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Il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, durante la manifestazione di oggi

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L’esperienza degli anni Settanta ci insegna che quando finì anche l’onda lunghissima dello spirito della Ricostruzione del Dopoguerra, iniziò il dissolvimento dello Stato nelle sue ramificazioni regionaliste profondamente diseguali sotto i colpi di una protesta sociale che arrivò a diventare anche banda armata e terrorismo. In questo passaggio c’è la madre di tutte le diseguaglianze territoriali, generazionali, di genere, che aprirono un solco incolmabile tra Nord e Sud del Paese e spianarono la strada al lungo declino strutturale italiano che culmina con il ventennio finale di crescita zero. Oggi dobbiamo tornare a quello spirito della Ricostruzione del Dopoguerra e fare il nuovo patto sociale con tutti. Chi non vuole vedere la realtà vera stimola il rovesciamento del tavolo che riporta il conflittualismo e che, al suo estremo, può riportare la banda armata

Esistono nel Paese, per fortuna, anime diverse anche nel mondo sindacale e nel mondo del lavoro. Non c’è il pensiero unico. Alcuni soggetti, tra cui la Cisl, sanno che l’Italia ha bisogno di coesione sociale e di “un Paese finalmente unito da Nord a Sud”, non di un conflitto sterile. Ha consapevolezza questo sindacato che in certi momenti la rottura e la piazza possono allargare piuttosto che ridurre i divari. Parlano alla politica, non ai poveri. Costringono a nascondere la verità perché il conflitto inseguito non è compatibile con la presa di coscienza dei cambiamenti in atto e dei risultati raggiunti nella lotta alle diseguaglianze.

Siamo davanti a una divaricazione. Una miscela male assortita di giornalismo e intellettualismo salottieri e di sindacalismo dei ricchi e dei privilegi territoriali teorizza e invoca il conflitto sociale come soluzione salvifica per il Paese sapendo che lo è, forse, provvisoriamente per i suoi problemi di identità e di conservazione di ruolo. Perché il conflitto in sé non è la soluzione di un problema, ma piuttosto l’espressione di un malessere e la tendenza a cronicizzarlo come arma di lotta politica.

Ci sono invece altri soggetti sociali come la Cisl che pensano che è sbagliato. Che pensano che il Paese si ricostruisce con il dialogo sociale, non con la rottura. Che le emergenze sociali con le loro dimensioni territoriali e civili esigono cure immediate e visione strategica, non conflittualità senza regia, propaganda e speculazione politica. Che la memoria storica insegna che dalle grandi crisi si esce con accordi con tutti, non solo con il governo ma con le imprese, il mondo della scuola e della ricerca, le amministrazioni e le professioni. Dentro una concordia di strategia e operativa che si pone traguardi condivisi e ha in mente un’Italia finalmente unita nel futuro.

L’esperienza degli anni Settanta ci insegna che quando finì anche l’onda lunghissima dello spirito della Ricostruzione del Dopoguerra, iniziò il dissolvimento dello Stato nelle sue ramificazioni regionaliste profondamente diseguali sotto i colpi di una protesta sociale che arrivò a diventare anche banda armata e terrorismo. In questo passaggio c’è la madre di tutte le diseguaglianze territoriali, generazionali, di genere, che aprirono un solco incolmabile tra Nord e Sud del Paese, tra Nord ricco e Sud del Nord ricco, e spianarono la strada al lungo declino strutturale italiano che culmina con il ventennio finale di crescita zero.

Per fortuna che c’è qualcuno che tiene in vita la fiammella di quello spirito comune della Ricostruzione del Dopoguerra che furono il riformismo del mondo cattolico e la dottrina sociale della Chiesa, l’intelligenza tecnica, la cultura laica e un pragmatismo anglosassone, mezzo inglese mezzo americano, che camminarono insieme per trasformare un Paese agricolo di secondo livello prima in un’economia industrializzata poi in una potenza economica mondiale.

Fu la più lunga stagione italiana di riduzione strutturale delle diseguaglianze sociali con il Sud che cresceva molto più del Nord e con i divari di reddito pro capite e sociali che si attenuavano.

