un soggetto riconosciuto e apprezzato sui mercati. I 44,4 miliardi della dote separata diventano titoli di Stato da trasferire a Cdp che li sconta fuori con la Bce, incassa i soldi e fa prestiti veri a tassi realmente irrisori alle imprese, soprattutto garantisce quella liquidità in più che serve oggi alla tesoreria per fare fronte alla montagna di risarcimenti dovuti ai privati e sventare la bancarotta sicura di una parte troppo rilevante e altrimenti non più recuperabile dell’economia italiana. Tra la cassa vecchia e quella nuova sono più di cento miliardi. Tutto l’extra che si ottiene con l’allungamento delle scadenze dovrà confluire qui.

Questo, Presidente Conte, è il suo bazooka ed è anche l’ultima possibilità che ha lei per evitare che la barca si sfracelli tra i marosi della crisi sanitaria resiliente e della crisi economica strutturale italiana che viene da molto lontano. Per fare scattare il Piano B non c’è più tempo da perdere. Neppure un giorno. Rinnoviamo oggi a lei l’appello che ripetiamo dal primo giorno della prima ondata di Coronavirus. Siamo in guerra. Serve un gabinetto di guerra. Si chiamino a raccolta gli uomini migliori, anche quelli fuori dall’Italia, non potranno dire no perché il momento è solenne. Si faccia l’operazione verità sulla spesa pubblica impedendo alla ministra De Micheli di continuare a raccontare frottole in giro per l’Italia e assumendo la coesione territoriale come scelta trasversale di sviluppo che orienti ogni piano di investimenti effettivo. A quel punto gli aiuti europei per il Sud diventeranno finalmente aggiuntivi e non parzialmente sostitutivi. Non c’è altra via per salvare l’Italia. Realizzi con i fatti quella riforma istituzionale di cui il Paese ha vitale bisogno per uscire dalla lunga stagione buia del federalismo all’italiana o della irresponsabilità che dir si voglia. Sarà una riparazione tardiva che porterà la nave Italia fuori dalle secche in cui è precipitata sotto la spinta di regionalismi clientelari, svuotamento delle amministrazioni centrali e distorsioni abnormi della spesa pubblica.

Non deve essere più possibile distinguere tra chi ordina e chi paga il conto. Questo tipo di oste italiano non ha più credito né in casa né in Europa. Tocca al coraggio della politica realizzare tutto ciò e gli eventi straordinari che stiamo vivendo obbligano a farlo. Se amiamo questo Paese dobbiamo sperare che lei ce la faccia, ma dobbiamo anche avere ben chiaro che se non riesce lei nell’impresa toccherà a qualcun altro. Perché l’Italia non può morire per mano di qualche capetto regionale che ha il vizio di fare pagare agli altri il conto suo. Buona domenica, care lettrici e cari lettori, nonostante tutto. Non permettiamo alla paura di sopraffarci e facciamo sentire la nostra voce. Perdonatemi la lunghezza, ma avevo tante cose da dirvi.

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