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Matteo Salvini al Quirinale durante le consultazioni dell'agosto 2019

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Le giravolte dei capi partito sono arrivate a un punto finale, è bene che loro se ne rendano conto. Sarà il passaggio della elezione del nuovo Capo dello Stato che determinerà il destino della leadership di Salvini. Perché se dopo dieci mesi vuole sottrarsi alle responsabilità di governo lasciando il campo a altre coalizioni con un nuovo premier magari del Pd invece di spingere per la promozione di Draghi al Quirinale e per il proseguimento dell’esperienza felicissima del governo di unità nazionale, sono guai. Perché allora l’Italia intera si sarà giocata la sua carta estrema, ma prima ancora la leadership di Salvini sparisce per sempre a vantaggio della Meloni

La politica è folle, ma fino a un certo punto. Se commetterà l’errore storico di bruciare la carta Draghi per l’Italia vuol dire che non è più folle fino a un certo punto, ma semplicemente folle. Non riusciamo a crederci anche perché a quel punto non c’è più l’Italia per come siamo abituati a conoscerla visto che nessun Paese – anche il più ricco al mondo e non è il nostro caso – può sopravvivere a una politica folle.

Tanto meno potrebbe sopravvivere un Paese che brucia quasi senza nemmeno accorgersene la sua carta estrema che si chiama Mario Draghi. Che è la garanzia riconosciuta dell’Italia nel mondo e che, quindi, venendo meno senza un perché ragionevole, determinerebbe contraccolpi pesanti in termini di credibilità internazionale, reputazione e tenuta finanziaria. Perché deve essere chiaro a tutti che il giudizio del mondo sarebbe pressoché automatico: se è costretto a alzare le mani anche un grande italiano che è l’uomo che ha salvato l’euro e ha fatto molto bene con il governo di unità nazionale in casa e fuori, allora vuol dire che l’Italia è insalvabile.

La conferenza stampa prima di Natale del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il settimo discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (LEGGI), hanno spiazzato i partiti e i loro capi perché hanno mandato in frantumi la loro consunta grammatica di potere. Parlano entrambi alla gente senza gigionismi. Hanno toni diversi, ma la stessa essenzialità espressiva. Si fanno capire. Quando si parla di servitori dello Stato, quando a parlare è l’istituzione non l’uomo, quando la parola Patria ricorda la pedagogia ciampiana, non l’urlo sovranista, agli occhi dei cittadini-elettori le certezze della politica partitocratica crollano. Quando devi fare i conti con il rigore repubblicano di Mattarella che nel campo cattolico democratico è appartenuto così solo a De Gasperi e che ha nell’azione di Ricostruttore di Draghi punti di affinità comune con lo statista trentino, appare imbarazzante il confronto con le miserie quotidiane della politica politicante.

L’unità, la coesione, il patriottismo passati attraverso il filtro di un rigore assoluto dove non c’è la contrapposizione di una nazione all’altra, ma il bene comune della comunità che ritrova le sue ragioni unitarie e solidali e che ha saputo rialzarsi nei tempi della pandemia, fanno scattare automaticamente paragoni impietosi con il mondo dell’irrealtà populista e sovranista e con i suoi disegni politici a volte assistenziali a volte incendiari. Questi valori e un nuovo metodo di lavoro mettono in evidenza il segno profondo della stagione della Nuova Ricostruzione dove Mattarella e Draghi dicono e fanno le cose fondamentali. Ne elenchiamo tre.

1. Un’economia che fa tassi di crescita come l’Italia non li faceva da mezzo secolo e comincia a rendere strutturale il rimbalzo perché i volumi degli investimenti fissi lordi pubblici e privati hanno già superato quelli dell’anno prima della pandemia.

2. Un’economia che ha scelto e perseguito un sentiero di riforme di struttura che hanno conseguito in dieci mesi risultati nemmeno confrontabili con quelli degli ultimi venti anni nella pubblica amministrazione come nella giustizia penale e civile.

3. Un Paese che nella lotta al covid vive oggi un momento difficile ma nemmeno comparabile, anche qui, con quello dell’anno scorso e nettamente migliore di quello che vivono gli altri grandi Paesi europei. Dopo avere dato peraltro la linea a tutti nel mondo con il green pass per fare le vaccinazioni, ridurre i contagi e riaprire in sicurezza l’economia e la scuola. Sotto il segno della scienza e di uno spirito nuovo di comunità.

Diciamo le cose come stanno. I fatti e il linguaggio di Draghi e di Mattarella obbligano i partiti e i loro capi a uno sguardo lungo, li costringe a compiere passi seri, ma loro sono come lo yogurt. Hanno sempre una scadenza per i loro interessi elettorali, si misurano con le scadenze ravvicinate quotidiane della demagogia, fanno giochetti nell’ombra che alla prova dei fatti sono smentiti alla luce del sole. Per cui ai parlamentari viene l’epidermite e protestano contro Draghi per i tempi stretti del dibattito parlamentare sulla legge di bilancio, ma quando parlano quelli che fanno le cose e si fanno capire deputati e senatori sono costretti a prendere atto che questi ritardi sono determinati dai loro capi partito.

Sono il frutto avariato del sinedrio separato e infinito dei loro dante causa che hanno voluto negoziare nell’ombra ogni pezzettino di clientela o presunta tale. Peggiorando praticamente sempre qualità, moralità e efficacia degli interventi. A togliere ai parlamentari diritto di parola e di proposta sono stati i loro capi partito, non Draghi. Attenzione, anche le giravolte dei capi partito sono arrivate a un punto finale, è bene che loro se ne rendano conto.

Sarà il passaggio della elezione del nuovo Capo dello Stato, ad esempio, che determinerà il destino della leadership di Salvini. Perché se dopo dieci mesi vuole sottrarsi alle responsabilità di governo lasciando il campo a altre coalizioni con un nuovo premier magari del Pd invece di spingere per la promozione di Draghi al Quirinale e per il proseguimento dell’esperienza felicissima del governo di unità nazionale, sono guai. Perché allora, forse, l’Italia intera si sarà giocata la sua carta estrema, ma prima ancora la leadership di Salvini sparisce per sempre a vantaggio della Meloni. Saremmo anche qui davanti alla prova estrema di un’incertezza assoluta di questa leadership politica leghista che si consuma per colpa sua prima di essere davvero provata sul campo dell’azione di governo.

Si rivelerebbe, peraltro, Salvini incapace di cogliere l’onda lunga che esclude le elezioni anticipate e vuole la continuità perfetta dell’esecutivo di unità nazionale che si alza giorno dopo giorno sotto la spinta dal vento nuovo della comunità maggioritaria dei cittadini che ha scelto la nuova Italia. C’è un solo schema alternativo tra Quirinale e Palazzo Chigi dentro una visione di insieme di sistema che il Paese non si può permettere di abbandonare. Che è anche l’unica che può preservare la prospettiva di una successiva leadership giovanile costruita finalmente con i risultati della politica del fare e non del parlare.


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