La storia ci ricorda la figura di Giulio Pastore, mitico segretario della Cisl ligure-piemontese che gioca la partita della sua vita nella grande scommessa formativa sul Mezzogiorno, che spedisce in America il più fine dei suoi collaboratori, l’economista milanese Mario Romani, per studiare come funziona il sindacalismo partecipativo e se lo tiene poi ben stretto come direttore dell’ufficio studi della Cisl per oltre un decennio. La storia ci insegna che dopo l’attentato a Togliatti e lo sciopero generale del ’48 c’è chi spinge dentro la Cgil per portare il Paese al conflitto sociale, ma la componente cattolica guidata da Pastore prende le distanze e dà vita prima alla “libera Cgil” poi alla Cisl e, a seguire, fanno altrettanto le componenti repubblicana e socialdemocratica che danno poi vita alla Uil. Queste scissioni segnano la nascita di un sindacalismo pragmatico che concilia capitale e lavoro, che cerca gli accordi, il dialogo sociale, che persegue la solidarietà.

La Cgil di Di Vittorio fece scelte coraggiose e contribuì a un vero patto sul lavoro facendo gioco di squadra con la Cisl di Pastore, ma la Cgil che venne dopo non ruppe mai il suo cordone ombelicale con il PCI e investì molto a lungo sul conflittualismo con il culmine della seconda metà degli anni Settanta nonostante prima, durante e dopo uomini come Lama e Trentin fossero orientati verso un tipo di sindacalismo diverso. Perché il punto di fondo è sempre lo stesso. Se scommetti solo sul conflittualismo puoi trovarti a fare i conti con il fatto che – non avendo ottenuto nulla con lo sciopero generale, e ottenendo poco con altre mobilitazioni – ci sarà chi penserà di proseguire la battaglia con altri strumenti come la lotta armata e ci saranno nuovi “compagni che sbagliano” con le solite lacrime di coccodrillo.

Perché, diciamocela tutta, se scegli il conflitto per il conflitto e dici che devi continuare la mobilitazione, allora vuol dire che vuoi il conflitto per il conflitto non fino a che non trovi l’accordo per il grande patto sociale. Vuol dire che per te al massimo esistono gli accordicchi, ma così non si va da nessuna parte. Perché in tempi di Pandemia globale e di nuovo ’29 mondiale, la strada obbligata è quella delle nuove relazioni, del dialogo su tutto e della coesione sociale.

Ripetere a pappagallo il manifesto di un discorso generico di diseguaglianze significa chiudere dentro gli slogan fino a nasconderle grandi questione vere come quelle del recupero del Mezzogiorno e della risposta ai suoi bisogni sociali e civili. A noi invece servirebbe un grande patto sociale che darebbe spinta a tutto. Perché se ci si mette di buzzo buono le soluzioni si trovano, ma si deve avere voglia di valorizzare quello che si è già ottenuto e possedere il coraggio di entrare nelle questioni vere rendendoti conto che se parli di poveri quelli che stanno fuori del sindacato sono più poveri di quelli che stanno dentro. Quando vai a guardare dentro le cose puoi scoprire che i redditi più bassi sono quelli dei lavoratori più sfortunati, ma anche di molti evasori fiscali, di quelli per capirci che le tasse le eludono, non le pagano.

Solo attaccandoti agli slogan puoi fare a meno di andare a vedere la realtà vera e puoi fare a meno di scoprire che le cose sono meno semplici e piene di contraddizioni. Con questo genere di comportamenti il grande patto sociale per la crescita, per il capitale umano, per gli investimenti non arriva di sicuro. Anzi, peggio. Si nega addirittura la possibilità di fare diventare evidente – e quindi lo si azzoppa – ciò che di moltissimo è stato già fatto con le scelte del Piano nazionale di ripresa e di resilienza a favore del Mezzogiorno. Dagli asili nido alla scuola fino all’università, dalla sanità ai trasporti. Al posto di dire alla gente la verità “abbiamo fatto qualcosa, andiamo avanti”, si stimola invece la solita lagna “non va bene, dobbiamo avere di più”. Oppure, cosa ancora più grave, si stimola il rovesciamento del tavolo che, al suo estremo, porta la banda armata. Passando magari per le contaminazioni con le forze estreme storiche che ribollono nel calderone delle proteste dei no vax. Siamo al culmine della irresponsabilità.


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