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Otto mesi per dare alla Calabria 6, solo 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri. Non ci sono mezze misure: il ministro della Salute e il commissario devono dimettersi per le scelte fatte e per non avere vigilato

140, 146, 6. In questi tre numeri ci sono sigillate in una bustina per mascherina chirurgica monouso dispositivo medico classe uno, le ragioni algebriche ineliminabili delle dimissioni obbligate del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del commissario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri. 140 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili a marzo in Calabria. 146 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili al 14 ottobre. Otto mesi otto per dare alla Calabria 6, dico 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri, chi ha la responsabilità della politica sanitaria e della gestione dell’emergenza dà meno di tutti, anzi non dà niente, perché 6 è niente.

Questo 6 della vergogna che rimarrà per sempre ha un nome e cognome. Roberto Speranza. Anzi ne ha due. Perché il secondo nome è quello di Domenico Arcuri e viene prima del ministro. Che avrebbe dovuto vigilare su di lui. Vi rendete conto in che Paese viviamo? Se non ci fosse stato un giornalista televisivo di Titolo V, meritoria trasmissione di Rai3, che intervistava l’ex commissario Cotticelli, il ministro in carica della Salute non si sarebbe accorto che il suo commissario neppure sapeva di essere stato nominato soggetto attuatore del piano Covid e, tanto meno, se ne occupava. Avevano bisogno dell’intervista lui e Arcuri per rendersi conto del misfatto di cui si erano macchiate le loro coscienze. Nel caso di Arcuri siamo poi all’apoteosi dello scandalo. Fa l’ordinanza il 27 ottobre, avete capito bene il 27 ottobre, che vuol dire otto mesi otto con le mani in mano. E chi nomina come soggetto attuatore? Il mitico Cotticelli che apprende di essere stato nominato leggendo la carta che le dà la sua segretaria davanti alle telecamere TV.

Quando si capirà che i generali vanno usati anche nel Mezzogiorno per guidare team di legalità non per fare mestieri che non sanno fare avremo fatto un bel passo in avanti.

Ma vi rendete conto che l’ineffabile coppia Speranza-Arcuri riesce a superarsi nominando l’amichetto politico di Cesena, Zuccatelli, che ha già fallito a Cosenza e sta fallendo a Catanzaro, come successore del generale per andare a combattere sul campo di guerra di una Pandemia che può diventare un’ecatombe? Il candidato trombato nelle liste di Leu alle politiche del 2018 è il “generale” al quale Speranza e Arcuri vogliono affidare il comando della guerra per salvare vite umane che si preannuncia a dir poco terribile dopo la vergogna di cui loro si sono macchiati rimanendo inerti per otto lunghissimi mesi. Non solo non hanno agito, ma nemmeno si informavano di quello che accadeva e, quando sono messi davanti alle loro imperdonabili responsabilità, che fanno? Chiedono scusa? Chiamano a raccolta i cervelli migliori della Calabria che sono in casa per scrivere una storia nuova? Cercano un manager specializzato e un team di medici di valore? No, assolutamente no, chiamano il loro amichetto politico.

Ci sono settecento milioni da spendere prima delle nuove prossime elezioni regionali, mettiamoli in mani politiche sicure, avranno pensato. Ci sono venticinque persone da assumere, avranno pensato, meglio che li scegliamo noi, magari altri amichetti vero? Pensare per un attimo alle postazioni di terapia intensiva che mancano per colpa esclusivamente loro, no? Per carità. Pensare per un attimo che un’economia regionale già in ginocchio rischia di passare dalla povertà alla sotto povertà non perché ha un tasso di contagio del Covid 19 che la obbliga alla zona rossa, ma perché per colpa loro non ha la sufficiente protezione sanitaria mai, vero? Pensare per un attimo che tanta inefficienza fa lo stesso gioco che dodici anni dodici della più inefficiente delle gestioni commissariali ministeriali ha fatto e, cioè, negare una sanità decente alle donne e agli uomini della Calabria, ma che in tempi di Pandemia affossando per sempre l’economia fa anche il gioco della più temibile delle soccorritrici che è la ‘ndrangheta, è forse chiedere troppo? Che ci si macchia, così, della più grave delle responsabilità civili, è davvero così difficile almeno chiederselo?

Se si esce dal film surreale della comunicazione con le stellette dei generali e il bacio in bocca di quindici minuti di Zuccatelli si arriva alla dura realtà. Che è quella di una regione che è stata giustamente espropriata dei suoi poteri in materia sanitaria per i debiti accumulati, falsi in bilancio e ruberie varie con tanto di consorterie criminali. Che è quella di una regione che dopo dodici anni dodici di commissariamento ministeriale deve constatare che gli espropriatori possono competere con gli espropriati perlomeno in inefficienza. Che è quella di una regione dove un presidente pro tempore senza i poteri (che sono dei commissari) annuncia di avere predisposto duecento e passa tra letti e nuove postazioni di terapia intensiva.

Ritorna anche in Calabria quella frammentazione decisionale da Paese Arlecchino che condanna l’Italia all’ immobilismo in una lite permanente tra l’esecutivo e i venti Capetti regionali che si sentono venti Capi di Stato ombra. Abbiamo avvisato il Presidente Conte: in Calabria la paura e la protesta sociale dilagano in modo contagioso. Uno o due o tre commissari se si ispirano sempre a operazioni di immagine non solo non servono, ma sono controproducenti. Servono atti pubblici che dimostrano di avere capito gli errori commessi e di averne tratto le conseguenze. Servono uomini nuovi per avviare in corsa una stagione di cambiamento all’insegna della concretezza. Altrimenti il cerino della Calabria incendierà il Paese intero. Perché la questione non è regionale ma nazionale.

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