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Il caccia bombardiere multiruolo Tornado

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Succede anche questo. Che Iglesias, “città della pace” per voto unanime del suo consiglio comunale, produca essenzialmente bombe. E che questi ordigni, da 907 chili a caduta libera, siano stati ordinati in grandissima quantità dall’Arabia Saudita e dagli Emirati arabi uniti. Una commessa da 411 milioni di euro alla Rwm Italia, società del gruppo tedesco Rheinmetall.

E fin qui, a parte quel voto comunale in palese contraddizione con la vocazione bellica della maggiore attività produttiva locale, poco male. Siamo alla nemesi, al destino beffardo di diventare quello che non si vorrebbe mai essere. Ma non è questo il punto. I problemi sono venuti dopo. Quando il Parlamento italiano, il 29 luglio dello scorso anno, a seguito di una mozione approvata un mese prima, ha sospeso le licenze già rilasciate all’azienda per le esportazioni di bombe d’aereo e missili “fino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace con lo Yemen e comunque fino a un massimo di 18 mesi”. Una decisione rivendicata dall’allora vicepremier Luigi Maio, attuale ministro degli Esteri.

Ed eccolo, appunto, il problema. Perché le bombe Mk 82, Mk83, Mk84 sono le uniche qualificate per gli Eurofighter e per i Tornado. Aerei venduti dal Regno unito ma prodotti anche dalla nostra Leonardo (ex Finmeccanica). Trasportare qualunque altro tipo di ordigno vuol dire farlo a proprio rischio e pericolo, compresa la possibilità di esplodere in volo carichi di tritolo. Risultato: abbiamo costruito aerei che però non potranno bombardare nessuno. “Senza dire – spiega Giorgio Beretta, portavoce Opal, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere – che a seguito della sospensione l’efficienza della produzione presso lo stabilimento di Domusnovas è calata sensibilmente, aumentando il costo complessivo del prodotto. Ma il ricatto è sempre lo stesso: la minaccia di non riconfermare i contratti al personale”. Tutto le guerre in fondo sono a tempo determinato. Come certi contratti a progetto.

Va da sé che agli arabi tutto questo non sia piaciuto affatto. Così che ora sono a rischio anche le altre commesse. Chi comprerebbe del resto un’arma da guerra sapendo che un giorno potrebbe non avere più le munizioni per usarla?

Ai sensi della legge 185/90 non possiamo esportare materiale di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato. Ma produciamo armi molto apprezzate all’estero. Le produciamo e le rivediamo anche in conto terzi. Una contraddizione che si traduce in problema economico: le fabbriche di Iglesias e di Domusnovas rischia un forte ridimensionamento. Meno bombe meno lavoro. La sospensione decisa dal Parlamento blocca la maggior parte dei contratti acquisiti da Rwm nel 2019 almeno fino al gennaio del 2021. La possibilità che dei 357 dipendenti, i circa 150 contratti a tempo determinato (somministrati, interinali) a partire dal prossimo 1° agosto non vengano riconfermati è molto concreta.

Torna, dunque, l’interrogativo che tormenta da alcuni anni la gente di Iglesias: bomba o non bomba? Nessuno avrebbe mai immaginato che nel cuore del Sulcis, tra vecchie miniere la natura selvaggia che ha fatto da scenografia ai western all’italiana di Sergio Leone, si producessero armi. I comitati pacifisti locali, da sempre molto attivi, parlano di riconversione e contestano gli ampliamenti delle fabbriche. Un ricorso è stato presentato di recente dai legali al Tar- “Si parla di riconversione dal 2015 ma finora non è stata avanzata una sola proposta seria – ribatte l’amministratore delegato dell’azienda Fabio Sgarzi – in altri Paesi europei il divieto di esportazione è stato compensato con commesse nazionali , commesse che da noi incidono al massino per uno 0,4%”. Chi parla di riconversione in realtà pensa alla chiusura. Che ne facciamo degli impianti che producono esplosivi? Li usiamo per fare la polenta?” La casa madre tedesca può contare anche su un’altra sede italiana a Ghedi, in provincia di Brescia.

La sola idea che crimini di guerra commessi nello Yemen possano essere stati causati da armi made in Italy è aberrante. Senza le nostre bombe, l’Arabia sarebbe costretta a rifornirsi da coreani, spagnoli, americani, francesi e brasiliani. La concorrenza insomma non manca. Stranamente è passato quasi sotto silenzio l’invio nello scorso mese di maggio di artiglieria, obici, munizioni per carri armati diretti in Qatar, prodotti in Germania e in Sud Africa. Decine di container partiti dalla Sardegna. Una commessa da 342 milioni di euro di cui però l’azienda italiana, che ha fatto capo commessa, non ha direttamente beneficiato se non per l’intermediazione. Armi di passaggio che non hanno toccato le nostre coscienze pacifiste.

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