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Sergio Mattarella e Ursula von der Leyen a Milano all'università Bocconi

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Il nuovo governo, è la domanda, vuole liberalizzare i servizi pubblici locali o no? È in grado di superare le resistenze di Lega e Forza Italia ai limiti posti agli affidamenti diretti di Comuni e Regioni per aprire a gare e concorrenza? L’Europa vuole sapere se il nuovo governo aderisce o meno al processo riformatore compiuto del Pnrr. Questo è dirimente. Questo è il senso dell’azione di Mattarella che è l’uomo che si fa carico dell’interesse della nazione ed esprime su questo terreno la coscienza del Paese come si è visto anche con la ovazione ricevuta ieri alla Prima della Scala. Il lavoro puntuale di ricognizione sul campo svolto dal ministro delegato Fitto va nella direzione giusta di stimolare le capacità attuative effettive su riforme e investimenti. L’Europa ora, però, dal governo Meloni chiede altro: vuole subito risposte politiche che significano scelte coerenti con l’attuazione delle riforme del Pnrr. La volontà politica deve essere manifesta

Continua sui giornali e sul supertalk italiano a reti più o meno unificate un dibattito surreale su spesa effettiva e nuova governance per aprire i cantieri ignorando il nodo politico vero delle riforme che va completato per preservare il miracolo italiano ricevuto in eredità dal governo Draghi. Come un disco incantato il segretario della Cgil, Maurizio Landini, occupa le televisioni italiane per chiedere il mondo intero senza mai permettersi di fare anche un calcolo approssimativo di quanto sta chiedendo e di chi dovrebbe pagarlo. Vuole tutto: mandare prima gli italiani in pensione e chi finanzia il debito amen, soldi a palate per sanità, scuola, lavoro, tagli fiscali seri, frasi generiche di pura demagogia ideologica condite con il solito annuncio di scioperi.

Siamo molto oltre l’irresponsabilità in pieno esercizio di attività politica alla Mélenchon senza alcun cenno alla potenza di risorse messe in campo tra reddito di cittadinanza, assegno unico per le famiglie, raffica di interventi contro il caro bollette che con il governo Draghi hanno regalato all’Italia la migliore crescita europea riducendo diseguaglianze e rischio povertà e che con il governo Meloni sono in buona parte preservate nonostante le complicazioni del quadro internazionale. Noi qui vorremmo occuparci della questione vera di questo Paese che è l’attuazione del processo riformatore compiuto del Piano nazionale di ripresa e di resilienza. Solo andando avanti su questa strada si può creare lavoro vero e ridurre le diseguaglianze altrimenti si fa solo politica miope cercando di trovare capri espiatori politici per le proprie incapacità con cui si cerca in tutti i modi di non fare i conti.

Gli obiettivi del Pnrr totalmente conseguiti dal governo Draghi sono stati 25, praticamente a termine salvo dettagli minimi 29, dopo un mese e mezzo con il governo Meloni sono diventati 30 su un programma di 55 e sono pari complessivamente al 54% del totale degli obiettivi da realizzare entro il secondo semestre del 2022. Allora, parliamoci chiaro, dei 25 obiettivi ancora da raggiungere c’è una sequela di target procedurali che non è difficile conseguire, dovevamo piantare un milione e seicentomila alberi e non lo abbiamo fatto, dovevamo costruire 6500 alloggi per gli studenti ma abbiamo già concordato che lo faremo entro settembre del 2023, non è questo però di cui ci chiede conto la task force europea per darci la terza rata da 19 e passa miliardi.

La Commissione europea, che con le parole della sua presidente von der Leyen ieri a Milano ha lodato ciò che è stato fatto e segnalato i vantaggi di cui ha già goduto la nostra economia, vuole solo sapere se si intende proseguire su quella strada lì o se si vuole prendere qualche deviazione poco raccomandabile o se si vuole comprare un tempo che non abbiamo perché la decisione politica riformista non è stata assunta dal nuovo governo. Questo, non altri, è il punto. Il governo Meloni, è la domanda, vuole liberalizzare i servizi pubblici locali o no? La riforma ha anche ottenuto l’ok della conferenza unificata, ma il governo Meloni è in grado di superare le resistenze di Lega e Forza Italia ai limiti posti agli affidamenti diretti di Comuni e Regioni per aprire finalmente a gare e concorrenza? Entro fine mese il provvedimento deve tornare in consiglio dei ministri ed essere approvato per il via libera definitivo, Forza Italia e Lega sono pronte a dire sì al testo di Draghi e Garofoli? Ci sono i tempi per cambiare? A nostro avviso no perché i miracoli non sono di questa terra, ma in ogni caso il primato della politica che viene sempre prima di tutto può esprimersi come meglio crede ma deve anche riavere i voti in Parlamento e il consenso europeo in tempo utile.

Attenzione, però, oggi l’Europa non ci sta chiedendo quanti buchi siamo capaci di scavare nel terreno, cantieri aperti, o se rivedremo i prezzi delle opere a causa dell’inflazione perché è dato per scontato e riguarda tutti i Paesi, vuole solo sapere se non si rinvieranno più i decreti attuativi della riforma della giustizia e se il nuovo governo vuole aderire o meno al processo riformatore del Pnrr concordato e già molto bene avviato. Perché questo, diciamocela tutta, è la vera questione visto che con le norme sul tetto al Pos e sul contante questo stesso governo ha messo due dita negli occhi della Commissione con la quale l’Italia si era impegnata a incentivare i pagamenti elettronici e a intensificare la lotta all’evasione fiscale. Vogliono sapere se si vuole andare avanti o no con il cambiamento del mercato energetico tutelato, se si vogliono fare o no le semplificazioni del codice degli appalti, se arriverà o meno la legge della concorrenza sulla quale Lega e Forza Italia oggi al governo con Giorgia Meloni hanno fatto addirittura saltare il governo di unità nazionale per difendere le rendite di tassisti e balneari. Non c’è uno scontro con l’Europa sulle opere di cui vogliono sapere il giusto su progetti e esecutività, ciò che è invece dirimente è la prosecuzione del processo riformatore e questo è il momento in cui il governo Meloni deve mettere le sue carte sul tavolo.

Questo è il senso profondo dell’azione di Mattarella che è l’uomo che si fa carico dell’interesse della nazione su questo terreno e esprime la coscienza del Paese come si è visto anche con l’ovazione ricevuta ieri alla Prima della Scala. Il lavoro puntuale di ricognizione effettuato sul campo dal ministro delegato Fitto va nella direzione giusta di stimolare le capacità attuative effettive su riforme e investimenti. La cosa che irrita la task force europea è invece la continua confusione tra i due piani, investimenti e riforme, che fanno ogni giorno molti ministri, facendo finta di ignorare che il cuore del programma di Next Generation Eu sono le seconde, non i primi. In pratica, il governo Meloni è chiamato a dare la prova che la sua politica economica è in linea con le riforme del Pnrr e con l’indirizzo delle specifiche raccomandazioni indirizzate all’Italia sulla sostenibilità del debito (riforma strutturale delle pensioni) e sulla riduzione delle tasse per dare slancio alla crescita. Bisogna capire in questi giorni se la vera natura del nuovo governo della Destra è ancora contagiata dalle scorie di una storia sovranista passata o se è invece quella di un conservatorismo moderno che sposa e fa proprie le scelte europee. Per questo, sintetizziamo noi: basta fumo, fate le riforme!


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