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L'esplosione in Libano

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Attentato o incidente che sia, quanto è accaduto a Beirut (LEGGI) può avere effetti devastanti: il Libano è sull’orlo del baratro. Siamo direttamente coinvolti perché lì ci sono 1500 soldati nella missione Unifil guidata dall’Italia e il Paese è una pedina chiave del Mediterraneo. Inoltre è già iniziata una nuova battaglia: quella per gli aiuti al Libano.

La realtà è che il Libano è in ginocchio: lo era già per la pandemia di Covid-19, era entrato in default per la crisi economica, sociale e politica, soffocato dai debiti, dal conflitto in Siria, dai profughi, dalle tensioni con Israele, Paese con cui è ancora tecnicamente in guerra, e ora rischia la disgregazione.

POPOLAZIONE POVERA

La metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, i negoziati per i prestiti del Fondo monetario sono in stallo e l’esplosione al porto di un deposito di micidiale nitrato d’ammonio ha distrutto circa un terzo della capitale, il cuore pulsante della nazione. Oltre ai 100 morti e ai 4mila feriti, tra cui un militare italiano, 300mila persone sono rimaste senza casa: secondo una prima stima i danni materiali ammontano a più di tre miliardi di dollari. Lo scoppio ha causato gravi danni in circa la metà del territorio di Beirut: in poche parole in un Paese che nulla produce e tutto importa significa essere alla fame.

UN MILIONE DI PROFUGHI

Salvare il Libano, che ospita già un milione di profughi siriani, non è soltanto un gesto umanitario ma un’azione politica fondamentale perché le laceranti divisioni interne al Paese e le influenze nefaste che provengono da Israele, Siria, Iran e Arabia saudita potrebbero divorare quel che resta dello stato libanese. Anche la politica degli aiuti potrebbe generare all’interno un cambiamento importante nei rapporti di forza tra le fazioni cristiane, sciite e sunnite. Ecco perché il presidente francese Macron ha annunciato che oggi sarà nel Paese dei Cedri: l’ex potenza coloniale accorre al capezzale del moribondo Libano non soltanto per spirito umanitario ma perché sa che qui ci sono ancora pedine importanti da muovere per avere influenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo.

Anche l’Italia dovrebbe mobilitarsi, almeno per la sua importante presenza militare: questa è la più grande e significativa missione all’estero del nostro Paese che in Libano ha pure una lunga e apprezzata tradizione diplomatica, nel campo della cooperazione e dei rapporti economici e commerciali. Se dobbiamo dimostrare di avere un minimo di residuo peso politico nella regione, gli aiuti al Libano devono diventare una nostra priorità. E ovviamente deve mobilitarsi tutta l’Unione europea che nel Mediterraneo non ne imbrocca una: noi ci lamentiamo di poche migliaia di profughi, cosa dovrebbe dire il Libano che con poco più di sei milioni di abitanti ospita un milione di siriani, come se qui in Italia ce ne fossero venti milioni. La presenza europea in Libano ha un forte valore politico: a meno che non si voglia lasciare la ricostruzione del Paese all’Iran e ai suoi alleati locali Hezbollah, all’Arabia saudita che manovra come un fantoccio l’ex premier Saad Hariri, oppure alla Turchia sempre prontissima a infilarsi in situazioni di questo genere per affermare le mire di potenza neo-ottomana del suo leader Erdogan. Quanto a Israele, che adesso si offre di aiutare i libanesi, la prima cosa che dovrebbe fare, se proprio vuole dare una mano, è smettere di bombardare in Siria e sorvolare i cieli del Libano con la sua aviazione.

E comunque rendiamoci conto che nulla qui esplode per caso anche quando sembra o è davvero un incidente. L’anno era cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte di Trump del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso a Baghdad dopo una tappa in Libano e Siria, e continua adesso, nell’era del Covid-19, con la deflagrazione di un’intera città, Beirut. La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà. L’incendio lo hanno appiccato gli Stati uniti con la guerra dell’Iraq nel 2003, da allora _ passando per le primavere arabe e i cambi di regime, voluti o falliti _ si è incatenata una guerra all’altra, assistendo all’ascesa e al crollo del Califfato, agli interventi militari di americani, russi, turchi, iraniani, che hanno accompagnato il massacro delle popolazioni civili, la fuga di milioni di profughi, il collasso di intere economie.

CAMPO DI BATTAGLIA

Il Libano, come la Siria e la Libia, è uno dei campi di battaglia del Mediterraneo. E anche quello che oggi ci appare misterioso è invece piuttosto chiaro: il piano americano e di Israele, con la nostra complicità, di disgregare intere nazioni per presentare poi una mappa del Mediterraneo e del Medio Oriente come un collage di coriandoli di stati ormai soltanto virtuali. Se abbiamo un minimo di interesse morale e politico dobbiamo aiutare il Libano a non scomparire come vorrebbero in molti, dentro e fuori.


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